Bizzarro, mi trovo a distanza di quindici giorni, a parlare di nuovo di McDonald’s, ma ci serve per parlare di un fenomeno che è davvero interessante, che sta diventando sempre più seguito dai grandi del mercato. Si tratta di un meccanismo che avvicina brand (e qualità) finora rivolte ad un pubblico molto selezionato e in grado di pagare cifre spesso proibitive, a “tutti”. Forse la prima ad esplorare questa soluzione è stata la catena di abbigliamento H&M, che affida ad importanti stilisti (o a popolari personaggi, come Madonna per esempio) delle collezioni a “tiratura limitata” ma ad un prezzo molto “popolare”. Lo stesso sta accadendo in questi giorni proprio con McDonald’s che ha affidato al grande maestro della cucina italiana, Gualtiero Marchesi, la ricetta per un panino e per un dessert che potesse unire la tradizione dell’alta cucina italiana con quella del fast food per eccellenza. Sono nati, quindi, due proposte: quella attuale, e disponibile fino al 26 ottobre, che si chiama “Vivace”, con spinaci cotti saltati al burro, cipolline stufate, una croccante fetta di bacon sottile e maionese aromatizzata alla senape e pane con semi di girasole e quella di un altro menù per il mese di novembre.

Saranno in molti, probabilmente, a commentare: io da McDonald’s non ci vado, si mangia male, non è nella “mia cultura”, o addirittura segnaleranno anche motivazioni di tipo etico, politico, “anti-global“. Spero che venga compreso il messaggio interessante, che non deve portare necessariamente all’andare in un ristorante per assaggiare il panino di Marchesi, ma a trovare l’ispirazione per capire quanto sia strategico guardare “oltre” il proprio “orticello”. Essere in grado di rivolgersi ad un pubblico molto allargato è sintomo di intelligenza, e anche di “cultura”: troppo facile rimanere ancorati ad un ambiente autoreferenziale, dove tutti parlano di cose che conoscono, che si capiscono, che non si “mischiano” con le “masse”, che hanno la puzza sotto il naso. Più difficile confrontarsi con un pubblico che è più difficile da catturare perché più distratto e meno capace di andare a fondo alle cose, abituato ad “urlare” invece che sussurrare, ai colori saturi e non alle sfumature, allo schiaffo e meno alla carezza. La sfida non è essere il migliore tra i migliori, ma essere compreso da tutti, e ancor di più contribuire alla crescita di tanti.

Quanti saranno coloro che prenderanno in giro il grande Gualtiero Marchesi, per essersi “abbassato” al ruolo di “paninaro”? Io credo che – senza considerare l’elevato ritorno economico che avrà avuto – sia stato un gesto di grandissima intelligenza, e avrà potuto far capire la differenza tra un approccio di “lusso” anche in un ambito così “popolare”: è evidente (ho provato, cerco sempre di non parlare per “sentito dire”). E credo che quindi se si vuole portare un pubblico che per vari motivi (economici, culturali, sociali, geografici) non ha avuto la possibilità di assaggiare gusti, sapori e raffinatezze di alto livello a volere approfondire, studiare e crescere, questa potrebbe essere la strada giusta.

Certo, alla base di tutto c’è solo un’operazione di business e di strategia, che usa il “brand” come elemento di attrattiva: nella moda, poter avere un “Versace” a basso costo porta a fare la coda di un giorno davanti a H&M, un meccanismo che porta a sicurezze sociali se si indossa un marchio… ma c’è qualcosa di più: un  concetto di esclusività che non ha come “muro” il costo, ma semmai l’intraprendenza nell’essere riusciti ad accaparrarsi il maglioncino o le scarpe che dopo un giorno erano già esauriti. Ci sarebbe molto da dire, e anche da combattere: come sarebbe bello poter far comprendere i veri valori della vita, che non sono solo quelli di una targhetta o di un nome, ma vorremmo puntare su sfumature che non hanno a che fare con questi discorsi che, alla fine, poco servono (e che si fanno da sempre: si passa dall’essere vittime all’essere critici dello stesso fenomeno. Come diceva “Bocca di Rosa“, la canzone memorabile di De Andrè: “La gente da’ buoni consigli se non può dare più il cattivo esempio“).

Vogliamo pensare al nostro settore, che viene sempre meno considerato come professione e come forma di cultura, e ci viene da dire che sarebbe bello creare occasioni dove la “qualità” venga portata a tutti, che possa essere una forza per coinvolgere e non solo per “differenziarsi”, per unire e non per creare caste di utenti. Sono sempre più convinto che  l’intelligenza di massa sia da riconsiderare meglio (o iniziare a considerare). Troppo spesso, si valuta che ci siano livelli di utenti: la massa becera, e l’elite dei benpensanti. Spesso, invece, se la “massa” non riesce a seguire concetti e raffinatezze elevate, il problema non è dato dalla mancanza di “intelligenza”, ma da una carenza di comunicazione, da un dialogo che non inizia e che non riesce a superare un muro molto spesso. Se siamo così tanto “colti e capaci”, perché non riusciamo a sfondare queste barriere? E’ un compito nostro, se davvero siamo “più preparati”, altrimenti vuol dire che siamo noi a sbagliare qualcosa. Se si accettano fotografie pessime a tutti i livelli, vuol dire che nessuno è in grado di distinguere la differenza. Che fare? Il pensiero è quello di fare come McDonald’s e H&M: proporre altissimo livello ad un pubblico allargato, con fatti e non solo con parole, perché solo un’evidente differenza tra bassa e alta qualità potrà fare la differenza. Il panino Vivace di Marchesi è più buono, diverso, originale, ben studiato… chi lo assaggia scopre nuovi gusti. Le nostre foto – di alta qualità e di grande professionalità – sono davvero di un livello “emozionale” molto superiore? Se lo sono, le persone capiranno, se avranno la possibilità di scoprirle, se saremo in grado di avvicinare un pubblico allargato e parlare la loro stessa lingua.

Dannatamente difficile, vero? Si, lo sappiamo. Ma c’è prima di tutto l’esigenza di superare la barriera (facile) del mettersi in disparte, di avvolgerci con la meravigliosa e calda coperta che giustifica il nostro mancato successo dando colpa agli utenti che “non capiscono”. I maggiori successi dell’ultimo periodo sono nelle mani di chi ha trasformato un orologio di plastica in un oggetto più prezioso di quelli in oro (Swatch), un cellulare in una fotocamera prestigiosa, un’app da pochi centesimi in fenomeno culturale per l’immagine. Dobbiamo andare incontro al mondo, e non chiuderci in una solitudine che può solo portare a insoddisfazione, umana ed economica e ad una rigidezza che non ci permetterà di assorbire, amare e condividere il mondo che abbiamo attorno. La creatività, l’arte, la comunicazione sono “mestieri” o “missioni” che non possono avere un riscontro se non contaminandoli dalla realtà che ci circonda, anche se a prima vista potrebbe non piacerci. Ci vediamo da McDonald’s per mangiare un panino, e ne discutiamo? ;-)

Update: Dopo vari commenti che parlano di “panini”, vorrei richiamare l’attenzione al tema di questo Sunday Jumper, facendovi qualche domanda:

1) Parliamo di panini e di McDonald’s?

La risposta è NO

2) Tentiamo di convincere le persone ad andare ad acquistare e consumare un panino?

La risposta è NO

3) Cerchiamo di minare la tradizione della cucina italiana?

La risposta è NO

4) Abbiamo FORSE usato la metafora del panino per parlarvi di un argomento che è l’arroccamento di molti verso un ambiente “amico” che capisce la nostra “qualità” e anche le nostre “frustrazioni”?

La risposta è SI

Sono costretto a fare questo update perché non voglio passare la giornata a difendere la qualità (o la non qualità) dei panini di McDonald’s, cercavo di andare più a fondo, e come spesso accade cerco una strada “easy” per farlo. Evidentemente la tematica usata come metafora scalda gli animi più di quello che volevo approfondire, ma così si rimane in superficie, ed è quello che purtroppo accade in tante situazioni. Se volete continuare a commentare sulla cucina di McDonald’s fate pure, però forse ci stiamo perdendo un’occasione più succulenta…

20 responses

  1. Grazie, ma non da McDonald’s per mangiare un panino. Esistono degli spartiacque. non amo i “luoghi” Mc Donald?s, non mi piace il fast-food, preferisco discutere in altri ambienti più tranquilli. Non esiste solo il mondo “dove va”, esiste anche una capacita percettiva, un gusto faticosamente coltivato ed acquisito, una coscienza. Giusto confrontarsi, va bene la contaminazione, ma: non perdere coscienza e facoltà che sono nostro patrimonio.

  2. Perché guardare oltre fa perdere la coscienza? Basta un “morso” per tradire decenni di “gusto coltivato e acquisito”? Il confronto? l’analisi della tematica affrontata? E comunque, forse ti sei perso il senso del discorso, che non è certo quello di “mangiare un panino”…. Dai Paolo, rileggi…. ;-)

  3. Caro Luca, proprio ieri quando ho visto la pubblicità ti ho pensato ;-)

    Ho lavorato tanti anni nel campo del design industriale italiano. Quello considerato d’elite, dei Compassi d’Oro e dei Saloni del Mobile. Quel design che non è mai riuscito a diventare popolare tutt’al più un fenomeno che si associa al fashion e a quell’idea di Made in Italy con cui c’entra per modo di dire. Un po’ è colpa dell’industria perché fare mobili non è come realizzare bottigliette di cocacola, la componente artigianale è enorme, spropositata rispetto al nome cui si riferisce e non è cresciuta. Un po’ anche dei “designer/Gualtiero Marchesi”, perchè si sono adeguati e mai sdoganati da quel modo di comunicare anni ’60.
    Alla fine è arrivata Ikea, con le sue cineserie e con le sue dritte furbe e intelligenti. Ma chi ha fatto da quella là il Gualtiero Marchesi o il Versace della situazione? Nessuno. E la cosa triste sta nel fatto che i progettisti italiani disegnerebbero per gli Svedesi, è che a questi non passa nemmeno per l’anticamera del cervello di proporglielo. Non ne hanno bisogno, hanno creato un mercato, un concetto di industria dell’arredamento differente e una cultura popolare tutto da soli! E funziona…
    Non sono un’ aficionada di Mc Donald’s ma, come per Ikea, capita di farci un giro e valutare. Non tanto per mangiare un burger ma per realizzare cosa cambia. E hai ragione, Luca, vietato arroccarsi!

  4. Di solito evito i mcdo come la peste, ma domenica scorsa mi ci sono fermata apposta proprio per provare questo panino. Risultato (prevedibile): una vera schifezza, altro che scoprire nuovi gusti! Gli spinaci erano acquosi, le cipolle mollicce, il bacon croccante una suola, la senape non era in grani, la carne segatura. In più sono uscita con i capelli e i vestiti puzzolenti. Mi è venuto in mente ratatouille, con lo chef skinner e i suoi burritos marchiati gusteau. D’altra parte marchesi non è nuovo a queste operazioni, ci aveva già provato una ventina di anni fa con una linea di surgelati per la findus. Ora, io non sono contraria al fast food in assoluto. Se un hamburger è ben fatto, lo mangio anche volentieri e mi piacciono anche il kebab e la pizza. Non ne faccio neanche una questione politica e non vado a scomodare l’imperialismo usa e la globalizzazione. Semplicemente i McDonald sono disgustosi e il panino targato marchesi non è un tentativo di offrire un prodotto di qualità a un prezzo popolare, ma una somma presa per i fondelli. Così facendo, la “massa” non si avvicinerà mai al concetto di qualità. Il signor ikea, a confronto, è un benefattore dell’umanità.

  5. Lucia, se effettivamente il panino di Marchesi fa schifo, hai ragione in tutto, ora sono meno curioso di assaggiarlo, forse lo farò.

  6. Complimenti per lo spazio che offre notevoli spunti di riflessione!!
    Sono profondamente d’accordo sulla necessità di non arroccarsi, di confrontarsi con un pubblico più difficile, a volte più superficiale, contribuendo così ad una cultura che non sia di urla, colori forti e schiaffi ma profondamente diversa.
    L’incontro di conoscenze ed esperienze diverse è fondamentale per la cultura.
    Concordo pienamente che il da farsi è proporre altissimo livello ad un pubblico più allargato ma questo non è certo ciò che fa Mc …. “Il panino Vivace di Marchesi è più buono, diverso, originale, ben studiato… chi lo assaggia scopre nuovi gusti”…il panino Vivace sarebbe tutto ciò che tu dici se fosse fatto con prodotti (spinaci, olio, bacon) di prima qualità e non quelli usati da Mc.
    L’alta cucina Italiana è fatta da ottimi cuochi/e e da prodotti di prima qualità (le sole ricette non bastano) , quando Mc li proporrà entrambi (a costi accessibili) si che starà offrendo prodotti di alto livello ad un pubblico più vasto contribuendo ad una cultura culinaria di alta qualità.

  7. Come potrei non essere d’accordo con Luca? Sì, io amo la tradizione ma quando va di pari passi con i tempi e se ci lamentiamo della Chiesa che segue i canoni dei secoli scorsi allora poi non possiamo lamentarci del fatto che a volte ci arrocchiamo a ciò che ci è più caro senza una vera ragione di fondo..
    Del resto, per esempio, io amo la cultura ed il modo di proporre idee semplici ma innovative di Slow Food ma poco ho apprezzato l’accordo di collaborazione e sponsorizzazione di Eataly..poichè proprio slow food dice che per mangiare bene non c’è bisogno di spendere una fortuna poiché si può attingere dall’orticello del vicino(e non è quello di cui Luca parla :P ) consumando frutta e verdure a km0 e allora non si capisce perché debba spendere una fortuna per comprare e mangiare da Eataly, quando le stesse cose le compro da un supermercato o un produttore di fiducia. L’idea che fanno passare è che per mangiare bene e poter carpire i “giusti gusti”(perdonatemi il gioco di parole) c’è bisogno di essere ricchi, appartenenti ai pochi eletti che capiscono di cibo,perché se non compri la pasta a 7 euro al kg non sei abbastanza eletto.
    Diciamo che una delle aziende che ha promosso, nell’ambito della fotografia, una cultura della qualità a mio avviso è Airbnb. Luca la conosci,no?

  8. Carissimo Luca,
    credo che nella vita si debba valutare tutto, mai arroccarsi ne auto imporsi dei limiti,
    si devono solo seguire delle regole al fine di non ledere nessuno,
    cercare di creare al massimo livello, deve essere l’ambizione di ognuno, senza pregiudizi ne critiche a chi non segue i tuoi stessi fini o fa le tue stesse scelte,
    occorre considerare che la vita è continua ed infinita ricerca,
    ecco perchè accetto le tue considerazioni : perchè devono cercare di stimolare in noi l’esame di tutto ciò che si sviluppa oggi come ieri nella nostra società ed i metodi utlizzati da grandi industrie non tanto per promuovere un prodotto ( Marchesi – Toscani) ma per stimolare il pubblico;
    ti lascio con una sintesi che trovai in un testo di Italo Calvino :
    La vita di una persona consiste in un insieme di avvenimenti di cui l’ultimo potrebbe anche cambiare il senso di tutto l’insieme.
    Ciao Marco

  9. Certo, probabile, non aggiungeró nulla alla discussione. Ma, di fatto, trovo questo scritto davvero intelligente e ricco, davvero ricco di energia e di spunti riflessivi intriganti. Trovo che superare le trincee che la propria cultura permette a noi stessi di scavare, anche faticosamente, sia tra le cose più complesse, ma senza dubbio tra le più sintomatiche di curiosità e tutto sommato di intelligenza. Uscire dalle mura che ci danno certezza potrebbe essere come violentare la parte più intima di sè stessi, complesso, senza dubbio, ma forse davvero una delle chiavi per salvare noi stessi. Non necessariamente parlo di professione, ma di atteggiamento nei confronti della vita. Semplice non lo è di certo, ma una volta fatto il tentativo si potrà sempre rientrare fra le mostre 4 pareti, magari più ricchi ostato più convinto delle proprie cose. Hai citato de andre, io citerei battiato

  10. Luca il tuo ragionamento mi piace.
    Sarebbe bello che buon gusto e la qualità fossero conosciuti ed spore satira tutti.
    Credo peró che stiamo parlando di utopia.
    Alcuni esempi:
    -La maggior parte delle persone dimostra buon gusto nel vestirsi e nella scelta di accessori?
    Direi di no.

    -la maggior parte delle persone legge? Guarda film che non siano il cinepanettone? Ascolta musica di un certo livello o si limita agli ultimi tormentoni? Passa le domeniche alle mostre o nei centri commerciali? Cosa regala per natale ai figli?

    Sono alcuni esempi le cui scelte non dipendono dalle disponibilità economiche.

    La maggior parte delle persone se spende soldi per un capo griffato compra un capo con il marchio ben in vista o senza il marchio visibile?

    Voglio dire, ci sarebbe, anzi c’ è la possibilità di vivere la qualità, la cultura e il buon gusto a qualunque livello economico sociale si appartenga, è solo una questione di scelte.

    Altra domanda, in pratica come risolveresti la questione che hai sollevato?
    Facciamo foto di alto livello a prezzi bassi e le proponiamo a tutti? Mi sembra che il mercato stock offra proprio questo, il flottato che si butta nello stock Market è un piccolo hm, Gualtiero marchesi, ikea.

    Oppure dobbiamo abbassarci le mutande e i prezzi quando ci vengono commissionati i lavori? Prova a chiedere al signor ikea di arredartii la casa con pezzi unici e qualitativamente elevati. Credi che spenderai poco?

    Possiamo cercare di far entrare le masse nel mondo del colto e bello, e direi che è quasi impossibile riuscirci, ma dobbiamo anche svenderci una volta che saremo apprezzati da tutti? Ci troveremo a lavorare 20 ore al giorno incassando cifre che non ci permettono nemmeno di ammortizzare le spese.

    Per concludere, anche perché sto rompendo le palle, creso che l’ unico modo per essere apprezzati dalle masse sia diventare un brand, ma non saremo capiti e apprezzati per quello che produciamo, saremo solo il montone seguito dal gregge di pecore.

    O forse dico questo perché non ho interpretato bene le tue parole?

  11. Sarà un caso ma proprio ieri ero in un negozio di abbigliamento x bimbi che organizza saltuariamente eventi fotografici a discutere della possibilità di partecipare in veste di fotografi ad uno di questi. Sono partito scettico e sono uscito invece esattamente con l’idea di cui parli tu in questo SJ: le foto fatte fino ad ora in quel contesto sono banali, poco curate, senza post produzione, eppure i bimbi che vi partecipano sono pieni di entusiasmo…perché non fargli vedere la differenza x una volta tra una foto mediocre ed una curata nella preparazione nella composizione nella post produzione ecc.? Scommetto, ed e’ una sfida che ormai ho accettato, che quando avranno entrambe le foto davanti capiranno. E mi sembra calzante con quanto diceva Luca: “abbassare” (allargare) per una volta il proprio target senza abbassare la qualità per far “toccare” con mano la differenza. Io sono fiducioso che qualcuno capirà’, anche se non tutti. E fossero anche solo 2 su 10 per me sara’ un successo

  12. Ciao a tutti, a me sarebbe venuto in mente di proporre una sorta di giornata della cultura fotografica, come fanno i dentisti per l’igene orale, una prova per tutti, o una serata per tutti, per spiegare a chi voglia partecipare cos’è la fotografia, cos’è diventata e quali sono le basi per guardare un’immagine ma deve essere proposta e promossa da noi fotografi, tutti assieme o almeno un gruppo rappresentativo, meglio se disomogeneo, bellissimo anche poter fare mostre in negozi ke siano diversi dai nostri, un bell’esempio è “Bassano fotografia” dove le mostre sono diffuse e spalmate in tutta al città, dove si è cercato di scremare ma anche di assemblare tutti i generi, le provenienze e le professionalità oltre ke le varie epoche
    Sono comunque pienamente d’accordo, il centro è la comunicazione verso tutti e la giustificazione a non fare è frutto di fallimenti che altri vogliono imporci e per i quali spesso non nogliamo prendere posizione.
    L’area di conforto, anche se sempre più piccola, diventa il nostro rifugio e non ci accorgiamo che si tratta di una prigione. A me piace molto questa frase di T. Harv Eker “carica, spara, prendi la mira”, subito sembra sbagliata ma è proprio così. Se non siamo pronti anche a sbagliare, quando agiremo e soprattutto quando potremmo correggere i nostri errori dai feedback delle nostre azioni?
    Grazie Luca delle tue brillanti riflessioni e alle prossime

  13. Premetto che concettualmente mi piace quello che scrive Luca (sempre ottimista e propositivo).
    Ma in questo caso, a voler essere pragmatico, il tuo pensiero forse è troppo ottimistico (perdonami). E lo dico con una certa amarezza.
    Faccio un esempio estremizzando:
    Secondo voi se entrate da McDonald e regalate ai clienti un buono per una cena per due in un ristorante di Gualtiero Marchesi (o un ristorante in cui si mangia altrettanto bene ma che comunque è fuori dalle loro disponiblità economiche), quanti accetteranno l’invito e sfrutteranno il buono? Direi quasi tutti (a parte gli irriducibili ottusi … che forse che non sono neanche tanto pochi).
    Ok piantiamola con McDonald ed i suoi panini, rigiriamo lo stesso identico esempio nel campo della fotografia.
    Posso garantire che se mi presento da un cliente (mi occupo principalmente di fotografia d’architettura, di interni e di Virtual tour), e gli faccio vedere i miei lavori, gli dimostro che le mie immagini promuovono la sua attivita (ad esempio un Hotel non proprio di lusso) molto meglio delle foto fatte da lui o dal nipote che si è comprato la digitale da Mediaworld…e gli propongo il servizio gratis: ACCETTA SENZA OMBRA DI DUBBIO!!
    Tante grazie, non è mica scemo, la vede anche lui la differenza tra le foto fatte da un professionista e quelle fatte “in casa”.
    Ma…tutto cambia se le deve pagare!! (e vi assicuro che le mie tariffe sono davvero ragionevoli…pure troppo).
    A quel punto il suo interesse per la cosa svanisce…e torna nella schiera di quelli che si accontentano serenamente di un panino di McDonald.

    Se l’intento è una missione social/culturale per avvicinare la gente “comune” alla fotografia di “qualità” è sicuramente utile e lodevole, ma se la cifra massima che è disposta a pagare non mi copre neanche le spese…resta solo una lodevole missione.

  14. Io non voglio parlare di panini, anche se data l’ora ne sbranerei uno… vorrei solo segnalare che la strategia commerciale di grandi aziende dedite alla produzione/vendita di massa di associare parte della loro produzione a grandi nomi di elite non è poi così nuova…
    Già 7 o 8 anni fa, alcune case costruttrici di COLTELLI (di vario tipo) a basso costo hanno cominciato a far disegnare lame e meccanismi da alcuni grandi artigiani di fama mondiale, commercializado poi dei coltelli costruiti da xxx disegnati dal grande yyy. Visto che il mercato di coltelli e coltellinai è una nicchia abbastanza ristretta, trovo strano che i grandi marchi abbiano tardato così tanto a mettere in campo tale strategia…
    Saluti a tutti.
    PS: grande Luca per tutto quel che fai…

  15. Ciao,
    anticipo con il segnalarti un piccolo problema che credo di aver riscontrato in questo blog. A volte inserisco dei commenti che compaiono “in attesa di moderazione”. Altre volte invece inserisco il commento ma non compare nulla…. provo a reinserilo e mi viene detto che già esiste un commento simile e poi non vedo mai comparire il mio commento… boh!

    Tornando a noi.
    Se il concetto che volevi esprimere è “…perché solo un’evidente differenza tra bassa e alta qualità potrà fare la differenza” io ti rispondo che basta farsi un giro su iStockPhoto per trovare delle foto, e degli autori, che producono del materiale che ritengo SPETTACOLARE e che viene venduto a pochi euro. E nonostante in Italia ancora ci sia questa puzza sotto il naso riguardo a queste politiche di vendita rimane comunque il fatto che questi autori riescono a vendere queste foto anche 5-600 volte, se non migliaia di volte, generando guadagni che il fotografo di provincia si sogna.

    Insomma… come dici tu, se la differenza qualitativa esiste viene premiata.

  16. @Alessio: ricevuto e pubblicato subito. I commenti sono moderati (non censurati, solo moderati!) e quindi magari non riusciamo ad approvare in tempo reale. Se ti risultano commenti non pubblicati forse c’è stato qualche disguido tecnico lato nostro o tuo… facci sapere, il parere degli amici lettori ci interessa ;-)

  17. Mi scuso con Luca Pianigiani e con tutti i partecipanti se il mio intervento (ore 19.41) possa in qualche modo aver contribuito a spostare la discussione sul piano gastronomico-culinario, non era quella l’intenzione bensì concordare su un argomento e non concordare su un altro (entrambi non si riferivano alla cucina ma alle scelte che un artista può fare e a come queste scelte possono essere portate avanti).
    Grazie per lo spazio.

  18. io non sono esperto di mercati e di globalizzazione, mi chiedo però una cosa cercando di usare il buon senso:
    se tutti i fotografi bravi si mettessero a fare fotografie a prezzi stracciati, diventerebbero tutti ricchi?
    come sarebbe possibile? bisognerebbe che masse enormi di persone si mettessero a comprare foto d’autore come se fossero le figurine Panini, perché le dovrebbero comprare? per riempire le pareti di casa?per fortuna io faccio foto commissionate dalle aziende, foto che non possono trovare in nessun microstock.
    me le chiedono perché sono capace di farle e a loro servono, punto e basta, abbassare i prezzi non mi farebbe aumentare la clientela, quella aumenta con la qualità e di conseguenza aumentano i costi, le modelle migliori, i truccatori più capaci, locations lussuose o esotiche, ecc.
    la fotografia è un mondo molto vasto e le nuove tecnologie ci danno molte nuove e ulteriori possibilità, ma queste non annulleranno tra le vecchie logiche quelle che funzionano, perché per fortuna tra i professionisti veri vale ancora il detto cà nisciun’è fesso

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