Solo nel 4% del tempo, i fotografi scattano fotografie

Zane Lee

L’attività professionale del fotografo di matrimonio dovrebbe cambiare nome: di fatto, secondo una ricerca effettuata in Inghilterra su oltre 300 fotografi professionisti che non possiamo che condividere nei risultati, serviva solo l’ufficialità di un sondaggio e ora c’è – non è più fotografo, ma operatore di post produzione. Il tempo impegnato in questa fase, infatti, raggiunge il 55%. Anche altre voci, come la selezione delle foto, occupa una percentuale importante (11% del tempo), comunque inferiore a quella di gestione dell’attività dal punto di vista burocratico ed amministrativo (18%, e solo in UK, dove forse hanno procedure anche più snelle delle nostre in Italia). Il 7% del tempo è dedicato alla comunicazione, ma in tutto questo, il dato più sconvolgente è che solo il 4% del tempo è dedicato a quello che viene venduto, che viene ufficializzato, che viene scritto sul biglietto da visita o nella descrizione del proprio lavoro: fare fotografie.

Il problema da affrontare è, come sempre, commerciale ed imprenditoriale. Se guardiamo al come i fotografi comunicano, sui propri siti, sui social e ovunque, è evidente che il loro lavoro sembra essere quasi solo quello di “fare click”. Lo si vede dai loghi delle loro attività, che sono autoprodotti o realizzati da grafici senza fantasia (fotocamere, diaframmi, scatti flessibili, pellicole, telaietti di diapositive – come se tutte queste cose si usassero ancora). Quando i fotografi di matrimonio incontrano i potenziali clienti, mostrano le foto, e si parla di arte, di occhio che “coglie l’istante”, di storytelling. Di fatto, invece, il prodotto che viene confezionato e venduto è quasi tutto un lavoro di Photoshop, più che di “click”.

In teoria, andrebbe anche bene parlare “solo” di fotografia: alla fine, la produzione dell’immagine è un percorso globale, non serve (o non servirebbe) distinguere le fasi, quello che conta è il risultato finale, spesso non identificabile in step. Ma se non siamo in grado di motivare perché il nostro lavoro debba “costare”, facendo comprendere l’immenso lavoro che c’è alle spalle, allora è difficile giustificarlo. Il consiglio è quello di cambiare approccio: arte e creatività sono elementi importanti per promuoversi e per far capire la nostra professionalità, ma sempre più sembra una competenza che in troppi reputano di possedere. C’è, di solito, al massimo (nella testa dei clienti) un rispetto per l’attrezzatura: il fotografo capace e professionale, agli occhi del cliente, è quello che ha le attrezzature costose, gli obiettivi “lunghi”, gli apparecchi “grandi”, e questa è l’ancora di salvataggio delle aziende che vendono fotocamere professionali, ma non può essere una schiavitù per chi lavora (e che indica come maggiore investimento per la propria attività proprio l’acquisto e l’aggiornamento dell’attrezzatura). Ma non possiamo limitarci a questo, quando comunichiamo e spieghiamo i nostri costi e le nostre competenze. Sappiamo però perché i fotografi non spingono troppo sul lato della post produzione: è come i prestigiatori che non spiegano i loro trucchi, è una competenza che giudicano “comoda” ma che non corrisponde al loro pensiero più intimo: il fotografo è ancora quello che “farebbe tutto in macchina”; che realizzerebbe il “negativo perfetto”. La manipolazione l’ha sempre vissuta male, come una correzione che mette in luce il magico momento dello scatto, è una storia che fa parte del passato, e che trova difficoltà ad essere superata. Ma si deve cambiare atteggiamento, e oseremmo dire che la post produzione dovrebbe prendere anche maggiore personalità espressiva, non solo per correggere ma anche per aggiungere, ma non è questo il momento per trattare tematiche stilistiche.

Ci sono altri dati, interessanti, in questa ricerca. Per esempio che la promozione media (investimenti in pubblicità e comunicazione in generale) si attesta attorno alle 1200 sterline anno (1400 euro circa), che i social più usati sono Instagram e Facebook che vengono usati prevalentemente per una comunicazione di tipo “organico” (vuol dire non a pagamento), mentre gli investimenti di promozione sembrano essere rivolti prevalentemente su Facebook (chissà perché Instagram viene usato di più ma si investe quasi nulla…), che in media si producono 28 matrimoni all’anno, al costo medio di 1500 sterline cadauno (circa 1800 euro). Sono uno specchio con il quale confrontarsi, per capire, per capirsi.

In definitiva, così come in tanti altri mestieri, il nome e la definizione è cambiata nel tempo, lo stesso vale per il “fotografo”. Vendiamo una competenza, e in realtà produciamo altro, per di più nascondendolo gran parte del suo “sforzo”. Si parte dalla definizione per cambiare la percezione che le persone hanno di noi: chi siamo, cosa facciamo, perché hanno bisogno di noi. Secondo noi, è un buon punto di partenza, ma ci auguriamo che possa proseguire il percorso verso un orizzonte più concreto, più contemporaneo, più redditizio.