La gallina dalle uova d’oro di Adobe non si chiama più Photoshop…

Dati Privacy AdobeMatthew Henry

Facciamo un gioco? Se diciamo “Adobe”, a cosa pensate? Probabilmente in molti penserebbero a “Photoshop”, considerando anche il tipo di lettore specifico di questa rubrica (legato alla fotografia, alla comunicazione, alla creatività). Qualcuno potrebbe citare altri software, oppure l’insieme della piattaforma “Creative Cloud”, ma in realtà dovremmo tutti ricrederci: ai piani alti di Adobe, ormai, il lato dei software per l’immagine sono secondari: al primo posto c’è la business intelligence, che detta così sembra molto cool, ma che in realtà si traduce nello sfruttare l’intelligenza artificiale per raccogliere dati dei consumatori e prevederne i comportamenti di acquisto. In pratica, strumenti che già esistono e che fanno parte di una suite che si chiama Adobe Experience Cloud, saranno considerati la priorità dell’azienda che sta combattendo in quel Far West all’interno del quale ci siamo tutti e dove siamo pedine, macchine e motore di macchine che macinano soldi ad una velocità impressionante senza guadagnarne nulla, anzi… pagando di tasca nostra.

Se dovessimo fare un sondaggio, probabilmente la maggior parte delle persone risponderebbe che non gli interessa se veniamo “spiati” in ogni momento della nostra vita; la frase, accompagnata da alzate di spalle, porterebbe al commento “tanto non ho nulla da nascondere”, e addirittura a pensare che questa profilazione (nota: molto divertente che il correttore automatico del mio computer abbia provato a modificare la parola “profilazione” in “profanazione”…un segno del destino?), sia alla fine positivo per proporci contenuti e addirittura pubblicità più “pertinenti”, oppure – scimmiottando le indicazioni che ci vengono proposte ovunque – che tutto questo è per “potenziare e migliorare l’esperienza di noi utenti”. Che carini, adorabili e desiderosi di venirci incontro, di aiutarci ed essere felici… (sottovoce, per educazione, qualche parolaccia è scappata).

Il fatto che chi sempre più si orienta a guadagnare rubandoci informazioni, penetrando senza permesso (o con falsi permessi) ci sembra più grave quando i cattivi hanno il nome di Facebook (ricordate ancora quello che è successo in occasione della Brexit e dell’elezione d Trump, considerando che tra una settimana si va a votare per l’Europa e siamo ancora in mano a questo “controllo oscuro”?), oppure Google che – si è scoperto – scandaglia la nostra mail (il migliore servizio di email, Gmail, che con tanta dedizione ci “regala”, ma che invece gli genera entrate di dati che valgono miliardi) e che sa tutto quello che compriamo. Ci sono poi i super cattivi, ovvero gli hacker che si intrufolano nei nostri computer e nei nostri smartphone: l’ultimo spyware scoperto (tra le scoperte “pubbliche”, molte non si conoscono) ha attaccato Whatsapp, che installava NSP Pegasus con una semplice telefonata persa prendendo il controllo del vostro device. Un potenziale attacco molto raro perché molto costoso, niente panico ma… aggiornate l’app! Certo che quando gli “hacker” sono quelli che ci devono difendere, tutto si complica ancor di più (e pensiamo all’NSA americana, “smascherata” da Edward Snowden che ora vive esiliato ospite in Russia per avere detto “semplicemente la verità, ma in realtà forse non sapete che una delle aziende specializzate a “spiarci” è italiana, si chiama Hacking Team ha sede a Milano ed è diventata “famosa” nel 2015 perché a sua volta è stata hackerata per “rendere pubblica” la sua attività.

Quando però chi ci “spia” porta il nome dell’azienda più vicina al nostro mondo, quella Adobe che ha preso il ruolo di “mamma” ereditandola dalla Kodak (che ha svolto il ruolo di “mamma” della fotografia per decenni), allora una coltellata al cuore forse verrà percepita da qualcuno. Ne parlano qui, forse vale la pena leggere, che ne dite? Fate ancora spallucce? Ma perché Adobe – con ragione –  reputa di poter avere un ruolo dominante in questo mondo, combattendo con realtà specializzate del calibro di SAP e Saleforces (specializzate proprio raccolta, analisi e strategie basate sui dati)? Pensate, lo avevamo ipotizzato questo tantissimi anni fa, più di venti: fare questo mestiere, scrivere e fare analisi “pubbliche” permette e per certi versi impone di guardare oltre alle prospettive, e ci ricordiamo un articolo scritto sulla nostra rivista – all’epoca cartacea, Jump – dove ipotizzavamo che Adobe avrebbe vinto questa guerra dei dati, perché le informazioni sarebbero diventate sempre più “visuali” ed è ovvio che l’esperienza di Adobe in questo campo era e si è sviluppata sempre di più, diventando sempre più forte la sua potenzialità di essere protagonista. Avemo ragione ;-)

Il mondo comunque è così: regaliamo nostri dati, ci facciamo condizionare (e crediamo che sia il contrario, siamo sicuri di essere noi a “pensare”, non di seguire come automi dei percorsi e binari che ci vengono tracciati e resi così “naturali” solo perché sanno esattamente come siamo, chi siamo e a cosa siamo sensibili. Persino i negozi ormai valgono non tanto per quello che vendono, ma per i dati che riescono a raccogliere, sono stati anche analizzati il guadagno per metro quadro di questo nuovo business, i negozi diventano quindi dei lunapark che ci intrattengono e che ci chiedono in cambio i nostri dati, ci studiano, ci analizzano… non sono lunapark, sono uno zoo dove veniamo osservati.

Noi di Jumper di queste cose ci stiamo occupando molto, moltissimo. Siamo in questo periodo silenziosi, in un angolo, ma stiamo lavorando tanto con la testa. Sta esplodendo una nuova era, e non è mai stato un caso il collegare il nostro nome (Jump, rivista: Jumper sito) a qualcosa che deve andare oltre, che deve “saltare” verso il futuro. Sentiamo che abbiamo un ruolo che non è solo quello – semplice – di informatori e consulenti di un mercato che deve trovare nuove prospettive strategiche, commerciali, di marketing e creative per il presente, ma deve permettere di saltare oltre. C’è bisogno di qualcosa di più che discuterne al bar, che indignarsi, che scuotere la testa e anche dell’approccio che abbiamo criticato dell’alzare le spalle con indifferenza. Dobbiamo (dovete) decidere se vogliamo (volete) subire ed essere oggetto e merce dei nuovi mercati, se vogliamo capire come muoverci nel mondo digitale che è tutt’altro che Virtuale, o se addirittura vogliamo capire i meccanismi da dentro perché vogliamo essere noi a determinare il nostro futuro: di persone e di professionisti. Già perché non solo Adobe può vincere in questo campo, perché è legata nel suo DNA all’immagine; vale anche per noi. E probabilmente (come è successo in tutte le rivoluzioni di questo mercato, da oltre venti anni) Jumper mostrerà la strada. Presto, molto presto.