Il vincitore del Word Press Photo  è lo spagnolo Samuel Aranda(Corbis), con un’immagine realizzata in Yemen il 15 ottobre di quest’anno e pubblicata su “The New York Times” (e qui riprodotta sul sito ufficiale del World Press Photos). Senza dubbio, non c’è da dirlo, un’immagine sensazionale, di fortissimo impatto e che riesce – come dovrebbe fare una fotografia – a raccontare una storia sintetizzandola e cristallizzandola in un’unico “frame” di una vita che scorre veloce.

Uso il termine “frame” proprio per introdurre un pensiero che è abbastanza attuale. Nell’ottica della rincorsa spasmodica che fa parte del nostro modo di informarci, di “vedere”, c’è spazio ancora per l’immagine “fissa”? Per un unico “frame” che sintetizza? Personalmente sono combattuto dal dire “Si, sicuramente”, perché la mia cultura (scarsissima) di base è legata alla fotografia, perché ho perseguito per anni questa ricerca, prima da “produttore” di immagini, e poi via via più da cronista e narratore di questo mondo meraviglioso. Dall’altra, se guardo realisticamente (e forse con un po’ di cinismo) la realtà dei fatti, mi accorgo (e spesso condivido con voi questi pensieri in questa rubrica) che è sempre più difficile trovare spazi per immagini “fisse”, per un approccio alla narrazione composto di un’unica immagine per descrivere una situazione, un’emozione. Il dubbio non è sulla potenzialità dell’immagine fotografica in quanto tale (figuratevi! Amo troppo la fotografia per crearmi un dubbio di questo tipo), ma sullo spazio “commerciale” per questo contenuto di valore. Scusate, non affronto mai tematiche di tipo artistico, non è che sono insensibile, ma sono abituato a crearmi il problema della “sopravvivenza”, ci sono fotografi che possono forse permettersi di fare questo lavoro senza guadagnare, e non provo invidia, semplicemente mi preoccupo per quelli che questa potenzialità non ce l’hanno (e sono la maggior parte), che vogliono occasioni per mostrare la loro qualità e sensibilità, ma che devono pagare le bollette e l’affitto con questo mestiere… e quindi tutti gli argomenti degli ambienti culturali diventano privi di senso: si deve fare qualcosa che possa dare soldi alla fine del mese, e non solo alimentare speranze prive di reale potenzialità. La domanda che mi pongo quindi non è “se è culturalmente e artisticamente” sensato produrre immagini fotografiche di qualità, ma se c’è qualcuno in grado di trasformarle in “soldi” e di conseguenza è disposto ad investirci soldi che giustificano lo sforzo di produrle.

Di sicuro, ci sono pubblicazioni ed editori che sanno come monetizzare ed enfatizzare questo contenuto meraviglioso. Sono le realtà ben conosciute, purtroppo nessuna di queste “locale” (chi in Italia è disposto o ha la possibilità di investire le giuste cifre per avere immagini di altissimo valore?), ma deve essere di respiro internazionale. Il problema è che queste realtà hanno già collaboratori eccezionali, che non a caso sono quelli che poi vengono premiati per esempio al Word Press Photo (Pellegrin, Majoli, Zizola… eccetera), e nessuno può colpevolizzare queste scelte… diavolo, sono bravissimi, eccezionali, ma in questa eccezionalità hanno un vantaggio: loro sono in prima linea (letteralmente), ci si rivolge a loro per realizzare le cose migliori, i progetti più interessanti, le loro immagini (giustamente…. non sto criticando!) finiscono negli ambiti più prestigiosi, vengono viste, apprezzate, valorizzate. Togliamo quindi quelli che sono bravi, togliamo quelli che per qualche vantaggio di famiglia sono ricchi e hanno la possibilità di avere occasioni meravigliose (e ancora una volta… non si può essere invidiosi, se poi sono anche bravi!) e preoccupiamoci degli “altri” (che non necessariamente sono “meno bravi”, semplicemente hanno diverse – minori occasioni).

Che spazio c’è per “tutti gli altri”, che poi sono in gran parte i nostri lettori? Persone con molta passione, che combattono ogni giorno per riuscire ad uscire dall’anonimato, che devono alla fine del mese pagare il supermercato e la retta di scuola del proprio figlio (o la propria retta, se sono giovani… perché ci sono i giovani che oltre ad essere impreparati ancora dal punto di vista professionale, sono ancora in una fase della vita in cui non sanno come si “gioca” dal punto di vista dei rapporti lavorativi, dal punto di vista degli investimenti in attrezzatura, che devono pagare ancora scuole spesso troppo costose per quello che offrono). Se non ci sono committenti in grado (per incapacità, per mancanza di visione o per mancanza di fondi) di pagare prodotti di valore, se non ci sono utenti sul mercato locale che possono avere interesse a qualcosa che vada oltre al sedere di Belen Rodriguez o alla sniffata di coca da parte del calciatore di turno (veri top sellers di un’editoria fatta di gossip e non certo di cultura visuale e di capacità narrativa), cosa rimane?

Sarebbe facile dire: lasciamo perdere, occupiamoci di nuovi mercati. Abbiamo a volte consigliato strade quali la vendita di panini caldi (un bestseller su cui possiamo fornire buone garanzie di sopravvivenza), ma dobbiamo al tempo stesso cercare di proseguire sulla irta strada della professione del fotografo, visto che la maggior parte di voi (noi) dicono che non hanno intenzione di cambiare mestiere e se ricominciassero oggi vorrebbero comunque rifare la stessa scelta (Fonte: Censimento di Jumper, che presto pubblicheremo). Una voce rilevante (non la nostra, spesso accusata di una visione “parziale”), è quella del fotoreporter multipremiato Dan Chung che in un’intervista esclusiva a DPReview dice che “non c’è futuro per il fotogiornalismo. La sua opinione, che abbiamo condiviso in tanti Sunday Jumper (spesso criticati), è la seguente:

‘I don’t really see a future in photojournalism, if I’m completely honest, as a way to earn a living. But also there are a lot of creative opportunities with moving images that you couldn’t possibly dream of doing with stills. I’m surprised though that relatively few other photographers have made that conversion.’

(Io non vedo proprio un futuro per il fotogiornalismo, ad essere completamente onesto, come professione con cui guadagnarsi da vivere. Al tempo stesso, ci sono un sacco di opportunità creative con le immagini in movimento, cose che non vi sognereste nemmeno di fare con le immagini “fisse”. Sono sorpreso che relativamente pochi fotografi si sono mossi verso questa conversione).

Diavolo, lo dicevamo due anni fa, lo abbiamo ripetuto in ogni occasione, abbiamo cercato di avvicinarvi al mondo dell’editoria digitale come strumento di self publishing (dove nessuno vi può dire che il vostro prodotto non vende, solo – semmai – il mercato). Abbiamo ottenuto risultati, incredibili, ma molti ancora non hanno immaginato che questo potrebbe essere un modo per trovare nuove strade. Non solo creative, ma specialmente remunerative. Ora non lo diciamo noi, lo dice un vostro collega, uno che lavora per importanti editori, che guadagna con questa attività e che dice:

The way I look at it is convert or die.

Serve la traduzione? Il concetto suo è  Non era questione di scelta: o ci si convertiva, o si moriva.

Inutile dire che nei commenti di questo articolo ci sono molte polemiche, come quelle che ci aspettiamo anche qui. Si toccano tasti che fanno male, l’orgoglio e la visione di un mestiere (così come l’abbiamo conosciuto) fa venire fuori rabbia e polemica. Ma bisogna essere ragionevoli, se non si ha modo di avere qualità e contatti come quelli dei grandi nomi che vincono il World Press Photo, che pubblicano sulle riviste e sui media più importanti, allora bisogna essere concreti. Ci saranno molte più possibilità di proporre contenuti “multimediali” (lo stesso WPP ha aperto la sua sezione Multimedia, il 15 marzo verranno annunciati i premiati, e la giuria è presieduta da Vincent Laforet, da noi intervistato in esclusiva su JPM Magazine otto mesi fa). Persone che bisogna conoscere, capire, “copiare” nei loro atteggiamenti e nel loro modo di proporsi.

Nel frattempo, noi come sempre preferiamo farefarefare e non dirediredire, e abbiamo lanciato il primo libro della collana “JumperBooks“, nata in collaborazione con i nostri amici di Simplicissimus per far incontrare il mondo della fotografia e del fotogiornalismo, con le nuove tecnologie non solo di produzione, ma anche di distribuzione. Lo avevamo annunciato e raccontato su JPM3, e ora l’iniziativa si è materializzata: si tratta del libro WGR Project, nato dalla mente di due giovani ragazze toscane, Agnese Morganti e Malia Zheng, che hanno voluto raccontare una storia interessantissima, quella della vita, dei sogni e delle attività di ragazzi cinesi di seconda generazione, quelli che sono agli occhi di tutti “cinesi”, ma che sono italiani, nati in Italia e che vivono una realtà davvero particolare. Abbiamo spinto queste due ragazze a creare non un “classico” libro (che probabilmente nessuno avrebbe avuto modo di produrre, o investire, e che avrebbe abbattuto alberi e creato polvere negli scaffali delle librerie), ma un libro digitale, interattivo, “movimentato”, dinamico, sonoro. Lo abbiamo realizzato insieme usando le stesse tecnologie di JPM Magazine, ed è uscito qualche giorno fa (anche se alcune storie sono ancora in produzione, il libro verrà aggiornato a breve, gratuitamente per tutti coloro che l’avranno scaricato ovviamente!). E’ visibile, acquistabile, in tutto il mondo, e ha già a creato interesse (pensate: NBC ne parlerà a breve in un documentario). Agnese e Malia sono giovani, poco più che ventenni, ma hanno superato in un solo colpo tante tappe, e ora sarà il mercato a giudicare, a proporre, a dare risposte. Forse un giorno arriveranno al WPP anche loro, sono state “pubblicate”, avranno la loro visibilità, la loro occasione. Andate su Appstore e scaricatelo (ok, serve un iPad… vi abbiamo detto sempre che è uno strumento utile al vostro lavoro, e anche al vostro business. Si prende con 30 euro al mese, connessione compresa…), il libro costa 4,99 euro (un libro di fotogiornalismo con foto, video, storie, audio e bei contenuti… ad una cifra del genere? Li vale, no?) e si scarica da qui. Qui sotto invece, il trailer del libro (in italiano, il libro ovviamente, è anche in inglese):

Bisogna credere al fatto che il futuro offre tante possibilità, ma dobbiamo essere in grado di scoprirle. Noi stiamo cercando di aiutare tutti, ma tutti si devono aiutare anche da soli. Per esempio, il 23 febbraio faremo un workshop per imparare (e creare) pubblicazioni digitali. Secondo noi è un buon modo per recuperare il terreno perso o per crescere in questa attività. Fateci un pensierino, forse sarà la cosa migliore che potreste fare per voi e per il vostro futuro.

26 responses

  1. Ottimo. Aggiungo la mia opinione personale.
    Non credo si tratti di convertirsi in toto all’immagine in movimento, ma di aggiungere al proprio bagaglio tecnico/culturale le necessarie competenze per fare un buon lavoro. Non sono poche, queste competenze. Non è sufficiente comprarsi una dslr per diventare “director” o “dop” e scriverlo sul biglietto da visita. Studiare e fare esperienza su set cine/video è di straordinaria importanza.
    Relativamente alle scuole di cinema, vi sono due scuole di pensiero: coloro che credono siano necessarie (o cmq sia meglio frequentarle) vs coloro che dicono: se ne può fare a meno. Ognuno decide in base alle proprie convinzioni e conoscenze. Ma una cosa è certa: il linguaggio cinematografico va imparato. Conoscere l’attrezzatura non è sufficiente, altrimenti la qualità di lavoro rimane mediocre. In tv si vedono diversi esempi di commercials girati male con errori che procurerebbero (metaforici) scappellotti in una qualunque scuola di cinema (complice la corsa al basso costo).
    Se poi si pretende anche di dirigere attori o aspiranti tali, il mestiere si complica notevolmente.

  2. Condivido il contenuto del post.
    Per l’editoria digitale, poi, il giorno seguente il tuo intervento al digital symposium a Roma lo scorso novembre, ho comprato l’iPad e mi sono messo di buzzo buono ad “inventarmi” una demo di rivista.
    I problemi sono sempre gli stessi però: investimenti (tempo e denaro) e mercati poco ricettivi. In quanto al tuo camp: portalo a Roma, per non aggiungere le spese di viaggio e soggiorno a quelle (giuste) dello stage!
    Insomma, l’Italia è lunga… e al centro sud dovresti esserci in misura maggiore ;-)

    1. No, Alfredo. Il problema non è nostro… è di un’Italia che non si muove, che non investe. Ho provato ad andare fuori da Milano, e non c’è un numero sufficiente di persone interessate. Non farmi la predica, perché purtroppo sono vent’anni che l’ascolto e non ci sono state evoluzioni. Tutti vogliono le soluzioni semplici, ma chi deve pagare sono gli altri. Ho proposto da due anni la soluzione “RENT-A-CAMP”, se una decina di persone si organizzano (anche 8, anche 12) io vengo eccome a Roma, e anche in Sardegna. Ognuno paga una quota simile al venire a Milano e mi muovo io. Sai quante persone hanno detto di si? Nessuno… Non accetto le critiche, io ci ho provato, ma non posso pagare io il conto. Chi vuole si muove e viene a Milano, quando ero giovane io andavo a Londra o a New York per vedere eventi importanti e sono cresciuto (pagando di tasca mia, lavorando per pagarmi queste spese). Chi vuole partecipare, può iscriversi a Premium, e avrà gratis tutta la parte teorica in video, gratis… a casa. Le opportunità noi di Jumper le diamo, ma non possiamo investire sempre e solo noi, non trovi?

  3. Nessuna predica da parte mia. Mi spiace tu l’abbia intesa così.
    L’organizzarsi di una decina di persone è sicuramente una soluzione… il problema è il raggiungere un numero tale di colleghi tra i quali pescare i 10 interessati. Io, personalmente (sarò burbero? :-D) non ho tutti quegli amici/colleghi necessari. E non trovo giusto che il lavoro di marketing per un tuo possibile evento debba farlo io.
    In quanto agli investimenti e ai movimenti: tutti ne facciamo e tutti ne abbiamo fatti ma l’offerta delle cose interessanti è ampia e variamente dislocata e non ci si può muovere per tutte.
    Venire da te raddoppiando le spese significa rinunciare ad un altro evento formativo altrettanto importante… la mia semplice considerazione è che – stante le sole spese di partecipazione – potrei assistere al doppio degli incontri (o giù di lì).
    In fin dei conti tutti dobbiamo gestire le spese e il budget per la formazione, in questi tempi di vacche non proprio pingui, va tenuto sott’occhio come tutti gli altri capitoli di spesa.
    Con amicizia,
    Alfredo

    1. Alfredo, sei tu che non hai capito (e sono burbero anche io, perdonami): non sei tu che devi fare “il marketing per me”. io l’ho già fatto e sono arrivato alla conclusione che non c’è mercato… Ci ho provato, e i pochi che sono interessati purtroppo subiscono il fatto che nella loro area geografica pochi altri sono interessati. Leggiti questo post: http://www.jumper.it/rent-a-camp-occasioni-a-luglio/, è del 2010, come vedi la preoccupazione ce l’avevamo, le risposte – dopo vari tentativi e sforzi – non ci sono state. Abbiamo rinunciato, perché siamo piccoli e più impegnati a fare contenuti che non marketing (preferiresti che ci occupassimo più di vendere che non di fare ricerca e studio? Questo sono già in tanti a farlo…). Noi andiamo avanti, creando varie opportunità per tutti (l’apertura verso Premium, dove offriremo tutti i contenuti delle lezioni teoriche dei Camp gratuitamente è uno sforzo e un rischio non indifferente per noi, molti potrebbero decidere di non partecipare agli eventi live). Anche noi dobbiamo tenere sott’occhio gli “altri capitoli di spesa”, come dici tu. Finora il mercato ha dimostrato che questo sforzo non consente di essere effettuato fuori da Milano. Se a questa tua proposta altre dieci persone si aggiungono dicendo… io anche ci sto per partecipare a Roma, e mette a disposizione la sua “quota economica”, stai tranquillo che la facciamo una tappa a Roma. Se però non ci sono almeno 10 persone che dicono così… (e poi sono disposte davvero a pagare la loro quota) noi non possiamo impegnarci a trovare la location, l’organizzazione e a pagare il nostro viaggio. Vogliamo dal mercato solo concretezza… e ti assicuro che se la troviamo siamo disposti a fare la nostra parte….

  4. Ammettiamo che dobbiamo potenziare il nostro linguaggio tecnico, mettiamoci anche tutto o in parte ciò che professionisti del cinema sanno fare, (e ci hanno messo anni per impararlo) ma noi, senza i clienti che ci hanno sempre chiesto di realizzare immagini ben pagate, senza art che hanno sempre tirato fuori il meglio da noi………. cosa sappiamo fare? cosa possiamo dire? non pensate che forse è arrivato il momento di investire (tanto il tempo c’è) in creatività?
    Penso che non sia solo un problema di convertire la nostra professione, ma piuttosto di cominciare a essere autori e produrre immagini o video che si voglia di alto livello………………. il mondo è pieno di immagini giuste e di video ben fatti, ma gli art delle agenzie internazionali vogliono di più da noi, vogliono un prodotto che colpisca il pubblico.
    Diamoci da fare (e parlo per me o di altri come me che lavorano da trentanni) investiamo in idee, come se fossimo in guerra alla rincorsa dell’immagine che vincerà il Word Press Photo.
    Complimenti Luca tu la tua guerra la vincerai, ora tocca a noi………….

    1. Verissimo, grazie per il tuo intervento.serve davvero – ora che il lato tecnico è in gran parte superato – puntare sulla
      Creatività e la capacità autorale… Che purtroppo scarseggia. E poi su una azione di marketing profonda e corposa…. Noi proviamo ad aiutare, a volte anche risultando noiosi !

  5. Ok, prendo atto… e mi adeguo.
    Da parte mia, proverò a venire su. E’ un peccato che vi siano così poche persone disposte ad investire su se stesse ma non si può criticare nessuno.
    Buona serata e a presto.

    1. Io se vuoi ci riprovo, a creare massa critica, penso a qualche soluzione, se poi non riesco vuol dire che o io o il settore non ce lo possiamo permettere. Grazie comunque per il
      Dialogo, a volte serve per riprovare e per ricredersi :-))

  6. Uno dei migliori Sunday Jumper Luca, davvero intetessantissimo, mi sto mordendo le mani perchè il 23 sono all’estero e non posso venire arghhhhh!! Spero ne facciate di altri sul tema!!

    Ciao!
    P.s
    “E’ visibile, acquistabile, in tutto il mondo, e già a creato interesse” HA creato interesse…non mi cadere sui verbi ausiliari :)

    1. Grazie Andrea, le bozze vanno corrette bene, hai ragione e chiedo perdono ;-)

  7. …faccio il copia e incolla di quanto hai scritto, ed è proprio vero
    ci sono fotografi che possono forse permettersi di fare questo lavoro senza guadagnare, …,
    io direi senza il FORSE
    caro Luca ,in questi ultimi due anni mi sembra che sia la cosa che piu’ danneggia chi come me appunto ha cercato in questi 12 anni di essere in regola, seguire la formazione ,avere attrezzature, un pi ccolo studio essere il vero professionista che TUTTI i giorni si alza e cerca di procurarsi il pane ,a volte con la cipolla , a volte con la bistecca e a volte solo pane , si aproprio questa
    negli ultimi anni ho assistito sempre di piu’ a questa valanga di FOTOGRAFI abusivi che crescono e si scopre fanno di primo mestiere l’idraulico, il dipendente pubblico, addirittura l ‘avvocato ,e poi come “passione” la fotografia dove ovviamente , non tediati da tutti i nostri problemi di tasse ,inps .studi di settore e quant’altro ci massacra la testa e demolisce qualsiasi idea creativa,
    rendono al meglio e a sua volta vengono chiamati da editori ,riviste,privati e quant’altro a produrre lavoro poi ,di indubbia qualità in alcuni casi ,ma che rovinano il mercato e noi fotografi professionisti.
    Spero , ma non ci credo proprio ,che il sig Monti voglia provvedere …un saluto Sandro Bedessi

    1. Mi riallaccio a quanto da te scritto e aggiungo:
      ci sono anche fotografi professionisti, o meglio, definiti tali perchè hanno aperto una partita iva e il negozietto sotto casa…ma che lavorano in maniera a dir poco indecente (a giudicare dai lavori esposti…che dovrebbero essere i migliori). In merito ai giovani fotografi che possono permettersi anche di non guadagnare:
      provate un pò a curiosare le biografie di molti vincitori o autori segnalati ad un famoso concorso indetto da uno dei maggiori colossi della fotografia C…n; ho visto progetti che hanno “costretto” il giovane autore a rimanere fuori casa (all’estero) per molti mesi (8-9…). Ora mi chiedo: tralasciando il momento di crisi attuale…in momenti “normali” quante famiglie “normali” possono permettersi di finanziare simili obiettivi?

  8. Ciao Sandro…ma stai parlando del mercato dei fotografi in campania!!??
    sembra che tu abbia scattato un’ottima fotografia del mercato che si vive da queste parti!

    1. caro Luigi eh no io sto in Toscana ma mi sembra che ormai sia un fenomeno di tutta ITALIA e mi rattrista abbastanza ciao ciao

      1. E’ questo il concetto… come vedete non siamo noi che “non ci occupiamo” delle altre regioni. E’ che non c’è partecipazione, quindi… qual è il senso?

    1. Quando ci sono almeno una decina di persone che garantiscono una loro partecipazione, a quel punto ci possiamo iniziare a creare il problema. Qui non si discuteva il “quando”, ma si mostrava che non c’è pubblico, che si contesta il fatto che facciamo i nostri eventi “a casa nostra” ma non si accetta il fatto che, purtroppo, non ci sono condizioni (e non per colpa nostra) per farli altrove… O almeno con la formula che proponiamo noi, che non chiede sponsorizzazioni e marchette, che non impone “consigli per gli acquisti” e che quindi chiede soldi per coprire i costi. E’ la realtà dei fatti, anche se non ci piace…

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