Oggi si è chiusa Photokina. Ah… c’era Photokina? Già, c’era.

E chi c’era? Beh, c’erano un bel po’ di stand di aziende, le solite di sempre (ehm, qualcuna in meno, ma non per colpa della Photokina: non ci sono proprio più, oppure si sono “fuse” con altre e quindi erano in un solo stand)

C’era tanto pubblico, lo stesso pubblico di sempre. Già: proprio sempre lo stesso, anche i visi, i vestiti e i gilet sono gli stessi di sempre.

Qual era la parola d’ordine che girava negli stand, nella comunicazione, nei dialoghi? Selfie. Già: se si scattasse ancora su pellicola, sarebbe proprio un bel fatturato per l’industria della fotografia. Peccato, non si consuma più nulla, e i selfie non sono un fenomeno che riguarda l’industria e il mercato della fotografia.

Selfie Photokina 2014

Qual è stato il brand più citato sui media, riguardo le novità di Photokina? Leica. Quello che fa spettacolo, in assenza di idee e di innovazione, è il fatto che un gamma di fotocamere, in un mondo che sembra non avere più bisogno di fotocamere e nemmeno di fotografi (il selfie insegna che si può fare tutto da soli), è sapere che un apparecchio per fare “solo delle fotografie” possa costare anche 15 mila euro. Con tutto il rispetto e la stima per Leica, ha senso trasformare la Photokina in un evento dove esiste solo Leica (che rappresenta ben meno dell’1% del mercato globale…)?

Photokina non è un evento inutile, ci sarebbero/sono tante sfumature interessanti, per gli appassionati, per i professionisti, per il mondo del finishing e dei servizi: sono mondi che esistono ancora, senza dubbio. Quello che è incredibile è come la fotografia parlata dall’interno sia così piccola, quando il mondo della fotografia, all’esterno, è così grande. Ogni giorno 350 milioni di fotografie vengono pubblicate su Facebook, e sono oltre 20 miliardi quelle “archiviate” in questo social network che, tra l’altro, è anche il peggiore contenitore per enfatizzare e impreziosire le foto al mondo. La fotografia è uscita dal mondo della fotografia: dentro la desolazione, fuori un’esplosione di entusiasmo.

Tutti i tentativi di rendere “cool” un meccanismo della fotografia “vista da dentro” è patetico: non è un hashtag o una fanpage, e nemmeno un concorso per premiare le foto pubblicate su Instagram. Non funziona, non si è credibili, si finisce con il fare una figura vecchia. Bisogna cambiare lingua: ormai, sono anni che lo diciamo, ma lo diciamo prima di tutto a noi stessi.

Al tempo stesso, per vera assurdità, questo mondo della fotografia “che parla dentro”, nemmeno si preoccupa di fare qualcosa per il mondo che è “dentro”. Per esempio: perché se una fiera di prodotti, come è Photokina, non può vedere nella fotografia (inteso come fotografie, come prodotto risultante) un prodotto da affiancare alle macchine fotografiche? Per farla semplice: perché ci sono stand che vendono fotocamere e non stand che vendono fotografie?

Qualcuno dirà che una delle parti migliori di Photokina è quella delle mostre fotografiche: vero, spesso sono anche bellissime (e gli spazi sono vuoti: ci vanno solo quattro gatti: è un buon ambiente per riposarsi e per mangiare il panino al sacco, non c’è nessuno che ti rompe). Ma sono mostre culturali (viva la cultura, beninteso), noi parliamo di prodotti da vendere… I fotografi (non quelli che fanno selfie, quelli che dovrebbero vivere di fotografia) devono vendere fotografie o servizi (e se li vendono compreranno macchine fotografiche o altri accessori). Non a caso, i fotografi investono sempre più soldi, ogni anno, per fare fiere (e sempre meno per comprare attrezzature), come quelle dedicate al matrimonio, per esempio. Non si potrebbe pensare ad un ambiente dove si vende la fotografia, come prodotti che sono apparecchi e fotografie?

Il mercato della fotografia deve parlare non “dentro” ma fuori. Dove ci sono giovani che usano questo linguaggio totalmente diverso, che con la fotografia si divertono e non cercano di salvare il mondo. E se il mercato della fotografia deve/vuole parlare “dentro” deve farlo con una sensibilità che deve mettere sullo stesso piano le esigenze di sopravvivenza delle aziende che producono prodotti per FARE fotografie e persone che devono sopravvivere FACENDO fotografie. Il gioco del mercatino di chi espone e di un pubblico che compra è un equilibrio che, almeno nel nostro mondo, non funziona più.

Dubito che questi pensieri possano arrivare a cambiare la Photokina, che tra due anni sarà esattamente identica a quella finita oggi (che è uguale a quella del passato). Ma forse in Italia questo dialogo potrebbe avere un senso…

7 responses

  1. Quest’anno non c’ero, causa una serie di impicci. Mi sa che non mi sono perso molto…
    Del resto è già qualche edizione di Photokina che mi chiedo: nell’era del villaggio globale e della comunicazione in tempo reale, hanno ancora senso le fiere?
    Perlomeno quelle che conosciamo, come le conosciamo.
    Hai messo in luce un concetto molto importante: la parità fra chi vende apparecchi e chi vende il prodotto di questi apparecchi.
    Chi fa un autoscatto (selfie) raramente lo vende, chi vende una fotografia fa professione, esattamente come chi vende un apparecchio per farla (la fotografia e, sovente, la professione).
    Ma chi vende una fotografia non ha una fiera specializzata (al massimo un padiglione, piccolo, in una fiera dove si vendono apparecchi).
    Beh, qualcuno ricorda con nostalgia il SICOF degli anni settanta, dove su 4 padiglioni uno era tutto pieno di fotografie…
    Quello è stato il primo a scomparire, poi, ovviamente, gli altri.
    Senza quello, a mio modesto avviso, non aveva molto senso andare a vedere gli altri.
    Ve la ricordate la pubblicità del Commodore 64: “ora che ce l’hai ecco che ci fai…”
    Avevano lo stesso problema, vendevano “apparecchi”. Mentre il problema è vendere “soluzioni”.
    Se ti vendo una fotocamera non ti vendo un soprammobile, ti vendo una soluzione per fare un prodotto…
    Se ti vendo una fotografia, cosa ti vendo?
    Un documento, un’opera d’arte, un pezzo di informazione, un soprammobile, un…….
    Perchè una fiera della fotografia si dice tale se espone solo strumenti?
    Non dovrebbe chiamarsi invece fiera delle fotocamere?
    Poi forse non ha senso fare oggi una fiera della fotografia, visto che il web è una fiera gigantesca della fotografia.
    In ogni caso, come dici, mi sembrano da perte dei fotografi energie meglio spese quelle di andare ad esporre nelle fiere di settore, come quelle del matrimonio.
    Nessun cliente potenziale andrebbe a Photokina per vedere quale fotografo preferire…
    Quali potrebbero essere le altre fiere in cui andare?

    1. Io vado alle fiere dove “essere insieme ad altri” è l’elemento primario. In un mondo fatto di informazioni accessibili ovunque, l’unica variabile è lo scambio che si può creare TRA le persone. Su questo ha senso che tutti facciano una riflessione: chi investe nelle fiere, chi progetta fiere, chi pensa di partecipare ad una fiera. Questo è il punto, secondo me, da cui partire.

  2. Non sono stato alla Photokina e non ho ricevuto nessun invito.
    Leggo con attenzione il resoconto e non ho commenti da aggiungere al servizio di Luca.
    Desidero solo esprimere forte “Mi piace” allo spirito critico, attento e lucido che Luca Pianigiani impegnao.
    Buon lavoro a tutti.

  3. ciao Luca, per la prima parte del tuo articolo, vorrei dirti che, pere fare un esempio in parallelo, anche nella scrittura c’è ogni giorno una produzione enorme di scritti, condivisi o no, ma solo una infima parte di questi sono Letteratura, voglio dire che è sviante parlare di fotografia con i professionisti riferendosi a quante foto vengono create e postate al giorno, sarebbe come parlare agli scrittori riferendosi a quante liste della spesa vengono redatte ogni giorno, cosa c’entra? apprezzo molto il quesito sul perchè in una fiera di importanza mondiale non si vendono foto, colgo l’occasione per lanciare un sasso nello stagno e invitare i fotografi a considerare la seria possibilità di creare un mercato o mercatino o mercatini delle fotografie, appesi ai muri di troppe case o uffici ci sono troppe croste, una buona stampa fotografica, anche di un autore non famosissimo, è molto meglio di tanti quadracci, anche come investimento, purtroppo, sulla fotografia d’autore spadroneggiano le gallerie d’arte ma non credo che sarebbe un sacrilegio portare la stampa fine art a un livello di vendibilità più affordable senza scadere nella solita corsa al ribasso, cosa dici la organizziamo? io ci sto

    1. Ciao Massimo. La cultura condivisa (immagini, parole, musica) ha cambiato l’approccio anche alla cultura “di pregio”. Non fare un parallelo è come volersi nascondere dietro un filo d’erba (e lo dico io che ho la pancia…). E’ ancora più difficile essere visibili, perché non basta essere “bravi” o “artisti”, ed è anche sempre più difficile monetizzare il proprio valore, proprio perché il “tanto” quasi sempre vince sul “buono”. Qualsiasi forma che possa mettere in luce o in vendita un prodotto di cultura è ben visto, ma non dire ai professionisti o agli artisti che debbono necessariamente e inevitabilmente confrontarsi (e se non lo fanno loro, lo fa il mercato a prescindere) con tutto quello che è accessibile e visibile, è come prenderli e prendersi in giro.

      In questi giorni abbiamo pubblicato la nostra rivista su Appstore. Il nostro problema non è combattere con altre riviste, ma con il tempo delle persone: per questo consideriamo una vittoria non tanto avere vinto su riviste di prestigio su iPad (ce ne sono?) ma con un mondo di app che ha, al primo posto, le app ludiche. Siamo riusciti ad essere “sopra” Angry Birds… questo lo consideriamo un grande successo, non per il valore che possiamo attribuire ad un giochino… ma per il valore e l’attenzione che viene data a questo dal pubblico.

      Se facciamo i fotografi, e vogliamo vendere le nostre foto, dobbiamo (DOBBIAMO) confrontarci con quello che, ogni giorno, milioni di persone pubblicano. Spesso, troppo spesso, ho visto foto peggiori pubblicate su siti di professionisti rispetto ai “selfie” dei dilettanti su Facebook. Oggi non esistono compartimenti stagni, e oggi il prodotto che si può vendere non è più quello che, banalmente, è “corretto”… deve essere molto di più, e per valutarlo bisogna davvero guardarsi attorno. Questo, almeno, è la mia/nostra opinione ;-)

  4. “Dove ci sono giovani che usano questo linguaggio totalmente diverso, che con la fotografia si divertono e non cercano di salvare il mondo.” Amen.
    Questo è un concetto che noi professionisti fatichiamo a capire. La fotografia nel nostro secolo è vista prevalentemente per il suo aspetto ludico (tranne in alcuni sacrosanti settori) e affrontarli ancora alla vecchia maniera è un autogol.
    Quanti insegnano ancora la fotografia parlando di reflex? Come se uno strumento fosse la cultura quando non è così. Perché non si inizia a dire: il tuo iphone quando scatti una fotografia fa così e così. I filtri di Instagram in realtà applicano questo effetto (vignettatura) + questo viraggio colori ad esempio bla bla bla…

  5. Luca, io, come la maggior parte dei professionisti, vivo di fotografia perche’ in trentatre anni di professione ho acquisito la credibilita’ certa che qualsiasi cliente degno di questo nome esige giustamente. nessuno e’ disposto a pagare una normale parcella di un Fotografo con annessi mezzi se non e’ sicuro che si sta rivolgendo ad una persona in grado per competenza e mezzi di soddisfare le esigenze e proporre valide soluzioni. per il resto si parla di briciole, di settori marginali che non creano un vero mercato professionale. le aziende produttrici pompano su macchinette e giochini perche’ il grosso delle cifre del mercato delle fotocamere e’ largamente nel settore amatoriale, la restante piccolissima parte del mercato, quella dei fotografi professionisti, e’ quella di attrezzature costosissime, poco pratiche e difficili da usare, superspecialistiche, e’ con queste attrezzature che vivono la maggior parte dei fotografi professionisti. il telefonino e’ solo un giochino, fa mercato per chi lo produce e chi lo vende, la fotografia professionale, quella che fa girare le cifre necessarie per viverci non e’ fatta coi cellulari e nemmeno con le macchinette, a parte eccezioni percentualmente insignificanti. finche’ continueremo a fare confusione su queste enormi e fondamentali differenze, ogni ragionamento sul “mercato” e’ una freccia che finisce fuori dal bersaglio. rimango disponibile sulla faccenda di vendere stampe fotografiche fine art direttamente al pubblico senza passare dalle gallerie e dal mondo cerimonioso dell’ “arte”

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