Più o meno un anno fa (più precisamente, il 28 giugno 2009), abbiamo pubblicato un SundayJumper dedicato all’annuncio della fine della commercializzazione del Kodachrome, la mitica pellicola che ha scritto anni e anni di storia fotografica. Oggi torniamo sull’argomento perché è successo… è stato sviluppato l’ultimo rullo da 36 pose, che è stato affidato a Steve McCurry (beh, forse è stato uno dei maggiori clienti di questo prodotto, forse se lo è meritato… in ogni caso l’ha chiesto lui), che ha detto che inizialmente aveva pensato di scattare queste ultime 36 fotografie storiche nei sobborghi di New York, ma poi ha pensato di usarla in India, per “raccontare” una tribù che, a sua volta, è sull’orlo dell’estinzione.

I fatti sono questi, e come abbiamo detto un anno fa, non siamo attaccati alle tradizioni: ci può dispiacere che un pezzo di storia stia finendo/sia finito. Ma non ci cambia la vita, anzi. Steve McCurry si lamenta che il digitale non ci lascia nulla tra le mani, solo degli hard disk, i negativi e le diapositive invece erano oggetti fisici… ma è solo un fiume di parole che passa silenzioso, che scorre e va via. Non sono attaccato a questo, meglio guardare al futuro: ho rispetto per il passato, ma sono per il guardare oltre, specialmente quando il parlare non porta a nulla (non è che il lamento riporterà indietro la produzione, non credo che ci sarà un altro “Impossible Project come quello che vuole far rivivere le Polaroid, e per di più il trattamento Kodachrome è stato riconosciuto come una delle nefandezze inquinanti che era giusto eliminare).

Al tempo stesso, era questa un’occasione ghiotta per un gioco da condividere con tutti voi e che consiste in questa domanda: come avremmo “sfruttato” questi ultimi 36 scatti, se la Kodak ce l’avesse consegnato, quell’ultimo, storico rullino di Kodachrome? Per quanto si possa non considerare il valore del passato, vale invece la responsabilità del presente e di quello che consegneremmo alla storia: se ne potrebbe fare una mostra, un libro, un evento (forse si farà, Steve McCurry è uno che sa “fare business”, non solo fotografie…). E qualcuno potrebbe indicare quelle foto per il valore simbolico: quelle sono le foto che hanno chiuso un’era. Abbiamo la prima foto scattata nella storia (quella di Niépce), non abbiamo la prima fotografia digitale, a dimostrazione che non c’è stato un primo muro abbattuto, ma un’evoluzione graduale, e però ci sarà l’ultima foto scattata col Kodachrome. Se l’avessimo scattata noi? Cosa avremmo immortalato, per chiudere un’era, oppure per essere sicuri che verrà garantita ai posteri?

E’ una disquisizione filosofica, da “siamo pronti per le vacanze“, ma ci ho pensato, e sarebbe bello che questo esercizio venisse condiviso e arricchito con la collaborazione di tutti… magari potremmo davvero farci qualcosa di carino, non per crogiolarci nel passato, ma per dare un segno. Allora,vediamo qualche idea?

1) 36 persone che rappresentano 36 razze e religioni dell’uomo, per fare una mostra che possa unirli tutti e facciano capire che siamo tutti parte dello stesso mondo, e che dovremmo essere uniti e non lontani

2) Raccontare una persona in 36 momenti della sua vita. Scadenza a parte della pellicola (questi limiti dell’analogico!), potrebbe essere una storia di u’intera vita, da bambino a vecchio. Una storia che, una volta sviluppato il rullino, ci racconta un film di una vita.

3) Fare un viaggio in 36 tappe differenti. Si potrebbe fare backstage con fotocamere digitali e videocamere, e poi “la foto” scattarla con la pellicola. Questo esercizio farebbe anche capire che dovremmo smetterla di scattare a vanvera: con la pellicola c’era la consapevolezza della preziosità dello scatto, c’erano solo 36 foto a disposizione, poi bisognava caricare un altro rullo, e questo voleva dire il doppio del costo. Oggi si scatta… tanto non costa nulla. Col cavolo! Costa in archiviazione, in selezione, in indicizzazione, in scelta, in remore del “non voglio buttare via nulla“…

4) 36 foto che il mercato non comprerebbe mai, perché non coerenti con le sue “esigenze”. Foto che sono frutto di sensibilità e non di “metodo”. Foto che non verrebbero accettate dal macro e dal microstock, che verrebbero bocciate da qualsiasi Picture Editor, che verrebbero gettate nel cestino da qualsiasi pubblicitario. Forse, tutte insieme, queste 36 foto potrebbero aprire un varco per far capire che spesso (troppo spesso) si usano schemi stantii, che si cercano e si commissionano sempre le stesse foto, che c’è bisogno di trovare nuove vie per far aprire gli occhi e il cuore della comunicazione.

5) 36 foto per  ritrarre tutte le persone che mi hanno salutato dicendo “ci vediamo”… e sapevo bene, proprio in quel momento, che non avrei più rivisto, oppure tutti quei luoghi che sapevo che non avrei più rivisto come li stavo lasciando, e tutti quelli – tornando indietro – che non avevo capito che sarebbero cambiati così tanto, al punto di non poterli riconoscere più

6) 36 foto di persone che dichiarano di amare la fotografia e che mostrano una foto (una stampa in mano, nel cellulare, sul computer) che è quella che amano di più al mondo: non importa che sia stata scattata da loro o da qualcun altro, la “Foto della Vita”.

Potremmo andare avanti all’infinito, sarebbe davvero bello che chiunque di voi aggiungesse, nei commenti, un’idea. Lo so, siamo a fine luglio e la voglia di staccare la testa è più forte… siamo deconcentrati, stiamo facendo la valigia… ma sarebbe bello raccogliere tante idee su come riempire questo ipotetico ultimo rullino di Kodachrome, e vedere come nascono le idee e come si sviluppano (letteralmente…). Dai, datevi da fare!

30 responses

  1. …scattare 36 Kodachrome in parallelo agli ultimi 36 scatti digitali…

    buone vacanze
    ciao

  2. …scattare 36 Kodachrome in parallelo agli ultimi 36 scatti digitali…

    buone vacanze
    ciao

  3. Carissimo Luca io sono uno dei pochi ( forse ) che non va in vacanza. Forse perchè abito sopra la splendida Fiesole sulle colline di Firenze a quasi 600 mt di altezza e qui fa davvero un bel fresco e sinceramente lanciarmi nella folla accaldata non mi aggrada per niente. Comunque fresco a parte vorrei raccontarti brevemente di due miei amici, uno con lo studio a New York ed un altro con lo studio a Berlino che ho sentito recentemente perchè se ne tornano un pò a casa in Toscana durante l’estate. Mi hanno raccontato che spesso usano ancora le pellicole. Ma non solo… mi dicono che altri colleghi non rinunciano a un 4 x 5 quindi tutta questa fobia per l’analogico mi sembra eccessiva o sbaglio? Possiamo dire che un bel panorama realizzato con una 6/7 Pentax è ancora assai difficile da imitare?? Oppure possiamo dire che uno still life 4 x5 di posateria in argento, per esempio, mica è tanto facile da raggiungere in digitale ( vedi riflessi ecc ecc ) ??? E tu che mi dici in proposito?
    Io scatto in digitale da qualche anno ma…

  4. Carissimo Luca io sono uno dei pochi ( forse ) che non va in vacanza. Forse perchè abito sopra la splendida Fiesole sulle colline di Firenze a quasi 600 mt di altezza e qui fa davvero un bel fresco e sinceramente lanciarmi nella folla accaldata non mi aggrada per niente. Comunque fresco a parte vorrei raccontarti brevemente di due miei amici, uno con lo studio a New York ed un altro con lo studio a Berlino che ho sentito recentemente perchè se ne tornano un pò a casa in Toscana durante l’estate. Mi hanno raccontato che spesso usano ancora le pellicole. Ma non solo… mi dicono che altri colleghi non rinunciano a un 4 x 5 quindi tutta questa fobia per l’analogico mi sembra eccessiva o sbaglio? Possiamo dire che un bel panorama realizzato con una 6/7 Pentax è ancora assai difficile da imitare?? Oppure possiamo dire che uno still life 4 x5 di posateria in argento, per esempio, mica è tanto facile da raggiungere in digitale ( vedi riflessi ecc ecc ) ??? E tu che mi dici in proposito?
    Io scatto in digitale da qualche anno ma…

  5. Ciao Giorgio,
    Se pensi che la fobia per l’analogico sia mia, ti sbagli. Io da 20 anni uso il digitale, e non conosco alcuna applicazione professionale che non sia di ricerca creativa che abbia “bisogno” di analogico. Proprio l’altro giorno parlavo con una persona della fantastica resa delle ottiche della Pentax 67 per il panorama e la fotografia di moda in esterni (i verdi dei prati della Pentax 67!!), ma non è colpa del digitale se Pentax non li ha adattati al digitale. In questi giorni è uscita la Pentax 645D, che potrebbe essere interessante (ne stiamo parlando con Fowa, che è il riferimento italiano). Per quello che riguarda il discorso posateria, invece, devo non essere per nulla d’accordo. Prima di tutto non ci sono problemi sui riflessi col digitale (che macchine usi, per avere problemi di questo tipo?), secondo la qualità del digitale nello still life è superiore al 4×5″ inteso come processo. Certo che se usi una compatta o una reflex amatoriale no, ma se usi strumenti professionali digitali, almeno professionali quanto un banco ottico (reflex professionali, medioformato digitale, dorsi) il risultato è comprovato come superiore nel sul flusso completo (e considera che ogni foto professionale ha una destinazione, che sia una stampa tipografica o similare), che prevede una scansione quindi, eventuali ritocchi con Photoshop (ormai assolutamente necessari) e quindi… no, non è più difendibile la causa dell’analogico migliore, davvero… ;-) Che poi ci sia passione per l’analogico, che si possa accettare la filosofia di McCurry dell’assenza dell’oggetto fisico, ma anche questo si riassume, ahimè, in feticismo. Che ci sta, ovviamente, ma non può far parte di un discorso tecnico e di qualità.

  6. Ciao Giorgio,
    Se pensi che la fobia per l’analogico sia mia, ti sbagli. Io da 20 anni uso il digitale, e non conosco alcuna applicazione professionale che non sia di ricerca creativa che abbia “bisogno” di analogico. Proprio l’altro giorno parlavo con una persona della fantastica resa delle ottiche della Pentax 67 per il panorama e la fotografia di moda in esterni (i verdi dei prati della Pentax 67!!), ma non è colpa del digitale se Pentax non li ha adattati al digitale. In questi giorni è uscita la Pentax 645D, che potrebbe essere interessante (ne stiamo parlando con Fowa, che è il riferimento italiano). Per quello che riguarda il discorso posateria, invece, devo non essere per nulla d’accordo. Prima di tutto non ci sono problemi sui riflessi col digitale (che macchine usi, per avere problemi di questo tipo?), secondo la qualità del digitale nello still life è superiore al 4×5″ inteso come processo. Certo che se usi una compatta o una reflex amatoriale no, ma se usi strumenti professionali digitali, almeno professionali quanto un banco ottico (reflex professionali, medioformato digitale, dorsi) il risultato è comprovato come superiore nel sul flusso completo (e considera che ogni foto professionale ha una destinazione, che sia una stampa tipografica o similare), che prevede una scansione quindi, eventuali ritocchi con Photoshop (ormai assolutamente necessari) e quindi… no, non è più difendibile la causa dell’analogico migliore, davvero… ;-) Che poi ci sia passione per l’analogico, che si possa accettare la filosofia di McCurry dell’assenza dell’oggetto fisico, ma anche questo si riassume, ahimè, in feticismo. Che ci sta, ovviamente, ma non può far parte di un discorso tecnico e di qualità.

  7. 36 scatti fantastici … ma mi porterei anche la digitale con una scheda di almeno 4GB perché se quei 36 scatti non sono così fantastici almeno posso scegliere con cosa sostituirli ;-)

  8. 36 scatti fantastici … ma mi porterei anche la digitale con una scheda di almeno 4GB perché se quei 36 scatti non sono così fantastici almeno posso scegliere con cosa sostituirli ;-)

  9. 36 cose che vorrei continuare a rivedere piu di 36 volte! avrei scattato come se fosse stato l’ultimo mezzo fotografico…c’avrei messo chi sa quanto tempo, 36 mesi!!

  10. 36 cose che vorrei continuare a rivedere piu di 36 volte! avrei scattato come se fosse stato l’ultimo mezzo fotografico…c’avrei messo chi sa quanto tempo, 36 mesi!!

  11. Mi piacerebbe vedere una fine che diventa un inizio.
    Una sorta di reincarnazione, così userei quel rullino per le prime 36 ore di vita di mio figlio.
    Quale modo migliore per onorare una “vita” che finisce con una che comincia?

    E’ un’idea uscita fuori impulsivamente, così la scrivo prima che la parte razionale cominci a limarla :-)
    A presto.
    S.

  12. Mi piacerebbe vedere una fine che diventa un inizio.
    Una sorta di reincarnazione, così userei quel rullino per le prime 36 ore di vita di mio figlio.
    Quale modo migliore per onorare una “vita” che finisce con una che comincia?

    E’ un’idea uscita fuori impulsivamente, così la scrivo prima che la parte razionale cominci a limarla :-)
    A presto.
    S.

  13. Cari Colleghi e Amici,
    la nostalgia per le cose passate non fa altro che procurare disturbi al sistema nervoso, a quello sentimentale ma anche a quello fisiologico. Non dobbiamo confondere quello che ci piacerebbe avere con quello che, invece, dovremmo utilizzare.
    Ritorna in discussione la capacità di rinnovarsi. Di adottare l’innovazione.
    L’errore di molti consiste nel ignorare che l’innovazione va seminata e non trapiantata.
    Io (scusate se uso un’esperienza personale ma, almeno ne sono certo) ho cominciato a seminare la mia innovazione nel ’80 quando acquistai il mio primo computer, allora chiamato calcolatore.
    Era un Triumph Adler. La tastiera era incorporata alla CPU e il monitor era un bel 10″.
    Interfaccia zero, schermo nero e per spostarsi nel programma (in linguaggi Basic, Kobol o Fortran) bisognava digitare una “stringa”.
    Pensate forse che io rimpianga quella “roba” anche se mi ha dato tanto?
    Abbiamo dei colleghi che sono ancora in lutto per il B/N, per l’E3 Ektakrome e forse anche per l’Eskimo.
    Non sono un tifoso della tecnologia ma ,essendo inciampato nella fotografia, quindi, senza manie e tradizioni,
    ho sempre considerato la fotografia un contenitore.
    Abbiamo colleghi che non sanno, ancora, che “fotografia” significa “scritto con la luce” e che la luce è il vero e unico strumento del fotografo. Tutti gli altri sono contributi e sostegni per realizzare, tecnicamente, un buona immagine.
    Io, oggi, dedico, nelle mie preghiere quotidiane, un pensiero agli autori del sistema operativo Mac, agli autori di Photoshop Adobe. A tutti coloro che hanno investito nella semina della Innovazione.
    Dobbiamo saperci muovere nel contesto in cui operiamo. Non in quello in ci piacerebbe tanto vivere.

    Buon lavoro a tutti.
    Riccardo

  14. Cari Colleghi e Amici,
    la nostalgia per le cose passate non fa altro che procurare disturbi al sistema nervoso, a quello sentimentale ma anche a quello fisiologico. Non dobbiamo confondere quello che ci piacerebbe avere con quello che, invece, dovremmo utilizzare.
    Ritorna in discussione la capacità di rinnovarsi. Di adottare l’innovazione.
    L’errore di molti consiste nel ignorare che l’innovazione va seminata e non trapiantata.
    Io (scusate se uso un’esperienza personale ma, almeno ne sono certo) ho cominciato a seminare la mia innovazione nel ’80 quando acquistai il mio primo computer, allora chiamato calcolatore.
    Era un Triumph Adler. La tastiera era incorporata alla CPU e il monitor era un bel 10″.
    Interfaccia zero, schermo nero e per spostarsi nel programma (in linguaggi Basic, Kobol o Fortran) bisognava digitare una “stringa”.
    Pensate forse che io rimpianga quella “roba” anche se mi ha dato tanto?
    Abbiamo dei colleghi che sono ancora in lutto per il B/N, per l’E3 Ektakrome e forse anche per l’Eskimo.
    Non sono un tifoso della tecnologia ma ,essendo inciampato nella fotografia, quindi, senza manie e tradizioni,
    ho sempre considerato la fotografia un contenitore.
    Abbiamo colleghi che non sanno, ancora, che “fotografia” significa “scritto con la luce” e che la luce è il vero e unico strumento del fotografo. Tutti gli altri sono contributi e sostegni per realizzare, tecnicamente, un buona immagine.
    Io, oggi, dedico, nelle mie preghiere quotidiane, un pensiero agli autori del sistema operativo Mac, agli autori di Photoshop Adobe. A tutti coloro che hanno investito nella semina della Innovazione.
    Dobbiamo saperci muovere nel contesto in cui operiamo. Non in quello in ci piacerebbe tanto vivere.

    Buon lavoro a tutti.
    Riccardo

  15. Ciao Luca, io sai cosa farei? Reinterpreterei la prima verifica di ugo mulas,l’omaggio a niepce.

    Saluti.

  16. Ciao Luca, io sai cosa farei? Reinterpreterei la prima verifica di ugo mulas,l’omaggio a niepce.

    Saluti.

  17. Cosa farei io?

    Fotograferei mia moglie e mia figlia 36 volte. Solo così sarei certo di non aver sprecato quegli ultimi, fatidici, scatti analogici.

    :)

  18. Cosa farei io?

    Fotograferei mia moglie e mia figlia 36 volte. Solo così sarei certo di non aver sprecato quegli ultimi, fatidici, scatti analogici.

    :)

  19. Luca, permettimi un fuori schema, che in ogni caso mi sembra in tema.

    L’ULTIMO KODACHROME
    E’ una femmina. Con passi lenti sorpassa il crinale e inizia a discendere verso di me. Poi si ferma. Sono certo che sta annusando l’aria, ma io sono sotto vento. Inginocchiato al riparo di un cespuglio a fianco di un tronco resinoso. Forse lei sta muovendo il naso. Non riesco a vedere, perché è troppo lontana. C’è poca luce nella foresta e se ne sta là, incorniciata da due abeti rossi. Una lama di luce le percorre il dorso. Nel mirino vedo che ha occhi grandi come perle nere. Corpo snello e zampe leggere. Non deve avere più di due anni. La inquadro, ma è davvero troppo lontana. Forza, piccola, fai qualche passo avanti. Dài, bella, dài. Come se mi avesse sentito, avanza di due metri e si blocca.
    Coraggio, bella, non posso e non voglio farti male. Voglio solo catturare la tua eleganza di cerva. China la testa, annusa il terreno, poi la rialza con movimento fluido e ritorna in posizione d’allerta.
    Come ti chiami? Come ti chiama il tuo maschio? Non credo che i cervi chiamino per nome le loro femmine. Ma siccome anch’io ti voglio possedere, ti do un nome. Il tuo manto è setoso, quasi lubrificato. Sono certo che odora di bosco, di muschio, di resina selvatica. Vorrei accarezzarti e sentire la tua pelle tremare e contrarsi, il tuo cuore battere rapido. Ma non riuscirò mai a farlo, hai troppa paura. Potresti essere nata nel giugno di due anni fa. Che ne dici se ti chiamo Seta di giugno? Mi sembra un bel nome.
    Sei in allarme. Muovi poco poco la testa a destra e a sinistra. Anche gli uccelli hanno smesso di fare i loro versi e questo ti dice pericolo. Ho paura che scappi, Seta di giugno.
    Armo la F2, metto a fuoco e clac! Ti ho presa! Nel silenzio, lo scatto dell’otturatore ti ha fatto irrigidire il collo e arretrare appena con la testa.
    No, Seta di giugno, stai lì. Calmati, piccola, calmati e vieni avanti. Ma non c’è verso.
    Nella posizione in cui mi trovo, il ginocchio sinistro inizia a farmi male, mentre il sudore scende negli occhi. Dovrei muovermi, ma non posso, scapperesti.
    Resisto. Devo resistere, se ti voglio.
    Lo sento, tra poco te ne andrai. E allora clac, clac, clac, anche se sei troppo lontana. Le mani mi tremano, devo usare tempi lunghi e tengo l’obiettivo appoggiato al tronco.
    Ora mi hai individuato e mi stai fissando. Ancora pochi istanti, poi ruoti sulle zampe posteriori e scompari in un lampo, come spirito del bosco.
    Mi rialzo per sgranchire le gambe. Ho la camicia completamente zuppa. Quasi certamente le foto saranno venute mosse. Ma almeno ti ho visto, Seta di giugno e per un po’ sei rimasta nei miei occhi. Ho goduto di te. Grazie.
    Esco dal bosco e torno sul sentiero sassoso. Ho la bocca secca. Trovo un corbezzolo. Colgo alcuni frutti, li spacco per succhiarli. Raggiungo la cima della collina dove ho lasciato l’auto. Dall’alto è come trovarsi su uno scoglio circondato da un mare verde, ondulato. Il sole tra mezz’ora tramonterà.
    © 2010 Massimo Angelo Rossi

  20. Luca, permettimi un fuori schema, che in ogni caso mi sembra in tema.

    L’ULTIMO KODACHROME
    E’ una femmina. Con passi lenti sorpassa il crinale e inizia a discendere verso di me. Poi si ferma. Sono certo che sta annusando l’aria, ma io sono sotto vento. Inginocchiato al riparo di un cespuglio a fianco di un tronco resinoso. Forse lei sta muovendo il naso. Non riesco a vedere, perché è troppo lontana. C’è poca luce nella foresta e se ne sta là, incorniciata da due abeti rossi. Una lama di luce le percorre il dorso. Nel mirino vedo che ha occhi grandi come perle nere. Corpo snello e zampe leggere. Non deve avere più di due anni. La inquadro, ma è davvero troppo lontana. Forza, piccola, fai qualche passo avanti. Dài, bella, dài. Come se mi avesse sentito, avanza di due metri e si blocca.
    Coraggio, bella, non posso e non voglio farti male. Voglio solo catturare la tua eleganza di cerva. China la testa, annusa il terreno, poi la rialza con movimento fluido e ritorna in posizione d’allerta.
    Come ti chiami? Come ti chiama il tuo maschio? Non credo che i cervi chiamino per nome le loro femmine. Ma siccome anch’io ti voglio possedere, ti do un nome. Il tuo manto è setoso, quasi lubrificato. Sono certo che odora di bosco, di muschio, di resina selvatica. Vorrei accarezzarti e sentire la tua pelle tremare e contrarsi, il tuo cuore battere rapido. Ma non riuscirò mai a farlo, hai troppa paura. Potresti essere nata nel giugno di due anni fa. Che ne dici se ti chiamo Seta di giugno? Mi sembra un bel nome.
    Sei in allarme. Muovi poco poco la testa a destra e a sinistra. Anche gli uccelli hanno smesso di fare i loro versi e questo ti dice pericolo. Ho paura che scappi, Seta di giugno.
    Armo la F2, metto a fuoco e clac! Ti ho presa! Nel silenzio, lo scatto dell’otturatore ti ha fatto irrigidire il collo e arretrare appena con la testa.
    No, Seta di giugno, stai lì. Calmati, piccola, calmati e vieni avanti. Ma non c’è verso.
    Nella posizione in cui mi trovo, il ginocchio sinistro inizia a farmi male, mentre il sudore scende negli occhi. Dovrei muovermi, ma non posso, scapperesti.
    Resisto. Devo resistere, se ti voglio.
    Lo sento, tra poco te ne andrai. E allora clac, clac, clac, anche se sei troppo lontana. Le mani mi tremano, devo usare tempi lunghi e tengo l’obiettivo appoggiato al tronco.
    Ora mi hai individuato e mi stai fissando. Ancora pochi istanti, poi ruoti sulle zampe posteriori e scompari in un lampo, come spirito del bosco.
    Mi rialzo per sgranchire le gambe. Ho la camicia completamente zuppa. Quasi certamente le foto saranno venute mosse. Ma almeno ti ho visto, Seta di giugno e per un po’ sei rimasta nei miei occhi. Ho goduto di te. Grazie.
    Esco dal bosco e torno sul sentiero sassoso. Ho la bocca secca. Trovo un corbezzolo. Colgo alcuni frutti, li spacco per succhiarli. Raggiungo la cima della collina dove ho lasciato l’auto. Dall’alto è come trovarsi su uno scoglio circondato da un mare verde, ondulato. Il sole tra mezz’ora tramonterà.
    © 2010 Massimo Angelo Rossi

  21. Beh, Massimo: grazie delle parole, sempre apprezzato… e mai realmente fuori schema. In ogni caso, qui di schemi non ce ne sono… quindi .. ;-)

  22. Beh, Massimo: grazie delle parole, sempre apprezzato… e mai realmente fuori schema. In ogni caso, qui di schemi non ce ne sono… quindi .. ;-)

  23. L’ultimo rullino Kodachrome l’avrei mantenuto, intatto, in un qualche cassetto del frigorifero… se la fotografia è (anche) feticismo, che lo sia sino in fondo. O no?

    :)

    Cordiali saluti

    1. avrei fotografato i ripiani delle librerie dove tengo i volumi di ‘immagini e quelli di riflessione teorica sulla fotografia, per fissare su una pellicola – che ho amato usare in molti casi – le origini storiche e tecniche dei miei personali risultati

      Emilio de Tullio

  24. L’ultimo rullino Kodachrome l’avrei mantenuto, intatto, in un qualche cassetto del frigorifero… se la fotografia è (anche) feticismo, che lo sia sino in fondo. O no?

    :)

    Cordiali saluti

    1. avrei fotografato i ripiani delle librerie dove tengo i volumi di ‘immagini e quelli di riflessione teorica sulla fotografia, per fissare su una pellicola – che ho amato usare in molti casi – le origini storiche e tecniche dei miei personali risultati

      Emilio de Tullio

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