La capacità di gestire l’attesa non è una virtù che mi appartiene. Non attendo, vado avanti, cerco la scorciatoia per raggiungere prima gli obiettivi. Non è un problema di tipo “analogico” (se sono in coda in macchina, non mi stresso, non mi arrabbio: non è questa l’attesa che mi stressa), ma di visione e di conoscenza. Voglio sapere, voglio capire, voglio raccontare, e ho fatto di questo la mia professione e obiettivo di vita. E’ un periodo di qualche settimane che sono obbligato ad attendere, e sono abbastanza nervoso, di conseguenza. Provo a trattare la tematica pubblicamente, ma non come terapia per me stesso, ma perché penso che la capacità di affrontare l’attesa nel modo giusto sia una delle problematiche comune di questo periodo. Faccio un po’ di esempi.

1) Tecnologia e innovazione: molti, di fronte alla tecnologia e all’innovazione, usano una politica di attesa. Esce un nuovo sistema operativo, una nuova fotocamera, un nuovo software e si mettono in posizione di attesa, per guardare cosa effettivamente succederà. Parlo di persone che sono capaci di vedere l’innovazione, perché coloro che non ne sono capaci non scelgono volontariamente la strada dell’attesa, sono solamente ignari. Cosa porta questa attesa? In certi casi, l’attesa porta a dire che bisogna scoprire prima se ci “sono problemi”: nei prodotti nuovi si tratta di identificare le imperfezioni (bachi software, problemi tecnici), ma questo si può scoprire nell’arco di pochissimi giorni. Il web è un fantastico amplificatore, un aereo supersonico che porta – da una parte all’altra del mondo – qualsiasi informazione in tempo reale. Se, come dovrebbe, verrà presentato il 25 luglio il nuovo sistema operativo Apple Mountain Lion , potete essere sicuri che nel giro di meno di un giorno sapremo se ci sono controindicazioni nell’uso quotidiano (Photoshop “crasha”? Il Macbook consuma più batteria?… insomma le cose importanti vengono fuori subito), superato questo momento di incertezza la strada sarà segnata, e magari dopo un paio di settimane tutto sarà sotto controllo e si potrà installare. Conviene attendere? No, non conviene, eppure tantissimi professionisti che usano il computer ogni giorno sono ancora fermi a Snow Leopard (o peggio ancora, più indietro). Che vantaggio ottengono? Che non si stressano, che accettano una condizione che permette loro di non fare sforzi. Questi sforzi spesso, però, si rivelano in sforzi occulti molto superiori: i sistemi operativi più moderni consentono di fare meglio e di più, più velocemente e con maggiore efficienza. L’attesa si rivela nella forma di un freno a mano tirato, che condiziona tutto, specialmente la freschezza mentale: si decide di usare più le mani che non la testa, e il futuro è sempre meno fatto di “artigianato” e sempre più di capacità di usare la mente. Lo stesso vale per l’hardware, non solo per il software. Oggi è imperativo avere strumenti aggiornati, il mestiere non è più quello che ci consente di essere perfettamente efficienti con apparecchi di 10 anni fa, come avveniva in passato quando un’Hasselblad si poteva passare da padre a figlio. Quanto tempo “dura” un computer? Due anni, tre al massimo. Poi bisogna cambiarlo; si può “attendere” ma il tempo che si perderà sarà superiore a quello che si risparmierà in soldi. Una fotocamera forse può avere un anno in più, di vita utile, ma un apparecchio professionale ha una vita utile di 4 anni, poi si cominciano a  notare i segni di stanchezza. Tutto questo porta ad una valutazione del rapporto tra quello che si fa pagare per il nostro lavoro e il calcolo delle spese. La soluzione ideale è quella usata da Adobe con la sua Creative Cloud: non vi impone un pagamento ad ogni aggiornamento, ma vi “preleva” una quota piccolina ogni mese (50 Euro circa per tutta la Suite e per tanti altri servizi di cui parleremo prestissimo). Andrebbe fatto lo stesso con le apparecchiature: basterebbe creare un fondo di circa 200 euro al mese, per poter avere la possibilità di trovarsi sempre aggiornati con computer e fotocamere. Voi direte: ci sono i leasing, i pagamenti a rate, ma c’è prima di tutto una visione imprenditoriale; non si tratta di lusso, ma di necessità.

2) Business  model: l’argomento della scelta/modifica di un business model è più complesso come approccio. Perché se dal punto di vista dell’aggiornamento delle attrezzature si tratta “solo” di un problema economico, se quello dell’aggiornamento del software è legato “solo” al superare la barriera della pigrizia (un sistema operativo costa 20 euro, non è quindi “quello” il problema, giusto?), nel caso del business model c’è un grandissimo problema in più: il tempo necessario per comprendere, valutare la strategia, promuovere le nuove attività… insomma, è questione di dedicare (investire) un sacco di tempo. Spesso usiamo una metafora, per far capire che il problema che abbiamo tutti non è la mancanza di soldi (che pur è un mostruoso problema, attualissimo), ma la mancanza di tempo. Provate a stare una giornata sul bordo di una strada, chiedendo una moneta, prima o poi una santa persona ve ne darà una. Provate a chiedere cinque minuti di tempo a qualcuno, e vedrete che nessuno ve li darà… anzi: vi risponderà male, per avere “osato” chiederli. I nuovi business model però sono la strada che ci permette di superare le difficoltà, specialmente di un mercato che si muove, si modifica, sparisce. Ha senso attendere? No, non ce lo possiamo permettere, perché solo i primi (e i più bravi, ma per essere “bravi” bisogna partire in anticipo) possono trarre i maggiori vantaggi della novità. Serve un grande allenamento, per annusare, capire, comprendere, valutare le novità, i nuovi business model. L’attesa è solo portatrice di una serie di treni persi che non tornano più…

3) Capacità produttiva: a volte non è un nostro desiderio, ma un fatto inevitabile, abbiamo tante idee, ma non abbiamo il tempo o l’esperienza per realizzarle. Questa è una prigione drammatica, perché non è pigrizia, non è incapacità, mancanza di visione, ma solo impossibilità di procedere con velocità e bisogna quindi incrementare la capacità produttiva. Questo è un problema comune di molti, e purtroppo siamo quasi tutti impreparati ad affrontarlo. Qualcuno cerca la scorciatoia, ovvero: vorrei qualcuno con cui condividere questi progetti, poi se ci sono ritorni siamo tutti contenti… Funzionerebbe, solo però se esistono i presupposti per una vera condivisione: in Italia siamo più bravi a seguire le strade “delle sinergie”, che stanno a significare: “dammi in anticipo il tuo contributo a costo zero, poi semmai io ti renderò una piccola percentuale”. Insomma, se si vuole allargare la capacità produttiva, bisogna fare un progetto economico e di sviluppo, dove cifre, tempi, obiettivi e prospettive vengono ben definite in partenza. In pratica, si fa una società, non un accordo al bar, che impegna solo chi deve “essere disponibile” e non chi “propone”. Altrimenti, l’alternativa è quella di monetizzare chiaramente lo start up. Nella pratica: se si hanno soldi per pagare l’aumento di produttività va tutto bene, è un investimento imprenditoriale; se non si hanno, bisogna allora stabilire delle regole non solo a parole. In entrambi i casi, è importante capire quando la struttura deve crescere e in quale modalità e direzione.

4) Segreti da conservare: fa sorridere, in un periodo in cui l’informazione è così fluida, pretendere confidenzialità nel trasferire informazioni. O si è capaci davvero di “bloccare” ogni fonte (Apple in questo è fantastica, nella sua capacità di gestire il segreto su nuovi prodotti e innovazioni), oppure è solo una perdita di tempo. Un paio di settimane sono stato chiamato in un albergo per vedere qualcosa di nuovo, ho firmato documenti che mi impongono il segreto assoluto, pena la perdita di qualsiasi rapporto con l’azienda in questione. Per fortuna non sono un appassionato di “gossip”, ma inutile dire che da giorni in rete c’è di tutto e di più (cose vere, cose false, cose quasi giuste, cose esattissime) e quindi i segreti si svelano lo stesso. Serve “attendere”? Servirebbe, ma bisogna gestire le informazioni e la segretezza in modo diverso, per creare “il botto” al momento giusto.  Calando la cosa sul nostro mondo “semplice”, di esseri umani e non di strategie “stellari”, conviene non credere che l’attesa può essere mantenuta, se la notizia è importante ed è diffusa in anticipo apparirà da qualche parte velocemente (e allora c’è una questione etica: è scorretto linkare la notizia pubblicata da altri, visto che la fonte è diversa da quella che ci ha rivelato, imponendo un contratto di non divulgazione, la notizia? E’ un argomento complesso, per certi versi interessante da sviluppare). Altrimenti, l’unica alternativa è la pura confidenzialità, dove un numero molto limitato di persone, interessate tutte a mantenere il segreto, è a conoscenza dei dettagli.

L’attesa, che brutta bestia da gestire. Come dicevo, le ultime settimane sono state di attesa, un po’ per tutte e quattro le voci descritte, perché spesso non esistono delle singole motivazioni, e a questa si aggiunge la quinta… spesso la più terribile: quella di persone o situazioni attorno a noi che non capiscono quando e come bisogna muoversi, che non percepiscono l’urgenza del muoversi velocemente, che l’attesa a volte è l’unica cosa che non ci si può permettere. Auguri a tutti, che questa fine di luglio possa essere veloce, senza attesa ;-)

5 responses

  1. Per San Giacomo (25 luglio) mi regalerò il M. Lion (anzi, me lo farò regalare, perché sono rimasto a secco dopo l’acquisto della belliiiisssima D800!) ;-)) Grazie Mr Pianigiani e buone vacanze I ♥ JUMPER … perchè noi ci crediamo!! ;)

  2. Parole sante apprezzatissimo Luca. Esiste anche il rovescio della medaglia che svilisce. Dopo 45 anni attività professionale ed il dolorossimo passaggio dall’analogico al digitale, sposato con entusiarmo; La rottamazzione dei sistemi Nikon e Hasselblad, riorganizzazione dei computer, apparecchi, obiettivi ecc. ecc., trovi il furbo che non solo utilizza tue foto per la pubblicazione e la vendita di un libro fatto editare da un prete per aggirare sistemi fiscali e diritti d’immagine ma ti offende e minaccia trattandoti da saltimbanco, forte del fatto che giuridicamente non è responsabile e che per importi di foto di attualità non inizierai mai un’azione legale. Buone vacanze.

  3. Pochi punti…diretto e preciso come sempre, le faccio la mia personale analisi:
    1.tecnologia e innovazione:la amo, non la combatto ma al contrario cerco di accompagnarla.
    2.business model: l’ho trovato, ho fatto formazione in questo senso x poi saperlo promuovere.
    3.capacità produttiva: ….abbiamo un problema….le risorse umane, tanta gente a spasso ma nessuno che è in grado di “fare” concretamente qualcosa.

    ….per i segreti bhè, solo qualche scheletro nell’armadio e tanta rabbia x pranzo…buone ferie e a risentirci a settembre.

    Linfa’s life

  4. Ho tatuato su un braccio un esagramma de “i ching” il libro dei mutamenti. È il 32 ovvero la durata, la costanza. Il 32 è il segno centrale dei ching ed è strano che il libro dei mutamenti metta al suo centro il segno della costanza. Ciò avviene perché con costanza si intende il costante mutare e il sapersi adeguare ai cambiamenti. Ma ogni linea ha un significato e le linee centrali dicono: sta fermo. Quindi il centro del segno centrale del libro dei mutamenti invita a stare fermi. Cosa c’entra non so ma è la scusa per il mio immobilismo.

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