Fotografia e informazione: da dove si parte?

Sunday Jumper

 

La fotografia è informazione? Non dovrebbero esserci dubbi, in merito, ma troppo spesso viene interpretata come “estetica”. Siamo pieni di “belle foto” (e, purtroppo, anche di bruttissime foto), ma le foto che informano sono poche. Beninteso, siamo in buona compagnia: anche i testi sono tanti, e quasi sempre sono inutili, se non addirittura dannosi: internet, i social network e anche i giornali/riviste sono gravidi di informazioni sbagliate, scritte male, imprecise.

Eppure, siamo nell’Era dell’informazione, qualcuno ci ha persino voluto convincere che l’apertura e la “democratizzazione” dell’informazione porta ad una pluralità di voci e quindi all’informazione più “vera”. Nulla di più falso: siamo passati dall’informazione “controllata” per interessi di poteri più grandi, ad una informazione becera, priva di serietà, e la velocità di consumo di questa informazione ha deviato e distrutto anche le metodologie di verifica e di controllo di chi dovrebbe fare “buona informazione”. Ormai, il nemico della giusta e corretta informazione non è la manipolazione (politica, economica, sociale), ma la mancanza di serietà nell’analizzare le fonti, nel verificarle, nell’andare oltre il “sentito dire”, al limite (ma nemmeno questo accade) si può fare una errata corrige, tanto è tutto digitale, è tutto volatile, errori e stupidaggini si dimenticano in pochi secondi.

Non possiamo fare un discorso lungo (andrebbe fatto…), cerchiamo di orientare l’attenzione al nostro campo, quello della fotografia. Siamo disgustati dalle polemiche che per esempio riguardano le “malefatte” di Steve McCurry di cui tanto si è parlato un paio di mesi fa (qui l’intervista di Michele Smargiassi/Fotocrazia in merito). Il concetto è che le foto di McCurry non sono “realtà”, sono storie e quindi mi sembra surreale parlare di “vero e falso” parlando di un palo spostato, mentre si accetta che le persone fotografate stiano recitando un ruolo, che le azioni di post produzione possano cambiare luce e resa ben più di un palo che c’è o non c’è. Ancor di più mi è difficile pensare (forse sono troppo vecchio) che un “tecnico di laboratorio” possa eliminare una parte di immagine di un autore come McCurry senza chiedere… dai: va bene raccontare storie, ma è come dire che Harry Potter esiste davvero.

Storytelling e informazione non sono percorsi paralleli e ancor meno coincidenti. Possiamo raccontare tutte le storie che vogliamo, prendendo pezzi di storie vere e rielaborandole. Ken Follet, uno degli scrittori più amati al mondo, gioca proprio con realtà e finzione, colloca le sue storie all’interno della storia vera, ed è una tecnica che non porta certo a far credere che i personaggi descritti siano davvero esistiti e che la storia sia assolutamente veritiera. Diversa è invece l’informazione, quella che deve descrivere e raccontare, con oggettività, fatti e garantire certezze. Se si scrive (o si fotografa) un aereo che si schianta contro il Grattacielo Pirelli (ricordate? è successo sul serio), quello che si racconta e si mostra deve essere vero; non è che per rendere più di effetto la foto, invece che un Rockwell ci inseriamo un 747

Dobbiamo darci delle regole, anche in un mondo in cui le regole non esistono più. Se chi deve verificare non lo fa, allora tutto diventa caos, e tutto – al tempo stesso – diventa inutile. Non ha senso cercare di parlare di serietà, di qualità dell’informazione se non siamo i primi a lavorare in questo senso.

Ci sono dei tentativi di cambiare qualcosa, di proporre e imporre queste regole, e sono regole che riguardano i giornalisti, ma anche i fotoreporter e chi si occupa (o pretende di occuparsi). Per esempio, c’è un bel movimento all’interno di un progetto chiamato “Slow News” che vi invitiamo a conoscere: professionisti dell’informazione che lavorano per parlare di questo mondo che cambia e che ha bisogno di approfondimenti e aggiornamenti seri, potete iscrivervi (c’è una demo gratuita per capire se fa per voi), a soli 2 euro al mese (18 euro/anno), ma se il vostro interesse è già ampio lo stesso team, insieme a quelli di DataMediaHub, realizza Wolf, noi siamo iscritti sin dal primo giorno ed è ormai per noi un punto di riferimento davvero importante: perché iscriversi? Lasciamo rispondere a loro:

  • Perché propone visioni originali e pratiche, link, approfondimenti, considerazioni, idee e soluzioni relative al mondo dell’editoria online, agli strumenti da utilizzare, alle possibilità, ai modelli di business, alle iniziative imprenditoriali del singolo.

In questi giorni, Slow-News ha pubblicato la versione italiana (questo è gratuito, ditegli almeno grazie per lo sforzo) del Verification Handbook, un documento approfondito per capire come si possono (e si devono) verificare le informazioni nell’era digitale. E’ rivolto agli editori e ai giornalisti, ma è – appunto – importante anche per i fotografi. Un capitolo specifico (questo) parla proprio del come si devono verificare le immagini fotografiche, per evitare errori e “bufale”. E’ una lettura consigliabile, profonda. Iniziamo noi, per primi, a garantire serierà, non è detto che tutti adotteranno questa serietà (per esempio, la delusione è evidente leggendo qui), ma ha senso prima di criticare, essere i primi a metterci sulla strada giusta. Il futuro dell’informazione, e quindi anche di parte del nostro mestiere, parte da qui.

 

 

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