2020, anno in maschera, ma senza nascondere le verità

2020 un anno in maschera

In questi giorni, Twitter (il social network forse più intelligente e proprio per questo uno dei meno “chiacchierati”) ha proposto di descrivere in una sola parola il 2020. La risposta, arrivata dal profilo di Adobe, è stata abbastanza geniale: MASKING. Abbiamo passato un anno “mascherati”, e ovviamente il collegamento è stato, da parte del marketing della azienda più importante al mondo nel settore dell’immagine, quello di una delle maggiori e più importanti funzioni di Photoshop.

E’ l’occasione però di fare il punto di questo anno “mascherato”, perché la situazione che abbiamo vissuto ha permesso di “mascherare” un sacco di verità, di trovare delle motivazioni o giustificazioni a qualcosa che di fatto era già ben evidente, e da questo partiamo, perché per trovare risposte e soluzioni tutto dovremmo fare, meno che “mascherare” la realtà.

In questi mesi, che ha sconvolto tutto, è stato facile dare “la colpa” alla Pandemia, al Covid-19, alla mancanza di rapporti sociali per giustificare cose che esistevano già prima. Il maggior pericolo che si prospetta davanti a noi è che si possa pensare non solo che questo cambiamento della vita, a livello mondiale, possa risolversi con un vaccino, e che tutto possa tornare alla “normalità”, ma ancor più che la crisi sta colpendo molti settori che ne sarebbero rimasti immuni se non ci fosse stata la pandemia. E, come detto, mascherare la realtà, e non è mai un bene.

In queste settimane, abbiamo visto realtà chiudere, anche attorno al micro mondo che ci circonda, come è successo a tutti. Ma siamo sicuri che era inevitabile “visto che è arrivata la crisi”? L’impressione è che alcune realtà sono crollate perché non avevano senso, non proponevano prodotti o servizi abbastanza validi, non erano gestite da persone in grado di adattarsi e dotate di visione. Ho degli esempi specifici, in mente, ma sarebbero lunghi ed inutili da raccontare, ma se da 5 anni abito in una certa zona, se mai mi è venuto il desiderio di entrare in un determinato negozio, e ora lo vedo definitivamente chiuso… la colpa è della pandemia o c’era qualcosa che non funzionava prima? Perché so solo che i negozi dove andavo sempre e vado sempre non solo non hanno chiuso, ma le persone attendono, anche con discreta dimostrazione di pazienza, in coda per il loro turno.

Ci sono altri esempi: di chi, avendo “aperto bottega” e quindi vivendo un rapporto che nasce dallo spontaneo “entrare”, chiedere qualcosa che già avevano in mente, e pagare in anticipo o contestualmente al servizio offerto, hanno capito che l’occasione di “evoluzione” imposta con violenza e fretta, ma che pur sempre occasione è, permetteva di “aprire una nuova realtà digitale”, molto più snella, fluida, in grado di raggiungere altri tipi di target (oltre a facilitare quello che già si era raggiunto) che in questo momento poteva in parte sopperire alle “mancanze” ma che domani si trasformeranno in una altra ed importante fonte economica; praticamente come aprire “una seconda bottega” a costo molto contenuto.

Ho visto realtà che hanno semplicemente messo un cartello “chiuso per pandemia”, spostando di sei mesi o di un anno le attività, senza lottare, senza cercare alternative, e chi invece ha usato questo periodo per sperimentare nuove strade, per acquisire competenze ed esperienza per tornare più forte, per dare delle risposte alle aziende e ai clienti che hanno sempre fatto riferimento a queste realtà per il loro business; l’abbandono di uno porta spesso ad una crisi per tanti, ma solo chi davvero pensa di essere parte di una comunità o di network di realtà (quello che con tanta falsità si legge sugli “about” sui siti, nei report aziendali, eccetera). La debolezza, la mancanza di dinamismo e di coraggio di uno porta al crollo di tanti, dobbiamo tenerne conto, è una cosa che governa il nostro personale modo di pensare: dobbiamo trovare soluzioni per noi, ma anche per chi ci ha accompagnato, seguito, dato fiducia nel tempo, che siano dipendenti, collaboratori, partner commerciali, fornitori. Non è un momento di “distanziamento sociale”, un momento per non pensare solo a “noi”.

Vedo attorno a me/noi persone che facevano (spesso male) il proprio lavoro e continuano a farlo, esattamente allo stesso modo (spesso male, dicevo, ma adesso ancora peggio), pensando che il fatto di proporsi tramite Zoom e non di persona abbia permesso a loro di essere “al passo dei tempi”. Queste persone riescono ad essere vecchie anche quando usano strumenti “innovativi”, è proprio una questione di approccio: si possono fare cose innovative con mezzi “antiquati” e cose che “sanno di vecchio” anche con l’ultimo ritrovato tecnologico.

Altre maschere che vediamo in questo periodo si percepiscono nel mondo della comunicazione: tutti all’insegna del dichiarare di essere buoni, tutti pensano solo al bene del pianeta e degli altri, gli stessi che fino a ieri hanno calpestato i diritti della natura, dei lavoratori, dell’etica di colpo diventano i paladini dell’amore e della sensibilità sociale ed umana. L’altro giorno la campagna di Giorgio Armani per Milano, dove si dimostra (con un improbabile/inaccettabile uso della tipografia e della grafica) ci dice che lui, per Milano e per i Milanesi c’è… potremmo fare un sit in davanti alla sua sede per segnalargli in che modo potrebbe venire incontro alle persone che davvero possono trarre vantaggio da questa sua disponibilità. Chiaro che in questo momento è più facile comunicare con parole che sanno di buono che non con proposte di vestiti lussuosi e costosi, ma forse si poteva fare di più; si sa però che i bei gesti di persone importanti vengono rilanciati dai media, dall’Ansa (dove non si arriva come notizia per parlare della campagna del Natale con portachiavi in omaggio con l’acquisto di un intero guardaroba) e che hanno un bel risalto nel contesto dello spirito del Natale.

E’ chiaro che anche le notizie che arrivano dal comparto fotografico sono da posizionare correttamente: ci sono marchi famosi che sono formalmente in grade crisi, a “causa della catastrofe Covid-19”: le persone non viaggiano e non comprano fotocamere, i professionisti non comprano fotocamere perché non stanno lavorando… tutto giusto, tutto vero… ma questa crisi è la maschera della realtà che c’era prima della “vita mascherata”. Se proprio vogliamo, possiamo dire che è la goccia che fa (sta facendo) traboccare il vaso, che era però già pronto per questa fine.

 

Come non vivere solo di maschere

La vita in maschera dovrebbe farci riflettere: possiamo nasconderci, possiamo anche far finta che la realtà sia un’altra, che non vogliamo apparire per quello che siamo realmente, ma poi i conti tornano sempre e ci riportano alla realtà. Quello che non funzionava ora sta crollando o è crollato, quello che cercava di guardare oltre con entusiasmo e dinamismo ha trovato addirittura nuove opportunità.  Lavoriamo su questa seconda opzione, non facciamoci trascinare dal mascherare i problemi veri e usiamo questo periodo di totale ripensamento, di riprogettazione, per modificare gli equilibri che ci hanno trascinato contro un muro. Ne usciremo rinati, verso un nuovo processo di umanesimo dove tecnologia, cultura, rispetto del prossimo, sensibilità, coscienza e concretezza potranno disegnare un futuro non semplice ma forse migliore.