Autenticità, il ruolo per il futuro dell’immagine (e dei suoi professionisti)

Autenticità falsità_Trend_Comunicazione_Gen ZMarkus Spiske

Nei primi passi della manipolazione dell’immagine digitale (che, lo ricordiamo, ha fatto i suoi primi passi ancora negli anni ’70, tecnologie che arrivavano dalla ricerca di analisi elettronica che provenivano da ambiti vicini al militare, non a caso geolocalizzate in aree molto calde: USA, Israele, Russia), è nata una discussione accesa che riguardava l’etica. Finché si giocava sul sostituire, nella fotografia di un panino, il prosciutto con del formaggio, per esigenze di rispetto della cultura religiosa di alcuni Paesi (una pubblicità famosa di Coca Cola), tutto ok, ma quando per esempio il National Geographic si è permesso di “avvicinare” leggermente due piramidi nella foto di una copertina per una semplice esigenza grafica, si è creato un caos e una polemica senza fine: manipolare significava, già all’epoca, mentire agli occhi delle persone, dei lettori, del pubblico, e… non era accettato.

Sulla questione della manipolazione, che ha portato a invocare per avere dei “bollini di certificazione” da parte di realtà vicine al fotogiornalismo “puro”, è stato scritto (e abbiamo scritto, per esempio qui, ma è solo uno dei tanti articoli scritti negli anni) chilometri di inchiostro, vero o digitale. Ma non ha senso, nell’era attuale, tornare alle tematiche di base, è necessario andare oltre, mirando all’autenticità delle informazioni, al fatto che viviamo in bolle virtuali che non solo ci raccontano “realtà alternative” (come disse l’amministrazione Trump, l’indomani dalla festa di insediamento, una frase così “assurda” da diventare un topic di Wikipedia) . Siamo andati oltre al “falso”, al “manipolato: non sono fatti isolati, tutta la nostra vita rischia di essere controllata e governata da un mondo costruito attorno a noi, dove nemmeno percepiamo che siamo ormai solo personaggi di una storia che hanno scritto per noi: big data, algoritmi, giardini recintati (Facebook, Instagram…) che di fanno “giocare” promettendoci tutto dal punto di vista delle apparenze, e sempre meno (nulla?) da quella della sostanza.

Bisognerebbe parlarne a lungo, ma non abbiamo a disposizione (al momento… chissà in futuro) un libro da scrivere. Quello che vogliamo mettere in luce è che qualcosa sta cambiando. Le nuove generazioni (nate dopo il 1997), quelle che non sono state “cambiate” a causa delle rivoluzioni digitali, perché le hanno vissute con maggiore normalità, sono già nate digitali, stanno mostrandoci un approccio meno ingenuo e più consapevole, e chiede maggiore concretezza e si dedica più a tematiche sociali che non a seguire le “masse” e si sta allontanando dai social network (o quantomeno li usa in modo diverso), vuole vivere con i “piedi per terra”, un approccio che porterà a ritrovare un equilibrio che, chiaramente, le generazioni attuali – dai vecchi babbioni ai Millenial – hanno perso. Cambierà tutto, torneranno i fatti, non quelli alternativi, e la manipolazione verrà smascherata: cambierà il modo di comunicare, di posizionare i brand, ma cambierà anche la politica, la società. Chi ha un ruolo in questo mondo (chi fa comunicazione, chi produce contenuti, specialmente visuali) dovrà fare i conti con questa esigenza e con questo approccio. Dopo anni in cui tutto si è concentrato sulla “manipolazione”, sulla finzione, la parola d’ordine sarà l’autenticità. Un mondo senza “Photoshop”, per banalizzare (davvero tanto… ovvio che la manipolazione dei pixel è purtroppo solo la superficie del problema). E non ci stupisce che proprio da Adobe (non è vero… arriva dalla ricerca universitaria, ma è stata pubblicata sul blog di Adobe) arriva una ricerca che parla del come l’intelligenza artificiale interverrà per dirci quando un viso è stato “manipolato”, che sarà un’arma per mettere in evidenza la falsità: tutti possono essere “belli” con un “fluidifica” e con un timbro clone, peccato che tutti quindi possono essere uguali, e non sarà più una notizia, un punto di arrivo, una differenziazione: oggi è così, i selfies, Photoshop (o app ben più semplici), per arrivare alla chirurgia estetica ci portano ad una falsità visiva che crollerà presto, anche perché realtà virtuale e CGI completeranno questo quadro di una vita dove nulla ha più un senso e una dimensione reale.

Il futuro chiede ai professionisti di raccontare la bellezza, storie che meritano di essere ascoltate, creare modelli da seguire che hanno nell’autenticità il vero valore. Questo richiederà un ripensare al come lavorare, perché autenticità non farà rima con “brutto”, quindi sarà necessario lavorare con il lato emozionale, con l’imperfezione che invece che disturbare crea avvicinamento ed empatia. E’ un esempio, davvero interessante, la comunicazione di questa azienda, Billie, che si occupa di rasoi per donna, che propone un nuovo concetto di accettazione e di piacevolezza di quei peli che in teoria i rasoi promettono di eliminare e che invece questi rasoi lasciano parzialmente… per donare un senso di “umanità” meno virtuale. Di colpo la “perfezione” diventa falsità, e quindi da evitare. Altro esempio è l’app Huji Cam (qui versione per iPhone, qui per Android) che permette agli utenti di fotografare “come si faceva nel 1998” con una usa e getta. Uno trend, una piccola mania che da un annetto ha coinvolto parecchi personaggi famosi su Instagram che però si propone proprio come “alternativa” al mood instagrammabile.

Avete passato gli ultimi anni a studiare come rendere tutto falso, a fare corsi per rendere liscia la pelle e grandi gli occhi dei vostri soggetti? Bene, iniziate un percorso opposto, e provate a tornare indietro, al come rendere bella la realtà, proporla con orgoglio ma anche con un modo diverso di pensare alla bellezza. Chi lo capirà per primo riceverà l’attenzione di chi oggi sta guardando oltre, prima che questo possa diventare un fenomeno così evidente che diventerà la “normalità” e quindi sarà una tendenza proposta da tutti.