L’altro giorno sono stati presentati al mondo i nuovi portatili Apple, che hanno avvicinato moltissimo i mondi amatoriale e professionale, una volta più distanti: oggi il Macbook e il suo “fratello maggiore” MacBook Pro sono molto simili, uguali nel materiale (alluminio) e nella forma, nella potenza e nelle funzionalità. Differenze nella dimensione del monitor (13,3 contro i 15 pollici), nella presenza sul modello Pro dello slot ExpressCard/34 e della tanto discussa assenza sul modello amatoriale della porta Firewire. Il tutto porta, comunque, ad un prezzo di ingresso di portatili ad altissime prestazioni (specialmente nell’ambito della potenza della scheda grafica, la principale innovazione dal punto di vista pratico) molto contenuto. Il modello amatoriale è una macchina usabile dai professionisti che possono risparmiare almeno 600 Euro senza grandi limiti, tolta appunto l’assenza della Firewire che di fatto allontana l’uso nell’ambito della produzione video (perché, caro Steve non è vero le videocamere ormai hanno la porta USB… quelle serie non ce l’hanno). Ma per il mondo della fotografia professionale, la scheda grafica del MacBook diventa eccellente anche per lavorare con software come Aperture che lavora moltissimo nella rappresentazione video delle correzione e degli interventi sul Raw, oppure con la nuova Adobe CS4 ed in particolare con Photoshop CS4 che garantisce velocità eccezionali proprio in presenza di schede grafiche potenti.

Ma non abbiamo affrontato, in prima battuta, questo tema per parlare dei nuovi portatili (che pur stanno monopolizzando buona parte dell’attenzione del sottoscritto… ognuno ha i suoi punti deboli, c’è chi si lascia condizionare da come gioca la Juve o l’Inter… io mi dedico agli sviluppi del Macbook Pro). Lo facciamo perché in questa sede è stata confermata una visione che era già ben chiara in casa Apple: la mancanza di credito verso i dischi Blue-ray: data per una rivoluzione imminente, necessaria e desiderata dal mercato a tutti i livelli, è ancora ferma  ai blocchi di partenza, e seguita solo da chi si concentra sulle tecnologie in quanto tali e non sui risvolti più concreti (per non dire “espressivi” o “creativi”). In pratica, gli smanettoni, quelli che vogliono bullarsi con gli amici perché hanno la tecnologia più cool, quelli che vogliono giustificare a sè stessi o ai parenti l’acquisto di un televisore Full HD comprano i lettori Blue-ray, gli altri non ci pensano nemmeno. E non perché non siano interessati all’alta risoluzione in video, ma solo perché ci sono tanti altri modi per raggiungere lo stesso risultato, senza dover subire i vincoli di uno schema di marketing obsoleto che decide a monte le barriere e i vincoli per gli utilizzatori.

L’HD vero si può ottenere con un file HD, che si scarica dal web: iTunes è un esempio di questo, anche se da noi in Italia non è ancora possibile noleggiare i film con questa modalità… ma ci arriveremo: se volete dare un’occhiata (e se non vi è ancora capitato), potete dare un’occhiata alla galleria dei filmati HD sul sito di Apple… basta avere una buona connessione, e il gioco è fatto.

Siamo stati di recente, dopo tanto tempo, da Blockbuster per noleggiare un dvd, e la percezione di un cambiamento netto è stato fortissimo: a parte un effetto di disordine, fatto di tante proposte non sempre coerenti tra di loro, l’elemento più chiaro è stato quello di vedere che le “pareti” di film a noleggio sono sempre meno, e crescono quelle dei giochi per le varie console, oppure dei video in vendita. MI sono chiesto… le persone non noleggiano più film in DVD? Non so dirvelo, non ho dati precisi alla mano, di sicuro le proposte in edicola dei film in vendita a prezzi stracciati (complice una legge che riduce le aliquote IVA dei prodotti in edicola, e che quindi abbassa i prezzi di questi prodotti) consente una concorrenza diretta con il noleggio, e poi ci sono i canali satellitati e digitali che offrono film recenti nel pacchetto generale (insomma, insieme al calcio che è il traino di questa proposta).

Sta di fatto che stiamo lentamente andando verso la file dei supporti, di media che non hanno una fisicità, che non bisogna “possedere” tra le mani, ma che si scaricano. In questa evoluzione ci siamo in mezzo tutti: chi produce e distribuisce film o video, editori di riviste e libri, strutture di formazione e creativi in generale. La scommessa è quella di trovare il modello di business: farsi pagare un “oggetto” è al momento più facile che farsi pagare un “contenuto” senza fisicità. Per assurdo, è più facile fare i conti con tutte le spese che un oggetto fisico impone per essere prodotto, spedito, distribuito oltreché perso, rovinato, rubato. Ma questa è una problematica culturale, che si dovrà risolvere.

Pensare ad un futuro della comunicazione tutta priva di supporto impone delle riflessioni profonde, e siamo sicuri che potranno avere risvolti molto più interessanti rispetto al voler difendere processi di produzione, di fruizione e di vendita vecchi. Ci sono un altro paio di punti che avranno un peso, nel futuro di questa evoluzione:

1) la componente ecologica. Da noi sembra un argomento da solotti “bene”, da “aria fritta”, ma sta crescendo una sensibilità globale su questo argomento, che verrà sempre più percepita da un pubblico attento e sensibile: se vogliamo rivolgerci a questi, non dobbiamo sottovalutarlo

2) l’evoluzione degli strumenti di fruizione: gli utenti non vogliono più essere legati ad un salotto, ad un televisore, ad una scrivania. Vogliono fruire i contenuti preferiti ovunque, senza i limiti che vogliono essere imposti dalle aziende che vogliono proteggersi o addirittura guadagnare dalle royalties dei formati e dei supporti.

Il futuro è senza supporto, è libero, è accessibile ovunque. A questo punto, quello che dobbiamo decidere è quale sarà la destinazione del nostro lavoro, delle nostre opere, della nostra proposta creativa. Come potremo guadagnare in un futuro senza supporti, come faranno a guadagnare i nostri clienti? Quanto vale il contenuto rispetto alla sua confezione?  Seguiranno tutti l’esempio di Playboy, che ha deciso di abbandonare la produzione di DVD a vantaggio della distribuzione digitale? Come studiare meccanismi di marketing e commerciali per rendere interessante un prodotto che non si tocca e non per questo possiamo definire “virtuale”. Il nostro futuro è legato a queste domande, ed è la domanda che in questo momento si pongono tutti. Non è detto che le risposte più convincenti arrivino proprio da quelli che se le stanno ponendo e che – causa la difesa di un passato indifendibile – cercano di “salvare capre a cavoli”. La storia ce lo conferma, che non funziona buttarsi nel futuro cercando di salvare il passato… pensate alla storia della pellicola e alle aziende che l’hanno difesa, prendendo in giro il mercato e sè stessi.

Buona domenica

Luca Pianigiani