Da sempre, essere fotografi professionisti significa – rispetto a chi le fotografie le scatta per passione – avere il totale controllo del risultato, sapere esattamente quello che “verrà fuori”: quello che è stato pensato e desiderato, dal punto di vista creativo e funzionale. Ammettiamolo, però: quante volte, specialmente agli inizi della professione (periodo dove non solo la tecnica è meno solida, ma anche quando siamo più appassionati e quindi più desiderosi di sperimentare, di cercare il modo per distinguerci, di rischiare) siamo arrivati a dei risultati interessanti, che addirittura diventano poi “stile”, facendo degli errori, trovando quell’imperfezione che genera sapore e sensazioni. Oppure quando ci siamo messi in testa di usare, a scopo professionale, strumenti “poveri”, da “dilettanti”, mostrando che a volte (non sempre, diamine!) vale di più la testa che non il mezzo.

Sarò ancora più trasgressivo (e qualcuno, appassionato dell’aspetto artistico, mi insulterà): quante sono le immagini che ci sono arrivate da tanti artisti, che hanno proprio nelle imperfezioni il loro lato più appassionante ed emozionante? Il problema è che, in certi casi, quel “lessico” non era voluto, ma era il limite della tecnologia dell’epoca, della ripresa o del supporto: chissà cosa ci avrebbe consegnato il fotografo in questione, se avesse scattato con una fotocamera reflex digitale attuale, o con un dorso digitale da 60 milioni di pixel? Con questo non voglio dire (anzi! smettiamola di colpevolizzare il digitale per quello che “abbiamo perso”, perché abbiamo guadagnato molto di più di quello che abbiamo perso) che dobbiamo tornare indietro, che il digitale ci ha tolto la poesia (zzzzzzzzzz). Diciamo che l’evoluzione ci ha portato e ci porta sempre più verso la perfezione. Lo abbiamo visto con le pellicole, con le ottiche, con i sensori. Di recente, lo abbiamo visto anche con le compatte e con i cellulari: la qualità è cresciuta tanto da portarci a distinguere sempre con meno certezza la provenienza della ripresa. In questa evoluzione qualitativa, si perde il lessico dell’imperfezione, e a volte ci manca.

Questa sensazione non è nuova: da anni le software house stanno proponendo software per ricostruire la grana e i difetti delle pellicole, per riproporre il “mood” degli sviluppi alterati (cross process e compagnia bella). E, rimanendo nell’analogico, l’unica realtà che è riuscita a guadagnare spazio è stata la Lomo, che ha proposto un “Motivo” per scattare su pellicola, oggettivamente l’unico (feticismo escluso). E tutto l’universo delle APP per iPhone è diventato un business milionario, per creare effetti, andando a ricercare gusti e sapori antichi con un nuovo mezzo (in apertura, una fotina stupida scattata dal sottoscritto con iPhone a Colonia, in una pausa davanti ad una torta, trattata poi con un una delle tante “APP” che ho scaricato, nello specifico: Plastic Bullet).

Tutto questo non è novità, è quasi storia. A volte però è necessario tornare sui passi e fare delle analisi. In Photokina si è parlato ancora tanto di pixel, la rincorsa continua, e il medio formato ci propone traguardi sempre più elevati: 60 milioni di pixel, 80 milioni di pixel, con qualche trucco anche i 200 milioni di pixel. Le tecniche di controllo del colore ci offrono livelli di precisione e accuratezza sempre più vicini alla perfezione, i software per lo “sviluppo” del RAW si evolvono sempre di più e ci permettono di recuperare dettagli, sfumature, luci e ombre, i sensori ci permettono di lavorare alla perfezione anche in condizioni di luce scarsa, quasi al buio. Tutto questo è emozionante ed eccezionale, ma ci porta all’iper-realismo, dove la finalità è riprodurre una realtà in modalità così vivida, nitida e perfetta che rende quasi impossibile distinguerla dall’originale, e questo è uno dei linguaggi, non può essere l’unico. In Photokina, nello spazio Visual Gallery (di cui presto parleremo nel dettagli, appena avremo “il supporto giusto” per farlo, e manca poco…) c’erano delle stampe di un giovane fotografo tedesco, Sebastian Riemer che proponeva delle immagini di reticolati di metallo e di strutture che sembravano “vere”, creavano davvero la sensazione di “doverle toccare” per capire se si trattava di una stampa o del materiale “vero” (credo che sono state scattate con banco ottico e con pellicola, ma ce lo faremo dire a breve, e comunque non è questo l’elemento fondamentale, lo abbiamo preso come esempio per parlare di iper-realismo). Accanto a questa esigenza-opportunità, che ci viene dalla qualità tecnologica che la fotografia ci offre oggi, c’è la narrazione fatta di imperfezioni, che sono più vicine all’essere umano. Non è detto che un’immagine poco nitida sia meno descrittiva, non è detto che una vignettatura non sia un elemento che aggiunge storia e valore, non è detto che nel poco dettaglio ci sia meno informazione.

Abbiamo pensato a questo perché spesso usiamo il “lessico” come elementi che si aggiungono, con Lightroom, con Photoshop, con i brush e con i plug ins. Ed è positivo, va benissimo, ma solo se non è un modo per aggiungere ingredienti che si mettono nella “zuppa” solo quando al primo assaggio ci sembra insipida e insapore. E abbiamo paura che troppo spesso sia così. Ci accorgiamo che serve una “botta” di sapore, e ci mettiamo dentro tutto e ancor di più. I casi sono due, secondo noi: o si parte già con le idee molto chiare, e si sa quale processo creativo o tecnico si vuole sviluppare nel servizio o nell’immagine (che non è solo: “le faccio in bianco e nero”… “poi uso quel filtro speciale”), oppure dobbiamo pensare che se vogliamo lasciare emozione e istinto liberi, dobbiamo usare già in ripresa uno strumento che ci permette non solo di “pre-visualizzare nella mente”, ma vedere in macchina direttamente. Per esempio, ci siamo innamorati questa notte, mentre cercavamo argomenti per questo nostro appuntamento, di una fotocamera digitale che sta spopolando in Giappone, e che potrebbe essere la versione “digital” della Lomo. Si chiama Digital Harinezumi, giunta alla versione 2++ da 3 milioni di pixel, realizza foto e video, anche in BN e ha un mini microfono e che, chiaramente, è una schifezza, lo potete verificare in questo video:

E’ solo un esempio, meno conosciuto rispetto alle tante cose che si vedono comunque in giro dalle nostre parti, e che mostra un risultato probabilmente ottenibile con un cellulare, di quelli vecchiotti però (quelli nuovi sono “troppo buoni” e quindi per certi versi “inutili” allo scopo della resa originale). Al tempo stesso, il solo fatto di avere un apparecchio diverso, crea una serie di sensazioni  e stimoli originali. Ogni “pennello” ci porta a dipingere in modo diverso, e lo facciamo proprio perché abbiamo un pennello diverso (anche quando potremmo usare un pennello A per simulare l’effetto di un pennello B). Siamo persone bizzarre, perché questo, che non è altro che un (banale, stupidotto) effetto placebo, poi davvero attiva neuroni e sensibilità che ci portano a risultati sensazionali, perché ci sentiamo e ci proponiamo in modo originale, e quindi ci sentiamo a nostro agio, in un “nirvana” creativo che ci distingue dai tanti che potrebbero – con “pennelli”  standard, come per esempio un cellulare – proporsi e atteggiarsi al nostro stesso livello. A volte, gli stimoli vengono proprio dal fatto che siamo e vogliamo essere “diversi”.

Da ieri notte, quando ho “scoperto” questa Digital Harinezumi cerco una strada per averla in Italia. Per ora, solo proposte da UK e Hong Kong, dal sito ufficiale giapponese non è prevista la spedizione fuori dal loro Paese. Magari, visto che sappiamo che sono in molti i distributori che ci leggono (a volte, anche avidamente), ecco un’idea, da creare dalle nostre parti, con un effetto che potrebbe essere fortissimo. In pochi, tanti anni fa credevano nelle Lens Baby, quando ne abbiamo parlato per la prima volta in Italia (e sappiamo come è andata a finire), nessuno credeva alle Lomo quando la segnalavamo come una “rivoluzione”, perché era in anticipo rispetto alla loro esplosione. Se qualcuno ci vuole credere e distribuirla, non voglio nessuna “commissione”; al massimo uno sconto per comprarla. Se invece siete artisti-creativi che vogliono accaparrarsela per primi, mandateci qualcosa di realizzato (foto o video), così magari ci facciamo un articolo!

6 responses

  1. Ach… Luca, qui stai avviando un argomento infinito da forum !!!

    Per essere breve, probabilmente anche banale, la fotografia, il video, sono comunicazione che diventa sempre più complessa. Spesso il prodotto viene comunicato attraverso emozioni, evocative di momenti, epoche, situazioni. Hai parlato di attrezzi. Lightroom. Quante volte un’immagine passata sotto alcuni preset acquista un ottimo sapore, pur apparendo piatta all’origine?

    Voglio essere breve.
    Alla Harinezumi preferisco la GoPro, ma forse è solo questione di sport ;-)

    ciao

    1. come sempre interessantissimo.
      Quando avrai news a proposito di questo simpatico giocattolino aggiornaci.
      Credo di poter dire di essere uno dei molti interessat alla cosa.

  2. ciao a tutti.
    io l’ ho trovata facilmente su ebay da un rivenditore tedesco.

    mi è arrivata ieri e quindi non posso dire molto. l’ appena provata.

    c’ è un distributore in Spagna ma è cara.
    ricordatevi di comprare a parte le batterie CR2 e la microSD.
    la Harinezumi arriva nuda….
    non consiglio di comprare la “combo-box” con gli accessori.
    in un Mediaworld qualunque le stesse cose le pagate la metà.

    ciao

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