Nei periodi difficili, anche le cose positive spesso nascondono un lato negativo. Qualche giorno fa è uscito in edicola un nuovo mensile edito da RCS, si chiama La Cucina (del Corriere della Sera), ed è una pubblicazione che, almeno dal punto di vista fotografico, è davvero un bel prodotto. Dico così – ovvero, mi limito all’argomento fotografico – perché da appassionato di buona cucina sono dell’idea che un buon mensile di cucina è davvero buono quando propone qualcosa di molto buono da cucinare, e non ho avuto modo ancora di verificarlo. La fotografia è più veloce da valutare, specialmente per chi, come noi, vive nella fotografia tutti i giorni. Più bello l’interno della copertina, a dire il vero, e più belle le fotografie della grafica, che è elegante, ma molto “enciclopedia”. Insomma, in definitiva, le foto sono belle, e sono impaginate spesso dando il massimo dell’enfasi, a piena pagina, stampate bene (dalla G. Canale di Borgaro Torinese).

A questo punto, potrete ben capire che l’ovvietà del curioso di fotografia è di vedere chi ha fatto le fotografie… mmm… complicato. Nel senso che in fondo, nei crediti, ci sono i riferimenti di diverse agenzie (Corbis, Getty Images, Olycom, StockFood/Olycom, Sime, Tips Images e poi un paio di nomi, Armando Fettolini e Stefano Scatà. Questi ultimi due sono citati nel’articolo dedicato al gourmet Enrico Gerli, a pagina 70, anche se non si capisce chi abbia scattato le tre foto dell’articolo (difficile pensare che siano state scattate da “entrambi” in un click congiunto). Stefano Scatà viene anche citato tra i collaboratori nelle prime pagine, ma non si segnala quale sia stato il suo contributo nella pubblicazione, a parte l’articolo citato, dove appare il suo nome come “uno dei due fotografi”. Tra l’altro, cercando il suo sito (grazie a Google, non ci sono ovviamente altri riferimenti sulla pubblicazione) ho scoperto un professionista di grande valore, molto bravo nel narrare tutti gli aspetti, che vanno dal locale, ai ritratti degli chef, alle foto degli elementi e dei momenti di preparazione e infine il piatto finale. Bravo, proprio bravo!




Il problema è che nessuna altra foto è firmata,
non si sa chi siano i fotografi e nemmeno le agenzie (anche se comunque anche il solo nome dell’agenzia non sarebbe sufficiente: la regola dovrebbe essere quella di citare nomefotografo/nomeagenzia… anche se alcune agenzie molto famose amano più la firma opposta: nomeagenzia/nomefotografo). In una rivista che dedica così tanto spazio all’immagine fotografica, ci saremmo aspettati di più; sarebbe stato naturale vedere che accanto al nome dell’autore del testo e addirittura del nome di chi ha creato la ricetta (sicuramente artista e creativo al pari del fotografo) ci fosse anche il nome dell’autore delle immagini che tanto aiutano a rendere di appeal il piatto che viene descritto. Invece nulla, proprio nulla.

Ho notato questo dettaglio perché da sempre faccio opera di analisi del lavoro dei fotografi, e quindi passo le giornate a girare le riviste per cercare le diciture, le firme, e quando non le trovo nell’angolino della pagina, in verticale, sopra o sotto, le cerco nella piega fino a scardinare la legatura. E, sempre più spesso, questo dato non viene più riportato. E’ sparito dalle pubblicità (dove spesso era presente, specialmente quando la fotografia è valore riconosciuto e autorale, come per esempio nella fotografia di moda. Ora, il nome del fotografo viene sostituito dall’url dell’azienda, o a volte dal nome della modella/velina che ha “posato”: l’altro giorno ho visto un’affissione che proponeva, grande quasi come il nome dell’azienda (Sweet Years) il nome della testimonial (Melissa Satta). Ma, sembra, sta scomparendo anche dalle riviste, da sempre territorio di riconoscimento della professione e della creatività dei fotografi; i valori ormai sono altri, non certo quelli dell’autore delle immagini. Lo so, non è una cosa di oggi, è un fenomeno conosciuto… ma sembra ogni giorno peggio!

Un altro esempio, un editoriale su XL – rivista legata a Repubblica, così siamo super partes – segnala che questo numero in edicola (Settembre 2009), per festeggiare il restyling viene proposto in tre diverse copertine. Ne parla e lo spiega il direttore, Luca Valtorta, e in realtà dice delle cose interessanti, dove risponde all’interrogativo che circola pericoloso in tutte le case editrici: “A cosa serve fare un giornale di carta, oggi“? e lo fa in modo intelligente, mettendo tra l’altro tra i punti importanti la possibilità di tenere tra le mani una bella fotografia, in grande formato su carta patinata (XL è davvero… XL nelle dimensioni!). E segnala, oltre a questo dettaglio importante, per il quale ringraziamo (l’immagine, vale, specialmente stampata bene e grande, e questo sul web è raro), i nomi (cito): fate attenzione alle tre cover: la foto di Eddie Vedder è di Mark Seliger, quella di Quentin Tarantino con Diane Kruger di Jean Baptiste Mondino e quella delle X-Girls di Milo Manara. Tutto bello, anche la scelta di due fotografie e un disegno. In tutta questa perfezione, che fa bene al cuore, si cade però nel titolo (che magari ha fatto un titolista e non il direttore): “Tre copertine (realizzate da due grandi fotografi e un artista): per celebrare il nuovo XL”. Forse siamo sensibili all’argomento, altri non avrebbero notato la sfumatura, ma perché i fotografi sono “grandi” e il disegnatore è un “artista”? Manara è un grande artista, non c’è dubbio, ma lo sono anche i fotografi; altrimenti, Manara dovrebbe essere definito “grande illustratore“, o “grande fumettista“. Insomma, quello che infastidisce è la differenza di trattamento.

Dove arriveremo? Non dobbiamo arrivare, siamo già arrivati. Se il nome dei fotografi non merita più spazio, se non ha senso citarli, se sono – agli occhi del mondo dell’editoria (che pur deve molta della sua fortuna proprio ai fotografi, almeno questo vale per alcune testate) – solo mestieranti, solo delle banche dati per riempire delle pagine, allora è giunto il momento in cui i fotografi devono fare “da soli“, sviluppando il loro marketing, la loro capacità di mostrare quello che fanno, che sono in grado di fare, che potrebbero fare se qualcuno li conoscesse meglio. La strada porta verso i social network, ma verso il lato intelligente dei social network. Non verso la chiacchiera di cazzeggio stile Facebook, non verso una presenza che non porta a nulla; l’altro giorno ero a un convegno, guarda caso sul futuro dell’editoria, dove una delle poche cose intelligenti – anche se non nuove – che ho sentito era quella di far capire che non bisogna portare le persone sui social network, bisogna portare verso i nostri siti le persone che bazzicano sui social network. C’è molto da imparare, e stiamo lavorando ad un appuntamento importante, per aiutare la fotografia e i fotografi a far parlare di sè, per avere un’audience in grado (e con voglia) di ascoltare. E quando lo faremo (tra breve speriamo) ci auguriamo di riempire una sala grande come una piazza. Ci contiamo!



58 responses

  1. Propongo questo giochino : volete provare a indovinare quanto la RCS voleva pagare per la licenza di un’immagine copertina, inedita in Italia, esclusiva totale (cioè tutti i tipi di pubblicazione, mezzi e canali, inclusa la pubblicità) per 6 mesi, ovvero 3 mesi prima dell’uscita e 3 mesi dopo l’uscita di ogni singolo volume ?
    Lo ripeto: “per tutti i tipi di pubblicazione, mezzi e canali, inclusa la pubblicità” ?

    Vediamo chi si avvicina di più.

  2. Propongo questo giochino : volete provare a indovinare quanto la RCS voleva pagare per la licenza di un’immagine copertina, inedita in Italia, esclusiva totale (cioè tutti i tipi di pubblicazione, mezzi e canali, inclusa la pubblicità) per 6 mesi, ovvero 3 mesi prima dell’uscita e 3 mesi dopo l’uscita di ogni singolo volume ?
    Lo ripeto: “per tutti i tipi di pubblicazione, mezzi e canali, inclusa la pubblicità” ?

    Vediamo chi si avvicina di più.

  3. fotografi fantasma anche per la tua iniziativa, luca!
    Che ne è dell’invito ad inviare un ritratto che leggeva il “nostro” jumper?
    Per quanto riguarda la firma alle foto….bè, cosa posso dire? E’ già un bel pezzo che qui al sud la battaglia è persa. Qualche granda editore ancora te la riconosce, magari facendo pressing, ma te la riconosce. Per il resto il discorso si fa deprimente.
    Il fatto è che da soli si è già presi abbastanza e non è pensabile diventare quotidianamente dei don chisciotte sempre pronti a combattere ( contro i mulini a vento?)
    Da soli è tutto maledettamente più difficile…..
    Se fossimo davvero una categoria compatta magari qualcosa potrebbe cambiare, ma così…..
    -alf-

  4. fotografi fantasma anche per la tua iniziativa, luca!
    Che ne è dell’invito ad inviare un ritratto che leggeva il “nostro” jumper?
    Per quanto riguarda la firma alle foto….bè, cosa posso dire? E’ già un bel pezzo che qui al sud la battaglia è persa. Qualche granda editore ancora te la riconosce, magari facendo pressing, ma te la riconosce. Per il resto il discorso si fa deprimente.
    Il fatto è che da soli si è già presi abbastanza e non è pensabile diventare quotidianamente dei don chisciotte sempre pronti a combattere ( contro i mulini a vento?)
    Da soli è tutto maledettamente più difficile…..
    Se fossimo davvero una categoria compatta magari qualcosa potrebbe cambiare, ma così…..
    -alf-

  5. Che bello leggere e sentire queste parole!
    Sono perfettamente d’accordo con te Luca.
    Ma è colpa nostra ( noi fotografi ) se abbiamo lasciato che il nostro lavoro non avesse più il giusto riconoscimento.
    Non so come sia successo ma è successo. Adesso stiamo qui a lamentardi perchè il mondo non ci riconosce come creatori di immagini, ma ci vede come produttori di scatti…
    Concordo che si debba necessariamente accettare di essere passati da quelli che ” coglievano l’attimo” a quelli che lo pensano,lo colgono, lo editano, lo pubblicano e lo pubblicizzano. In questo gli strumenti come twitter o tumblr e simili, ci possono essere di grande aiuto.
    I tempi sono davvero cambiati e ci si deve adeguare se si vuole continuare a comunicare con gli altri, perchè questo è la fotografia secondo me.
    Devo confessarvi che dopo un primo periodo di forte frustrazione ho iniziato a prenderci gusto a questa evoluzione del mestiere.
    Buon week end e seguitemi su twitter!

    Marko

  6. Che bello leggere e sentire queste parole!
    Sono perfettamente d’accordo con te Luca.
    Ma è colpa nostra ( noi fotografi ) se abbiamo lasciato che il nostro lavoro non avesse più il giusto riconoscimento.
    Non so come sia successo ma è successo. Adesso stiamo qui a lamentardi perchè il mondo non ci riconosce come creatori di immagini, ma ci vede come produttori di scatti…
    Concordo che si debba necessariamente accettare di essere passati da quelli che ” coglievano l’attimo” a quelli che lo pensano,lo colgono, lo editano, lo pubblicano e lo pubblicizzano. In questo gli strumenti come twitter o tumblr e simili, ci possono essere di grande aiuto.
    I tempi sono davvero cambiati e ci si deve adeguare se si vuole continuare a comunicare con gli altri, perchè questo è la fotografia secondo me.
    Devo confessarvi che dopo un primo periodo di forte frustrazione ho iniziato a prenderci gusto a questa evoluzione del mestiere.
    Buon week end e seguitemi su twitter!

    Marko

  7. Caro Luca,
    già prima del digitale, da quando ho cominciato a fare il fotografo, la figura della nostra categoria era quanto meno ambigua. Ora dopo l’avvento del digitale e delle nuove tecnologie per la comunicazione le cose, secondo me, sono pure peggiorate. Vittime ce ne sono state molte, quelli rimasti ancora cercano ancora di capire le strade da percorrere…i nuovi nati sono disorientati dal questo mondo che si trasforma a una velocità quasi insostenibile. Anche solo per fare investimenti in beni strumentali è un’impresa, mentre per la formazione le scuole sono ancora insufficienti. In primis la colpa della non giusta collocazione del fotografo professionista è nostra e faccio fatica a trovare altri motivi. Da sempre nel mio piccolo combatto una battaglia su questo campo e non vedo soluzioni facili a breve termine. Noi che dell’immagine dovremmo essere dei portatori sani invece ne siamo vittima. La menzione di fotografo professionista è anche un po’ troppo generica, ci confrontiamo con mille mondi e professioni. Il fotografo è un mestiere dove dovresti almeno saperne tre. Mi spiego: se sei fotografo sportivo devi conoscere bene lo sport che fotografi, saperne la tecnica e l’emozioni. Così nel campo industriale devi sapere come interagire con le aziende tue clienti, come gira quel mondo. Nel food devi quasi essere un cuoco e sapere del cibo le consistenze, gli aromi, i sapori e così via… dobbiamo di ogni settore riportarne le descrizioni e l’emozioni. Ovviamente l’emozione per me viene prima di tutto. Se facciamo queste considerazioni forse allora viene più facile capire perché nell’editoria spesso non siamo considerati come autori. Che ne sappiamo dell’editoria? Spesso molti fotografi non sono preparati…scusa, “non siamo preparati”, vedi già faccio divisioni. Gli editori comprano immagini per vendere libri, riviste, quotidiani e quando ti contattano sei l’artista o il professionista stimato, poi una volta acquisita l’immagine del fotografo rimane un vago ricordo, “…a si bisogna pagarle la fattura a quel fotografo…” magari dopo nove o più mesi. Devo ancora prendere dei soldi da “……… editore”. Una fattura di gennaio, fotografie fornite a settembre dell’anno prima. Colpa nostra comunque in generale. L’inflazione d’immagini e di fotografi (vedi agenzie royalty free, che pur ne alimento gli archivi) fa si che si spersonalizzi il nostro mestiere e allora perché un’editore deve perdere tempo con la menzione del nome dell’autore dell’immagine? Oppure un grafico rovinare l’estetica del suo lavoro con quella scritta sempre più piccola e illeggibile foto di….? Cosa fare? Non ho una risposta precisa, ma penso che una cosa importante la possiamo fare: è quella di cominciare ad essere informati, preparati e aggiornarsi sulle realtà in cui operiamo, spesso non lo siamo. Se vendo delle foto per l’editoria devo saperne almeno i fondamentali, altrimenti chiunque potrà fare ciò che vuole con il nostro lavoro. Poi sicuramente costituirci in associazioni di categoria per scambiarci esperienze e aiuto.
    Questo mi sembra importante per cominciare ad essere tutti veri professionisti, ciao Davide

    Ps da un’anno sono anche diventato piccolo editore…spero di nuova concezione, così continuo la mia piccola battaglia per la Nostra immagine.

  8. Caro Luca,
    già prima del digitale, da quando ho cominciato a fare il fotografo, la figura della nostra categoria era quanto meno ambigua. Ora dopo l’avvento del digitale e delle nuove tecnologie per la comunicazione le cose, secondo me, sono pure peggiorate. Vittime ce ne sono state molte, quelli rimasti ancora cercano ancora di capire le strade da percorrere…i nuovi nati sono disorientati dal questo mondo che si trasforma a una velocità quasi insostenibile. Anche solo per fare investimenti in beni strumentali è un’impresa, mentre per la formazione le scuole sono ancora insufficienti. In primis la colpa della non giusta collocazione del fotografo professionista è nostra e faccio fatica a trovare altri motivi. Da sempre nel mio piccolo combatto una battaglia su questo campo e non vedo soluzioni facili a breve termine. Noi che dell’immagine dovremmo essere dei portatori sani invece ne siamo vittima. La menzione di fotografo professionista è anche un po’ troppo generica, ci confrontiamo con mille mondi e professioni. Il fotografo è un mestiere dove dovresti almeno saperne tre. Mi spiego: se sei fotografo sportivo devi conoscere bene lo sport che fotografi, saperne la tecnica e l’emozioni. Così nel campo industriale devi sapere come interagire con le aziende tue clienti, come gira quel mondo. Nel food devi quasi essere un cuoco e sapere del cibo le consistenze, gli aromi, i sapori e così via… dobbiamo di ogni settore riportarne le descrizioni e l’emozioni. Ovviamente l’emozione per me viene prima di tutto. Se facciamo queste considerazioni forse allora viene più facile capire perché nell’editoria spesso non siamo considerati come autori. Che ne sappiamo dell’editoria? Spesso molti fotografi non sono preparati…scusa, “non siamo preparati”, vedi già faccio divisioni. Gli editori comprano immagini per vendere libri, riviste, quotidiani e quando ti contattano sei l’artista o il professionista stimato, poi una volta acquisita l’immagine del fotografo rimane un vago ricordo, “…a si bisogna pagarle la fattura a quel fotografo…” magari dopo nove o più mesi. Devo ancora prendere dei soldi da “……… editore”. Una fattura di gennaio, fotografie fornite a settembre dell’anno prima. Colpa nostra comunque in generale. L’inflazione d’immagini e di fotografi (vedi agenzie royalty free, che pur ne alimento gli archivi) fa si che si spersonalizzi il nostro mestiere e allora perché un’editore deve perdere tempo con la menzione del nome dell’autore dell’immagine? Oppure un grafico rovinare l’estetica del suo lavoro con quella scritta sempre più piccola e illeggibile foto di….? Cosa fare? Non ho una risposta precisa, ma penso che una cosa importante la possiamo fare: è quella di cominciare ad essere informati, preparati e aggiornarsi sulle realtà in cui operiamo, spesso non lo siamo. Se vendo delle foto per l’editoria devo saperne almeno i fondamentali, altrimenti chiunque potrà fare ciò che vuole con il nostro lavoro. Poi sicuramente costituirci in associazioni di categoria per scambiarci esperienze e aiuto.
    Questo mi sembra importante per cominciare ad essere tutti veri professionisti, ciao Davide

    Ps da un’anno sono anche diventato piccolo editore…spero di nuova concezione, così continuo la mia piccola battaglia per la Nostra immagine.

  9. concordo con i due precedenti messaggi ed aggiungo che la legge (sul copyright) esiste ma non tutela totalmente la fotografia (come del resto anche altre opere dell’ingegno se non se ne prova la data certa, quindi,in genere, devono essere depositate).Ma nella fotografia è indicato anche quel requisito della “creatività” che la legge non spiega ed i giudici non conoscono, mentre i periti interpretano a modo loro ogni qualvolta sorga una questione giudiziaria e, per il fatto che il concetto di creatività è così elastico ed, a volte, astratto , tutto finisce a tarallucci e vino. Nessuna associazione di categoria nell’ambito della legge sul diritto d’autore ha mai chiesto un emendamento o una specificazione alla legge stessa in tal senso; Tau visual inviò alcuni anni fa delle dispense agli associati dove esprimeva il concetto di creatività in modo chiaro ed interessante anche dal punto di vista tecnico e giuridico;
    questo lo dico perchè le foto di un servizio di un professionista come quelle alle quali faceva riferimento jumper possono essere considerate belle interessanti ma da alcuni senza il requisito della creatività ( anche se, secondo chi scrive, invece, lo sono);
    ecco perchè alcun fotografo in Italia, ormai, non sta a guardare se viene citato o meno il suo nome, perchè è una battaglia persa e gli editori ci marciano ;
    al fotografo interessa lavorare e produrre e non “rompere” all’editore perchè non l’ha citato, in quanto, così facendo, si giocherebbe gli altri prossimi servizi e su questa via tutto scorre – la prossima volta ,caro Luca, racconterò cosa ha fatto una regione d’Italia al fine di non nominare i nomi dei fotografi dai quali acquistava le foto-
    grazie, comunque, per quanto hai avuto il coraggio di scrivere se tutti lo avessimo non saremmo a questi punti e gli editori sarebbero un pò più corretti, ciao ,Marco

  10. concordo con i due precedenti messaggi ed aggiungo che la legge (sul copyright) esiste ma non tutela totalmente la fotografia (come del resto anche altre opere dell’ingegno se non se ne prova la data certa, quindi,in genere, devono essere depositate).Ma nella fotografia è indicato anche quel requisito della “creatività” che la legge non spiega ed i giudici non conoscono, mentre i periti interpretano a modo loro ogni qualvolta sorga una questione giudiziaria e, per il fatto che il concetto di creatività è così elastico ed, a volte, astratto , tutto finisce a tarallucci e vino. Nessuna associazione di categoria nell’ambito della legge sul diritto d’autore ha mai chiesto un emendamento o una specificazione alla legge stessa in tal senso; Tau visual inviò alcuni anni fa delle dispense agli associati dove esprimeva il concetto di creatività in modo chiaro ed interessante anche dal punto di vista tecnico e giuridico;
    questo lo dico perchè le foto di un servizio di un professionista come quelle alle quali faceva riferimento jumper possono essere considerate belle interessanti ma da alcuni senza il requisito della creatività ( anche se, secondo chi scrive, invece, lo sono);
    ecco perchè alcun fotografo in Italia, ormai, non sta a guardare se viene citato o meno il suo nome, perchè è una battaglia persa e gli editori ci marciano ;
    al fotografo interessa lavorare e produrre e non “rompere” all’editore perchè non l’ha citato, in quanto, così facendo, si giocherebbe gli altri prossimi servizi e su questa via tutto scorre – la prossima volta ,caro Luca, racconterò cosa ha fatto una regione d’Italia al fine di non nominare i nomi dei fotografi dai quali acquistava le foto-
    grazie, comunque, per quanto hai avuto il coraggio di scrivere se tutti lo avessimo non saremmo a questi punti e gli editori sarebbero un pò più corretti, ciao ,Marco

  11. Questo perchè non esiste nessuna associazione che tuteli questo benedetto mestiere.
    Da tau visual alle altre le cose concrete e vere son o sempre poche e forse anche inutili.
    C’è da domandarsi perchè non ci si protegga e in effetti da soli non si può fare niente. L’unione fa la forza. Bisognerebbe fare muso duro, cartello contro queste cose.
    E comunque Luca questo è sempre la conseguenza del mercato stock, che tu incoraggi tanto e che decanti come risorsa per i fotografi in crisi. Eccone anche gli aspetti negativi…Siamo obiettivi.
    ciao Massimo

  12. Questo perchè non esiste nessuna associazione che tuteli questo benedetto mestiere.
    Da tau visual alle altre le cose concrete e vere son o sempre poche e forse anche inutili.
    C’è da domandarsi perchè non ci si protegga e in effetti da soli non si può fare niente. L’unione fa la forza. Bisognerebbe fare muso duro, cartello contro queste cose.
    E comunque Luca questo è sempre la conseguenza del mercato stock, che tu incoraggi tanto e che decanti come risorsa per i fotografi in crisi. Eccone anche gli aspetti negativi…Siamo obiettivi.
    ciao Massimo

  13. Per Massimo: scusa, sai che sono spontaneo e dico quello che penso… in poche righe hai detto delle cose davvero sbagliate! ;-)
    Prima di tutto, Tau Visual da sempre lavora per far riconoscere il lavoro dei fotografi e crea occasioni per farlo rispettare, forse non lo hai notato (per esempio: hai partecipato al PremioFotografico che si è appena chiuso? No? era un’occasione per fare “forza comune” e parlare di creatività fotografica, sul serio e non a parole.
    Da troppi anni navigo in questo settore per non sapere che è sbagliato l’atteggiamento dell’aspettarsi qualcosa e qualcuno “che ci difende”, siamo noi che dobbiamo dare, e non aspettare seduti che qualcuno lo faccia per noi: il ruolo di Tau Visual (che difendo come il panda) è fin troppo generoso, ma dobbiamo fare tutti noi qualcosa!
    Per quello che riguarda invece il mercato “stock” che dici che io incoraggio, prima di tutto forse confondi il concetto “Stock” e “Microstock” che sono due fenomeni completamente diversi, sebbene per certi versi complementari. E comunque, no, non c’entra nulla: le immagini della rivista di cucina sono quasi tutte di “stock” (e non di microstock, guarda i nomi) e la citazione dell’autore è obbligatoria in ogni caso (anche nel caso delle foto a 1 dollaro: guarda i regolamenti di iStockPhoto, per esempio, che impone sia la dicitura iStockPhoto che quella del fotografo nei crediti).
    E, ancora, non hai forse compreso il messaggio di fondo, che era quello di capire l’esigenza di creare competenze e strategie di marketing personale, per difendere e promuovere il proprio lavoro. Insomma… scusami, ma per essere “obiettivi” forse la strada è un’altra, ma siamo comunque contenti che sia possibile discuterne serenamente insieme!

  14. Per Massimo: scusa, sai che sono spontaneo e dico quello che penso… in poche righe hai detto delle cose davvero sbagliate! ;-)
    Prima di tutto, Tau Visual da sempre lavora per far riconoscere il lavoro dei fotografi e crea occasioni per farlo rispettare, forse non lo hai notato (per esempio: hai partecipato al PremioFotografico che si è appena chiuso? No? era un’occasione per fare “forza comune” e parlare di creatività fotografica, sul serio e non a parole.
    Da troppi anni navigo in questo settore per non sapere che è sbagliato l’atteggiamento dell’aspettarsi qualcosa e qualcuno “che ci difende”, siamo noi che dobbiamo dare, e non aspettare seduti che qualcuno lo faccia per noi: il ruolo di Tau Visual (che difendo come il panda) è fin troppo generoso, ma dobbiamo fare tutti noi qualcosa!
    Per quello che riguarda invece il mercato “stock” che dici che io incoraggio, prima di tutto forse confondi il concetto “Stock” e “Microstock” che sono due fenomeni completamente diversi, sebbene per certi versi complementari. E comunque, no, non c’entra nulla: le immagini della rivista di cucina sono quasi tutte di “stock” (e non di microstock, guarda i nomi) e la citazione dell’autore è obbligatoria in ogni caso (anche nel caso delle foto a 1 dollaro: guarda i regolamenti di iStockPhoto, per esempio, che impone sia la dicitura iStockPhoto che quella del fotografo nei crediti).
    E, ancora, non hai forse compreso il messaggio di fondo, che era quello di capire l’esigenza di creare competenze e strategie di marketing personale, per difendere e promuovere il proprio lavoro. Insomma… scusami, ma per essere “obiettivi” forse la strada è un’altra, ma siamo comunque contenti che sia possibile discuterne serenamente insieme!

  15. Per Alf: le foto le stiamo ancora raccogliendo, anzi… chi non ha mandato ancora… che lo faccia!! (se ne ha voglia ovviamente). Anche questo è un segno della necessaria maggiore aggregazione, insomma: ci sono tanti amici pigroni, ma vogliamo bene a tutti lo stesso ;-))

  16. Per Alf: le foto le stiamo ancora raccogliendo, anzi… chi non ha mandato ancora… che lo faccia!! (se ne ha voglia ovviamente). Anche questo è un segno della necessaria maggiore aggregazione, insomma: ci sono tanti amici pigroni, ma vogliamo bene a tutti lo stesso ;-))

  17. Questo argomento mi riporta a 25 anni fa’, quand’ ero assistente presso un fotografo il quale era parte del direttivo Afip.All’ epoca si usava aggiungere nelle fatture dei lavori il logo Afip e si specificava l’ obbligatorietà della citazione oltre alla definizione dei diritti di utilizzo proprio per stigmatizzare
    episodi di uso improprio delle immagini o mancata citazione.Senza retorica, quelli erano anni nei quali
    la professione aveva tutt’ altre prerogative..,eravamo nell’ era industriale, e il fotografo era quasi considerato deus ex machina, anche solo banalmente per il fatto che realizzare un’ immagine corretta a prescindere dalla creatività non era alla portata di tutti, quindi la contrattualità era diversa, c’era necessariamente piu’ professionalità (i mezzi dell’ epoca non consentivano improvvisazioni).Sebbene tutto questo
    esisteva già questo “problema” .A mio avviso finita l’ era industriale, nell’ era attuale , cioè l’ era dell’ informazione, l’approccio e quindi il riconoscimento della figura professionale-istituzione fotografo da parte dei committenti è cambiata ed è in relazione a come il fotografo si pone sul proprio mercato-nicchia, è chiaro che chi vende le foto in microstock oppure cede i diritti totali e perpetui per “un piatto di lenticchie” come avviene ormai sistematicamente, poi non venga piu’ riconosciuto come un vero professionista o men che meno come artista.Rendiamoci conto che i prezzi dell’ editoria sono gli stessi di venti anni fa, ed in pubblicità abbiamo assistito ad un crollo dei prezzi assurdo rispetto solo a cinque anni fa…, non vorrei insistere ma il riflusso dello sputtanamento delle foto vendute in microstock a 20 centesimi si sta facendo sentire.Ma dopotutto come si puo’convincere un cliente a spendere 10000 euro se puo risolvere la sua campagna con una foto comprata on line magari a 500 euro….Bisogna farsene una ragione e trovare una strada nuova, avere il coraggio di rifiutare di lavorare per chi sottopaga e sopratutto capire che oggi come per tutto o quasi non è piu il prodotto da solo che vende, ma è il marketing.Eppure mi accorgo conoscendo i miei giovani collaboratori, che nelle scuole oggi si svolgono gli stessi programmi di trent’ anni fa, sebbene siamo in una nuova era, e non basta conoscere il raw o photoshop o il 3d ma bisogna anche imparare nuovi modi di comunicare e di vendere e soprattutto la parola magica “marketing” dovrebbe entrare a far parte delle competenze di ogni professionista.
    In quanto alla visibilità, sembra veramente limitante e limitativo oggi pensare che un cliente porti la sua attenzione su un tale fotografo perchè viene scritto il nome magari in corpo 3 di fianco alla foto o peggio ancora di fianco a quello di un’ agenzia microstock.Perchè non parliamo seriamente di personal branding e quindi anche di networking, io ad esempio faccio parte di un gruppo di discussione su facebook di fotografia di moda
    londinese che è tutt’ altro che cazzeggio… questi nuovi mezzi dell’era dell’ informazione vanno apprezzati e soprattutto saputi usare bene.La fotografia è in una nuova era…. attrezziamoci , inutile piangere….

  18. Questo argomento mi riporta a 25 anni fa’, quand’ ero assistente presso un fotografo il quale era parte del direttivo Afip.All’ epoca si usava aggiungere nelle fatture dei lavori il logo Afip e si specificava l’ obbligatorietà della citazione oltre alla definizione dei diritti di utilizzo proprio per stigmatizzare
    episodi di uso improprio delle immagini o mancata citazione.Senza retorica, quelli erano anni nei quali
    la professione aveva tutt’ altre prerogative..,eravamo nell’ era industriale, e il fotografo era quasi considerato deus ex machina, anche solo banalmente per il fatto che realizzare un’ immagine corretta a prescindere dalla creatività non era alla portata di tutti, quindi la contrattualità era diversa, c’era necessariamente piu’ professionalità (i mezzi dell’ epoca non consentivano improvvisazioni).Sebbene tutto questo
    esisteva già questo “problema” .A mio avviso finita l’ era industriale, nell’ era attuale , cioè l’ era dell’ informazione, l’approccio e quindi il riconoscimento della figura professionale-istituzione fotografo da parte dei committenti è cambiata ed è in relazione a come il fotografo si pone sul proprio mercato-nicchia, è chiaro che chi vende le foto in microstock oppure cede i diritti totali e perpetui per “un piatto di lenticchie” come avviene ormai sistematicamente, poi non venga piu’ riconosciuto come un vero professionista o men che meno come artista.Rendiamoci conto che i prezzi dell’ editoria sono gli stessi di venti anni fa, ed in pubblicità abbiamo assistito ad un crollo dei prezzi assurdo rispetto solo a cinque anni fa…, non vorrei insistere ma il riflusso dello sputtanamento delle foto vendute in microstock a 20 centesimi si sta facendo sentire.Ma dopotutto come si puo’convincere un cliente a spendere 10000 euro se puo risolvere la sua campagna con una foto comprata on line magari a 500 euro….Bisogna farsene una ragione e trovare una strada nuova, avere il coraggio di rifiutare di lavorare per chi sottopaga e sopratutto capire che oggi come per tutto o quasi non è piu il prodotto da solo che vende, ma è il marketing.Eppure mi accorgo conoscendo i miei giovani collaboratori, che nelle scuole oggi si svolgono gli stessi programmi di trent’ anni fa, sebbene siamo in una nuova era, e non basta conoscere il raw o photoshop o il 3d ma bisogna anche imparare nuovi modi di comunicare e di vendere e soprattutto la parola magica “marketing” dovrebbe entrare a far parte delle competenze di ogni professionista.
    In quanto alla visibilità, sembra veramente limitante e limitativo oggi pensare che un cliente porti la sua attenzione su un tale fotografo perchè viene scritto il nome magari in corpo 3 di fianco alla foto o peggio ancora di fianco a quello di un’ agenzia microstock.Perchè non parliamo seriamente di personal branding e quindi anche di networking, io ad esempio faccio parte di un gruppo di discussione su facebook di fotografia di moda
    londinese che è tutt’ altro che cazzeggio… questi nuovi mezzi dell’era dell’ informazione vanno apprezzati e soprattutto saputi usare bene.La fotografia è in una nuova era…. attrezziamoci , inutile piangere….

  19. @ Paolo Nobile: si può conoscere la soluzione, sono curioso!

    Per il resto, la vedo una guerra persa: siamo troppi, siamo spesso ignoti alla massa (altrimenti sarebbe il cliente a pretendere di poter usare il tuo nome), siamo proni a concedere “la qualunque” pur di acchiappare il lavoro.

    Voglio essere pragmatico al massimo: se tutto il resto mi sta bene (a partire dai pagamenti), al nome ci rinuncio quasi volentieri:-)

    Ma siccome nella maggior parte dei casi sono tante le arrabbiature, almeno la soddisfazione della firma, e la piccola visibilità che ne deriva.

  20. @ Paolo Nobile: si può conoscere la soluzione, sono curioso!

    Per il resto, la vedo una guerra persa: siamo troppi, siamo spesso ignoti alla massa (altrimenti sarebbe il cliente a pretendere di poter usare il tuo nome), siamo proni a concedere “la qualunque” pur di acchiappare il lavoro.

    Voglio essere pragmatico al massimo: se tutto il resto mi sta bene (a partire dai pagamenti), al nome ci rinuncio quasi volentieri:-)

    Ma siccome nella maggior parte dei casi sono tante le arrabbiature, almeno la soddisfazione della firma, e la piccola visibilità che ne deriva.

  21. Perchè scrivono “due fotografi e un artista”? Perché i fotografi – e questa è una cosa che mi fa “inc…zzare come una bestia” – sono da sempre impegnatissimi a negare loro stessi la qualifica di artista. Io non sono un fotografo professionista, sono un semplice appassionato. Ho un amico carissimo – di cui non faccio il nome perché gli voglio troppo bene – che pubblica ed espone in tutto il mondo, e con grande convinzione afferma “io non sono un artista: sono solo un artigiano”. Ma un nome lo faccio: Berengo Gardin. Dico, mica l’ultimo arrivato. Saranno due o tre settimane or sono ho letto una sua intervista in cui, di nuovo, proclamava: “io non sono un artista”. Ho appena finito di leggere un po’ di scritti di Cartier Bresson, e anche lì: sembra quasi che chieda scusa di esistere.
    Devo ancora trovare qualcuno tra i grandi Maestri che rivendichi alla fotografia la dignità che merita. E allora, se sono i fotografi per primi che addirittura deprezzano la fotografia, che cosa ci si può aspettare?

  22. Perchè scrivono “due fotografi e un artista”? Perché i fotografi – e questa è una cosa che mi fa “inc…zzare come una bestia” – sono da sempre impegnatissimi a negare loro stessi la qualifica di artista. Io non sono un fotografo professionista, sono un semplice appassionato. Ho un amico carissimo – di cui non faccio il nome perché gli voglio troppo bene – che pubblica ed espone in tutto il mondo, e con grande convinzione afferma “io non sono un artista: sono solo un artigiano”. Ma un nome lo faccio: Berengo Gardin. Dico, mica l’ultimo arrivato. Saranno due o tre settimane or sono ho letto una sua intervista in cui, di nuovo, proclamava: “io non sono un artista”. Ho appena finito di leggere un po’ di scritti di Cartier Bresson, e anche lì: sembra quasi che chieda scusa di esistere.
    Devo ancora trovare qualcuno tra i grandi Maestri che rivendichi alla fotografia la dignità che merita. E allora, se sono i fotografi per primi che addirittura deprezzano la fotografia, che cosa ci si può aspettare?

  23. approfitto per “ripostare” una mia lettera, che per la verità speravo potesse generare una qualche riflessione ma che così non è stato. Si tratta di un articolo di Francesco Merlo su Repubblica del 15 Maggio dal titolo “Le mani che pregano e quelle che respingono”, facilmente recuperabile sul web.
    Ecco la mia lettera scritta a caldo subito dopo la lettura dell’ articolo:

    “Ho apprezzato il bel articolo di Francesco Merlo ” Le mani che pregano e quelle che respingono”.
    Mi è piaciuto il suo stile asciutto e carico di umanità nel descrivere i “respingimenti”, pratica che ormai ci stiamo rassegnando ad accettare nell’ indifferenza generale, voltandoci dall’ altra parte.
    Resto però deluso che anche lui, continuando una consuetudine di tutti i quotidiani italiani, non citi, benchè le fotografie pare siano state la fonte di ispirazione della storia, l’ autore del servizio fotografico, limitandosi ad un generico ” sevizio di Paris-Match”.
    Che dire poi dei tagli alle fotografie realizzati dal reparto grafico: il lavoro dell’ autore, scusate del fotografo, mortificato e gettato in pasto nel più completo anonimato.
    Sarebbe bello vedere trattato con più rispetto il lavoro dei tanti fotografi che spesso anche a rischio della propria vita contribuiscono a rendere più completa la nostra informazione.”

  24. approfitto per “ripostare” una mia lettera, che per la verità speravo potesse generare una qualche riflessione ma che così non è stato. Si tratta di un articolo di Francesco Merlo su Repubblica del 15 Maggio dal titolo “Le mani che pregano e quelle che respingono”, facilmente recuperabile sul web.
    Ecco la mia lettera scritta a caldo subito dopo la lettura dell’ articolo:

    “Ho apprezzato il bel articolo di Francesco Merlo ” Le mani che pregano e quelle che respingono”.
    Mi è piaciuto il suo stile asciutto e carico di umanità nel descrivere i “respingimenti”, pratica che ormai ci stiamo rassegnando ad accettare nell’ indifferenza generale, voltandoci dall’ altra parte.
    Resto però deluso che anche lui, continuando una consuetudine di tutti i quotidiani italiani, non citi, benchè le fotografie pare siano state la fonte di ispirazione della storia, l’ autore del servizio fotografico, limitandosi ad un generico ” sevizio di Paris-Match”.
    Che dire poi dei tagli alle fotografie realizzati dal reparto grafico: il lavoro dell’ autore, scusate del fotografo, mortificato e gettato in pasto nel più completo anonimato.
    Sarebbe bello vedere trattato con più rispetto il lavoro dei tanti fotografi che spesso anche a rischio della propria vita contribuiscono a rendere più completa la nostra informazione.”

  25. Caro Luca, seguo davvero con grande interesse la tua rubrica, mi piacciono le lettere che ricevi. Cito nell’ultina dove Tartaglione invoca “… più rispetto per il lavoro di tanti fotografi che spesso anche a rischio della propria vita contribuiscono a rendere più completa la nostra informazione ” si intende anche quando si tratta di fotografare dei gnocchi perchè di questo si parla nel numero. No Luca no, non faccio ironia, io tanti anni fa, a Roma sono vissuto fotografando pietanze: sopra Roma a Frascati la CGIL aveva una grande Scuola per Cuochi e Camerieri e io, come ex partigiano e iscritto al PCI di Togliatti, raccomandato di Di Vittorio (Luca, non scherzoooo!) avevo ottenuto proprio un contratto, una esclusiva, per fotografare diciamo i compiti in classe. Si era agli albori della fotografia a colori e le pietanze in bianconero non solo non dicono niente ma è terribile: somigliano tutte a quello che dopo diventano e nominare fa schifo. Scrissi allora un trafiletto che mi pubblicò Vie Nuove dove dicevo, pensa che pazzo, che la macchina fotografica senza il colore diventava una specie di intestino dove l’ottica sarebbe la bocca che mangia e il fototipo alla fine …. ci siamo capiti. Luca anche queste sono pagine ignote della storia della fotografia italiana

    Anche a me, e fino da allora, non firmavano le fotografie e facevano male perché farne alcune è molto difficile specie se i piatti sono fumanti. Torno a concludere con quello che scrive Tartaglione: è vero che a fotografare pure cucina di rischia parecchio anche se non proprio la vita: di ingrassare. Io prima di lavorare a Frascati ero bello e sottile, dopo tre mesi la mia fedele compagna mi ha chiesto il nome di mi aveva messo incinto…..

    In bocca al lupo carissimo amico e tieni duro che il peggio per noi fotografi deve ancora venire Ando

  26. Caro Luca, seguo davvero con grande interesse la tua rubrica, mi piacciono le lettere che ricevi. Cito nell’ultina dove Tartaglione invoca “… più rispetto per il lavoro di tanti fotografi che spesso anche a rischio della propria vita contribuiscono a rendere più completa la nostra informazione ” si intende anche quando si tratta di fotografare dei gnocchi perchè di questo si parla nel numero. No Luca no, non faccio ironia, io tanti anni fa, a Roma sono vissuto fotografando pietanze: sopra Roma a Frascati la CGIL aveva una grande Scuola per Cuochi e Camerieri e io, come ex partigiano e iscritto al PCI di Togliatti, raccomandato di Di Vittorio (Luca, non scherzoooo!) avevo ottenuto proprio un contratto, una esclusiva, per fotografare diciamo i compiti in classe. Si era agli albori della fotografia a colori e le pietanze in bianconero non solo non dicono niente ma è terribile: somigliano tutte a quello che dopo diventano e nominare fa schifo. Scrissi allora un trafiletto che mi pubblicò Vie Nuove dove dicevo, pensa che pazzo, che la macchina fotografica senza il colore diventava una specie di intestino dove l’ottica sarebbe la bocca che mangia e il fototipo alla fine …. ci siamo capiti. Luca anche queste sono pagine ignote della storia della fotografia italiana

    Anche a me, e fino da allora, non firmavano le fotografie e facevano male perché farne alcune è molto difficile specie se i piatti sono fumanti. Torno a concludere con quello che scrive Tartaglione: è vero che a fotografare pure cucina di rischia parecchio anche se non proprio la vita: di ingrassare. Io prima di lavorare a Frascati ero bello e sottile, dopo tre mesi la mia fedele compagna mi ha chiesto il nome di mi aveva messo incinto…..

    In bocca al lupo carissimo amico e tieni duro che il peggio per noi fotografi deve ancora venire Ando

  27. Per Giacomo Ferrari: la tua conclusione è perfettamente centrata su quello che volevamo dire, proprio “esattamente”. Non dobbiamo discutere di cose “vecchie” e risapute, lo so bene che il problema dei crediti e dei riconoscimenti ai fotografi non è “cosa nuova”, ho preso questo argomento “sensibile” per aprire il tema del marketing vissuto non come parola “figa”, ma come elemento centrale della professione, per il presente e per il futuro. Abbiamo fatto un Camp, qualche mese fa, e ne parleremo ancor di più nei prossimi mesi, in altre iniziative e comunque qui, su Jumper. Non serve piangere o arrabbiarsi, serve reagire, farsi conoscere, usare al meglio la comunicazione, specialmente quella digitale. E perdono per il mio tono semplicistico su Facebook, odio l’uso che se ne fa, mediamente, specialmente in Italia. Ovvio che ci sono cose buone, come quella che segnali, di solito preferisco altre strade, come dicevo Twitter, dove selezionando bene e operando in modo oculato è possibile costruire un network di alto profilo. Ma l’importante è trovare le strade, e usare i social network non per “esserci”, non per “moda”, ma con una strategia chiara e funzionale. Al lavoro.

  28. Per Giacomo Ferrari: la tua conclusione è perfettamente centrata su quello che volevamo dire, proprio “esattamente”. Non dobbiamo discutere di cose “vecchie” e risapute, lo so bene che il problema dei crediti e dei riconoscimenti ai fotografi non è “cosa nuova”, ho preso questo argomento “sensibile” per aprire il tema del marketing vissuto non come parola “figa”, ma come elemento centrale della professione, per il presente e per il futuro. Abbiamo fatto un Camp, qualche mese fa, e ne parleremo ancor di più nei prossimi mesi, in altre iniziative e comunque qui, su Jumper. Non serve piangere o arrabbiarsi, serve reagire, farsi conoscere, usare al meglio la comunicazione, specialmente quella digitale. E perdono per il mio tono semplicistico su Facebook, odio l’uso che se ne fa, mediamente, specialmente in Italia. Ovvio che ci sono cose buone, come quella che segnali, di solito preferisco altre strade, come dicevo Twitter, dove selezionando bene e operando in modo oculato è possibile costruire un network di alto profilo. Ma l’importante è trovare le strade, e usare i social network non per “esserci”, non per “moda”, ma con una strategia chiara e funzionale. Al lavoro.

  29. Chiedo scusa se vado OT, ma mi scappa.
    io non credo che faccia bene al nostro settore l’essere continuamente incacchiati col mondo.

    Se proviamo a distaccarci un attimo, e guardarci con occhio neutro, l’effetto è quello di una categoria allo sbando, in procinto di naufragare, in lotta per assicurarsi l’ultima scialuppa.

    Io da un po’ di tempo a questa parte cerco di impormi un pensiero positivo, che se non risolve i problemi irrisolvibili, almeno fa fare un figurone con il cliente.

    Nessuno si rivolge volentieri a gente immusonita e brontolona, pensiamo a come scegliamo il nostro meccanico o il nostro barista :-)

    Problemi ne abbiamo sempre avuti e sempre ne avremo, ma finché stiamo con la testa solo lì, difficilmente riusciremo ad avere il giro di orizzonte.

  30. Chiedo scusa se vado OT, ma mi scappa.
    io non credo che faccia bene al nostro settore l’essere continuamente incacchiati col mondo.

    Se proviamo a distaccarci un attimo, e guardarci con occhio neutro, l’effetto è quello di una categoria allo sbando, in procinto di naufragare, in lotta per assicurarsi l’ultima scialuppa.

    Io da un po’ di tempo a questa parte cerco di impormi un pensiero positivo, che se non risolve i problemi irrisolvibili, almeno fa fare un figurone con il cliente.

    Nessuno si rivolge volentieri a gente immusonita e brontolona, pensiamo a come scegliamo il nostro meccanico o il nostro barista :-)

    Problemi ne abbiamo sempre avuti e sempre ne avremo, ma finché stiamo con la testa solo lì, difficilmente riusciremo ad avere il giro di orizzonte.

  31. Sante for President!! Grazie, il commento non è per nulla OT (Off Topic, ovvero “fuori tema” per chi non conosce il termine), anzi! Dobbiamo trovare serenità per trasmetterla e per rendere gradevole il lavorare insieme con i clienti. Vale il proverbio cinese che dice che chi non è capace di sorridere non dovrebbe aprire un negozio ;-)

  32. Sante for President!! Grazie, il commento non è per nulla OT (Off Topic, ovvero “fuori tema” per chi non conosce il termine), anzi! Dobbiamo trovare serenità per trasmetterla e per rendere gradevole il lavorare insieme con i clienti. Vale il proverbio cinese che dice che chi non è capace di sorridere non dovrebbe aprire un negozio ;-)

  33. Tempo addietro avevo scritto un post su questo argomento sul mio blog (http://www.massimocristaldi.com/wordpress/foto-fonte-internet/langswitch_lang/it/) in cui affrontavo la questione di cui tu scrivi qui da una prospettiva per certi versi ancora più perversa…. Quella di fotografie stampate di cui si ammette esplicitamente che sono state recuperate dalla rete mettendo “Internet” come fonte. Come dire che, candidamente, l’ho scaricata e l’ho pubblicata, e chissenefrega di chi l’ha fatta: era in Rete! Credo che questo tuo interessante post si ricolleghi ad alcuni (timidi) effort fatti, ad esempio, da Getty Images – sul piano legale – per tutelare le fotografie da abusi (http://www.plagiarismtoday.com/2009/09/18/istockphoto-offers-a-legal-guarrantee/) o da Photoshelter – sul piano tecnico – attraverso il loro recente accordo con Tyneye (http://pa.photoshelter.com/mkt/200909/tineye/tineye.html)….
    Mettendo assieme l’uno e l’altro sembra quasi che la seconda sia una risposta della prima a quei fotografi che non vogliono vendere attraverso una agenzia (o una stock house)….
    Mi scuso se ho portato il discorso dalla carta stampata alla Rete ma con la tua chiosa verso il social networking non ho proprio resistito.

    Massimo

  34. Tempo addietro avevo scritto un post su questo argomento sul mio blog (http://www.massimocristaldi.com/wordpress/foto-fonte-internet/langswitch_lang/it/) in cui affrontavo la questione di cui tu scrivi qui da una prospettiva per certi versi ancora più perversa…. Quella di fotografie stampate di cui si ammette esplicitamente che sono state recuperate dalla rete mettendo “Internet” come fonte. Come dire che, candidamente, l’ho scaricata e l’ho pubblicata, e chissenefrega di chi l’ha fatta: era in Rete! Credo che questo tuo interessante post si ricolleghi ad alcuni (timidi) effort fatti, ad esempio, da Getty Images – sul piano legale – per tutelare le fotografie da abusi (http://www.plagiarismtoday.com/2009/09/18/istockphoto-offers-a-legal-guarrantee/) o da Photoshelter – sul piano tecnico – attraverso il loro recente accordo con Tyneye (http://pa.photoshelter.com/mkt/200909/tineye/tineye.html)….
    Mettendo assieme l’uno e l’altro sembra quasi che la seconda sia una risposta della prima a quei fotografi che non vogliono vendere attraverso una agenzia (o una stock house)….
    Mi scuso se ho portato il discorso dalla carta stampata alla Rete ma con la tua chiosa verso il social networking non ho proprio resistito.

    Massimo

  35. @ Sante:
    La soluzione è 1.500 euro (mille-cinquecento) … !!

    @ tutti:
    la definizione di artista non ce la diamo noi ma, eventualmente, ce la danno gli altri (clienti, compratori, …). Credo sia giusto. Se andassi in giro dichiarando di essere un artista, farei ridere. Ma se me lo dice un cliente o un acquirente delle mie stampe, sono contento.
    È una questione di cultura: la mia ex agente americana (e come lei, tutti gli altri agenti di fotografi americani) ci chiamava “my talents”. Talent non significa artista ma già si avvicina.

    @ Massimo Bianchi:
    da giovane (ormai mi tocca utilizzare questa locuzione) ho fatto da assistente a diversi fotografi e sono cascato in alcune riunioni di associazioni e/o sindacati. Posso assicurarti che Tau Visual fa un gran lavoro.

    E adesso alcune personali osservazioni:
    la digitalizzazione dell’immagine e la conseguente massificazione di questo mestiere avevano da tempo creato le basi di questa situazione. La crisi finanziaria, tramutatasi in economica, ha solo fatto da catalizzatore.
    Ma non si torna indietro. Credo che molti, se non lo hanno ancora fatto, dovrebbero leggersi ciò che, tra gli altri, ha scritto Roberto Tomesani qui (http://roberto-tomesani.photographers.it/?p=35) per esempio.

    Ciao

  36. @ Sante:
    La soluzione è 1.500 euro (mille-cinquecento) … !!

    @ tutti:
    la definizione di artista non ce la diamo noi ma, eventualmente, ce la danno gli altri (clienti, compratori, …). Credo sia giusto. Se andassi in giro dichiarando di essere un artista, farei ridere. Ma se me lo dice un cliente o un acquirente delle mie stampe, sono contento.
    È una questione di cultura: la mia ex agente americana (e come lei, tutti gli altri agenti di fotografi americani) ci chiamava “my talents”. Talent non significa artista ma già si avvicina.

    @ Massimo Bianchi:
    da giovane (ormai mi tocca utilizzare questa locuzione) ho fatto da assistente a diversi fotografi e sono cascato in alcune riunioni di associazioni e/o sindacati. Posso assicurarti che Tau Visual fa un gran lavoro.

    E adesso alcune personali osservazioni:
    la digitalizzazione dell’immagine e la conseguente massificazione di questo mestiere avevano da tempo creato le basi di questa situazione. La crisi finanziaria, tramutatasi in economica, ha solo fatto da catalizzatore.
    Ma non si torna indietro. Credo che molti, se non lo hanno ancora fatto, dovrebbero leggersi ciò che, tra gli altri, ha scritto Roberto Tomesani qui (http://roberto-tomesani.photographers.it/?p=35) per esempio.

    Ciao

  37. per quanto riguarda il problema delle foto firmate sulle riviste, credo che sia un problema doppio, sia gli editori/grafici non si interessano a mettere il nome del fotografo (per il grande pubblico a parte 3 nomi, tutti gli altri sono sconosciuti) sia i fotografi sono disinteressati a combattere per mettere il proprio nome di fianco alla propria immagine.

    Perchè?

    Io lavoro come fotografo da pochi anni, circa 4, e in questi anni non mi è mai capitato che un cliente mi contattasse dal nulla perchè aveva letto il mio nome vicino ad un mio lavoro… ( e credo che sia l’unico motivo per cui un professionista voglia il nome vicino all’ opera: per farsi pubblicità, quindi vendere di più)

    Ma non sarà che i clienti ( aziende/redazioni/editori/uffici stile/etc) ormai contattano solo persone che conoscono?
    quindi meglio trovare un modo più interessante per farsi conoscere… come twitter ad esempio!

    http://twitter.com/loveeman

    @Sante: anch’io sottoscrivo l’idea di un pensiero positivo.

  38. per quanto riguarda il problema delle foto firmate sulle riviste, credo che sia un problema doppio, sia gli editori/grafici non si interessano a mettere il nome del fotografo (per il grande pubblico a parte 3 nomi, tutti gli altri sono sconosciuti) sia i fotografi sono disinteressati a combattere per mettere il proprio nome di fianco alla propria immagine.

    Perchè?

    Io lavoro come fotografo da pochi anni, circa 4, e in questi anni non mi è mai capitato che un cliente mi contattasse dal nulla perchè aveva letto il mio nome vicino ad un mio lavoro… ( e credo che sia l’unico motivo per cui un professionista voglia il nome vicino all’ opera: per farsi pubblicità, quindi vendere di più)

    Ma non sarà che i clienti ( aziende/redazioni/editori/uffici stile/etc) ormai contattano solo persone che conoscono?
    quindi meglio trovare un modo più interessante per farsi conoscere… come twitter ad esempio!

    http://twitter.com/loveeman

    @Sante: anch’io sottoscrivo l’idea di un pensiero positivo.

  39. @Paolo Nobile
    Vero: non intendevo dire che il fotografo deve autodefinirsi un artista. Sarebbe un atto di superbia.
    Intendevo dire, e sto cercando di darvi una impressione di una persona (appunto io) che guarda l’ambiente da fuori, intendevo dire che i protagonisti stessi della fotografia negano a priori ogni possibilità di uno statuto artistico della fotografia e dei fotografi.
    E’ vero che deve essere il cliente a dire se un fotografo è un artista/ha fatto un’opera d’arte oppure no. Ma se come prima cosa il fotografo mette subito in chiaro “io NON sono un artista”, allora il cliente manco si pone il problema.
    Ora, io parlo di “artisticità”, ma non è necessariamente questo il parametro a cui applicare il ragionamento: come ha splendidamente scritto qui sopra Sante Castignani, il sorriso e l’ottimismo del cliente dipende da quello del fornitore.

  40. @Paolo Nobile
    Vero: non intendevo dire che il fotografo deve autodefinirsi un artista. Sarebbe un atto di superbia.
    Intendevo dire, e sto cercando di darvi una impressione di una persona (appunto io) che guarda l’ambiente da fuori, intendevo dire che i protagonisti stessi della fotografia negano a priori ogni possibilità di uno statuto artistico della fotografia e dei fotografi.
    E’ vero che deve essere il cliente a dire se un fotografo è un artista/ha fatto un’opera d’arte oppure no. Ma se come prima cosa il fotografo mette subito in chiaro “io NON sono un artista”, allora il cliente manco si pone il problema.
    Ora, io parlo di “artisticità”, ma non è necessariamente questo il parametro a cui applicare il ragionamento: come ha splendidamente scritto qui sopra Sante Castignani, il sorriso e l’ottimismo del cliente dipende da quello del fornitore.

  41. Quello di potersi far conoscere nei social network intelligenti è davvero un’idea brillante visto che le riviste omai (specialmente quelle molto commerciali ) sono alla frutta ! Adesso capisco perchè (dato che vi ho partecipato) perchè a febbraio in un workshop ,certi photoeditor tentavano di invogliare a chi volesse cimentarsi nella professione di fotografo di proporre delle imagini soddisfacenti e di un certo pregio!Comunque dato il periodo non varrebbe più la candela in qunto per come si verrebbe poi pagati !Se poi a quelli del National Geografi che sono tra i migliori non gli viene più assegnato il commisionato, figuriamoci a chi vorrebbe poter inziare ,oppure non è all’altezza di certi servizi !E se come agenzia in italia ha chiuso Grazia Neri ! Buona notte sognatori ! Se poi certi le foto ai giornali cedrti sventurati ed incoscenti le regalano pure ,o con certi concorsi fotografici certi se le lasciano pure fragare pur di potersela ammirare su qualche catalogo fotografico dello stesso concorso ! Quindi meglio i social network !!!!!!!!!!!!!!!!!!1

  42. Quello di potersi far conoscere nei social network intelligenti è davvero un’idea brillante visto che le riviste omai (specialmente quelle molto commerciali ) sono alla frutta ! Adesso capisco perchè (dato che vi ho partecipato) perchè a febbraio in un workshop ,certi photoeditor tentavano di invogliare a chi volesse cimentarsi nella professione di fotografo di proporre delle imagini soddisfacenti e di un certo pregio!Comunque dato il periodo non varrebbe più la candela in qunto per come si verrebbe poi pagati !Se poi a quelli del National Geografi che sono tra i migliori non gli viene più assegnato il commisionato, figuriamoci a chi vorrebbe poter inziare ,oppure non è all’altezza di certi servizi !E se come agenzia in italia ha chiuso Grazia Neri ! Buona notte sognatori ! Se poi certi le foto ai giornali cedrti sventurati ed incoscenti le regalano pure ,o con certi concorsi fotografici certi se le lasciano pure fragare pur di potersela ammirare su qualche catalogo fotografico dello stesso concorso ! Quindi meglio i social network !!!!!!!!!!!!!!!!!!1

  43. Secondo me, il fotografo è un artista se la fotografia è riconosciuta come opera d’arte, il che avviene molto più in questi ultimi tempi rispetto a prima (vi sono mai arrivate mail di gallerie che vi chiedono di inviare materiale da valutare?). Il problema è un’altro, sempre secondo me: è collocarsi in un mondo legato alla popolarità personale, o personal branding, che si suppone debba garantire un successo anche lavorativo. Magari è anche così, anche se mi piacerebbe sentire anche il parere di qualcuno che ha percorso questa strada avviandosi alla professione in tempi recenti. Sarà, ma ho poca fiducia nella popolarità mediatica, così come ho poca fiducia nell’appellativo di “artista”, perchè lo ritengo ormai un appellativo retorico e legato ad una sfera molto poco legata alla popolarità mediatica. Se vogliamo nominare il fotografo più famoso degli ultimi tempi (non per gli addetti ai lavori, ma per i comuni mortali) forse verrebbe in mente Corona, il quale non brilla nè per talento artistico, nè per stile fotografico, ma per popolarità e marketing…
    Da questo che cosa dovremmo dedurre? Imparare il marketing da Corona? Lasciare perdere lo stile e il lato artistico?
    Conclusione : è dura e ce lo continuiamo a ripetere, anche perchè mal comune mezzo gaudio… Ma sta a noi conservare la “Cultura fotografica” preservarla da questa marmellata mediatica che purtroppo è diventata “consumazione vorace di immagini a basso costo”. Il lato al quale dovremmo fare più attenzione è proprio la “preservazione” in contrapposizione al “consumo vorace”. Lo scadere della qualità è anche legato a quanto velocemente viene fatta passare un’immagine, anche di qualità indiscutibile come quella delle succitate copertine, e quanto ci rimane veramente negli occhi di queste immagini, che siano o meno definite come opere di artisti o di “semplici” fotografi. Purtroppo, anche se ci si mette tutta l’arte di cui siamo capaci, l’immagine che vendiamo, entra in un flusso che digerisce senza assimilare, perchè il “transito intestinale” è troppo veloce.
    Non rimane che essere noi stessi, con i nostri archivi e magari forme innovative di spazi espositivi, a fare da conservazione dell’arte contenuta nelle nostre immagini, perchè la società non lo farà più per noi, le agenzie di stampa non lo faranno più per noi, perchè anche loro sono state superate.
    Cerchiamo con pensiero positivo l’arte nelle nostre foto, magari arriveranno tempi di dissepoltura di questi archivi e di recupero di qualcosa che altrimenti si perderà per sempre (che peccato…).

  44. Secondo me, il fotografo è un artista se la fotografia è riconosciuta come opera d’arte, il che avviene molto più in questi ultimi tempi rispetto a prima (vi sono mai arrivate mail di gallerie che vi chiedono di inviare materiale da valutare?). Il problema è un’altro, sempre secondo me: è collocarsi in un mondo legato alla popolarità personale, o personal branding, che si suppone debba garantire un successo anche lavorativo. Magari è anche così, anche se mi piacerebbe sentire anche il parere di qualcuno che ha percorso questa strada avviandosi alla professione in tempi recenti. Sarà, ma ho poca fiducia nella popolarità mediatica, così come ho poca fiducia nell’appellativo di “artista”, perchè lo ritengo ormai un appellativo retorico e legato ad una sfera molto poco legata alla popolarità mediatica. Se vogliamo nominare il fotografo più famoso degli ultimi tempi (non per gli addetti ai lavori, ma per i comuni mortali) forse verrebbe in mente Corona, il quale non brilla nè per talento artistico, nè per stile fotografico, ma per popolarità e marketing…
    Da questo che cosa dovremmo dedurre? Imparare il marketing da Corona? Lasciare perdere lo stile e il lato artistico?
    Conclusione : è dura e ce lo continuiamo a ripetere, anche perchè mal comune mezzo gaudio… Ma sta a noi conservare la “Cultura fotografica” preservarla da questa marmellata mediatica che purtroppo è diventata “consumazione vorace di immagini a basso costo”. Il lato al quale dovremmo fare più attenzione è proprio la “preservazione” in contrapposizione al “consumo vorace”. Lo scadere della qualità è anche legato a quanto velocemente viene fatta passare un’immagine, anche di qualità indiscutibile come quella delle succitate copertine, e quanto ci rimane veramente negli occhi di queste immagini, che siano o meno definite come opere di artisti o di “semplici” fotografi. Purtroppo, anche se ci si mette tutta l’arte di cui siamo capaci, l’immagine che vendiamo, entra in un flusso che digerisce senza assimilare, perchè il “transito intestinale” è troppo veloce.
    Non rimane che essere noi stessi, con i nostri archivi e magari forme innovative di spazi espositivi, a fare da conservazione dell’arte contenuta nelle nostre immagini, perchè la società non lo farà più per noi, le agenzie di stampa non lo faranno più per noi, perchè anche loro sono state superate.
    Cerchiamo con pensiero positivo l’arte nelle nostre foto, magari arriveranno tempi di dissepoltura di questi archivi e di recupero di qualcosa che altrimenti si perderà per sempre (che peccato…).

  45. Ciao Monica ! Bel pensiero ! Allora cosa dobbiamo fare rassegnarci a pensare in modo positivo ciò che facciamo in attesa che si accorgano di talenti emargenti nascosti nell’ombra ? E con che cosa ? Lanciando dei razzi di ottimismo o facndo segnali di fumo ?

    Dimmi un pò hai qualkche idea ? Se ce l’hai fammi sapere rispondendo magari alla mia provocazione !

    Ciao a presto !

  46. Ciao Monica ! Bel pensiero ! Allora cosa dobbiamo fare rassegnarci a pensare in modo positivo ciò che facciamo in attesa che si accorgano di talenti emargenti nascosti nell’ombra ? E con che cosa ? Lanciando dei razzi di ottimismo o facndo segnali di fumo ?

    Dimmi un pò hai qualkche idea ? Se ce l’hai fammi sapere rispondendo magari alla mia provocazione !

    Ciao a presto !

  47. @Domenico:

    Un aspetto è quello di come “fare soldi”, l’altro è quello di conservare e promuovere la fotografia come arte. Le due cose sono separate concettualmente, anche se si suppone che il fotografo riconosciuto come artista possa “evviva!” fare fotografie pagate bene. E’ questa la condizione che si sta perdendo, anche a causa del vendere un’immagine innumerevoli volte a basso prezzo (inflazionandola!) piuttosto che tenere duro e scommettere sulla vendita di un servizio di qualità “in esclusiva”. Ma come dici anche tu, se ha chiuso Grazia Neri… c’è bisogno di molto, molto ottimismo!

    Però è logico che bisogna sopravvivere vendendo immagini. Visto che l’articolo verteva sull’identità artistica del fotografo, e sulla pubblicazione del “Suo” nome sulle testate (che è un diritto alienato, e qui non si discute), a mio avviso il “fare soldi” riguarda ormai attitudini che con l’arte e la pubblicazione del nome non hanno nulla a che fare, salvo l’arte di arrangiarsi, naturalmente.

    Di idee, se è per questo, ne ho molte e ben confuse, e credo peraltro di essere in buona compagnia.
    Il ricorrere all’ottimismo è un rifugio, perchè non credo di essere la sola con l’impressione di attraversare una tempesta.
    Personalmente, poi, mi colloco fra coloro che ampliano la competenza fotografica in tutte le direzioni confinanti (web, computergrafica, comunicazione, marketing tappandomi il naso…), studiando in continuazione e mettendomi alla prova. Il successo o meno dipende ancora una volta dal sapersi vendere bene, dribblando il sottocosto anche a costo della vita!
    L’esperienza qui in zona, dice che quando ci si infila nella china del ribasso, la via per la chiusura è breve.

    Ciao!

  48. @Domenico:

    Un aspetto è quello di come “fare soldi”, l’altro è quello di conservare e promuovere la fotografia come arte. Le due cose sono separate concettualmente, anche se si suppone che il fotografo riconosciuto come artista possa “evviva!” fare fotografie pagate bene. E’ questa la condizione che si sta perdendo, anche a causa del vendere un’immagine innumerevoli volte a basso prezzo (inflazionandola!) piuttosto che tenere duro e scommettere sulla vendita di un servizio di qualità “in esclusiva”. Ma come dici anche tu, se ha chiuso Grazia Neri… c’è bisogno di molto, molto ottimismo!

    Però è logico che bisogna sopravvivere vendendo immagini. Visto che l’articolo verteva sull’identità artistica del fotografo, e sulla pubblicazione del “Suo” nome sulle testate (che è un diritto alienato, e qui non si discute), a mio avviso il “fare soldi” riguarda ormai attitudini che con l’arte e la pubblicazione del nome non hanno nulla a che fare, salvo l’arte di arrangiarsi, naturalmente.

    Di idee, se è per questo, ne ho molte e ben confuse, e credo peraltro di essere in buona compagnia.
    Il ricorrere all’ottimismo è un rifugio, perchè non credo di essere la sola con l’impressione di attraversare una tempesta.
    Personalmente, poi, mi colloco fra coloro che ampliano la competenza fotografica in tutte le direzioni confinanti (web, computergrafica, comunicazione, marketing tappandomi il naso…), studiando in continuazione e mettendomi alla prova. Il successo o meno dipende ancora una volta dal sapersi vendere bene, dribblando il sottocosto anche a costo della vita!
    L’esperienza qui in zona, dice che quando ci si infila nella china del ribasso, la via per la chiusura è breve.

    Ciao!

  49. Un paio di considerazioni parziali e non definitive.
    Che una foto sia arte lo decide il mercato, fatto da galleristi, mercanti, critici. Figuariamoci. E’ un potere prima di tutto economico e sulla base di interessi economici regola cosa é e cosa non é arte. Ci mettono dentro anche qualcosa che assomlglia all’arte in senso, diciamo estetico per intenderci, ma non sempre. Poi arrivano tutti gli altri. Ma dopo.
    Detto questo bisognerebbe definire cos’è l’arte oggi, senza uno straccio di definizione e perlomeno un po condivisa ogni discussione é una zuppa mal riuscita, perchè ognuno fa riferimento al proprio concetto di arte senza nemmeno esplicitarlo.
    Io spero vivamente che la fotografia si leggittimi e conquisti la sua dignità senza dover correre dietro all’arte, senza volerci a tutti i costi appartenere. La fotografia é molto altro e la fotografia d’arte ne é solo una parte. E’ questo il problema, é che si cerca di darle dignità facendola diventare arte e invece le si toglie dignità se si insiste troppo.
    Se invece si vuol far parte di un meccanismo economico, così come oggi é l’arte, allora é un’altra faccenda. Leggitima e condivisibile, ma é solo una questione di sghei! Le mie foto le voglio vendere, ma non per essere un artista, se poi mi chamano artista per venderle, meglio. Ma non mi piglio per i fondelli.
    MI piacerebbe invece leggere due artisti e un fotografo, ma leggerlo sapendo che con quella parola si intende qualcosa di preciso. Leggere tre artisti non mi aggiunge un granchè. Anzi (se non ho letto male) Manara é solo un grande illustratore/disegnatore/fumettista, ma non é un artista. Mi sembra esagerata questa definizione (capisco però cosa voleva dire Luca…).
    alla prossima
    marco

  50. Un paio di considerazioni parziali e non definitive.
    Che una foto sia arte lo decide il mercato, fatto da galleristi, mercanti, critici. Figuariamoci. E’ un potere prima di tutto economico e sulla base di interessi economici regola cosa é e cosa non é arte. Ci mettono dentro anche qualcosa che assomlglia all’arte in senso, diciamo estetico per intenderci, ma non sempre. Poi arrivano tutti gli altri. Ma dopo.
    Detto questo bisognerebbe definire cos’è l’arte oggi, senza uno straccio di definizione e perlomeno un po condivisa ogni discussione é una zuppa mal riuscita, perchè ognuno fa riferimento al proprio concetto di arte senza nemmeno esplicitarlo.
    Io spero vivamente che la fotografia si leggittimi e conquisti la sua dignità senza dover correre dietro all’arte, senza volerci a tutti i costi appartenere. La fotografia é molto altro e la fotografia d’arte ne é solo una parte. E’ questo il problema, é che si cerca di darle dignità facendola diventare arte e invece le si toglie dignità se si insiste troppo.
    Se invece si vuol far parte di un meccanismo economico, così come oggi é l’arte, allora é un’altra faccenda. Leggitima e condivisibile, ma é solo una questione di sghei! Le mie foto le voglio vendere, ma non per essere un artista, se poi mi chamano artista per venderle, meglio. Ma non mi piglio per i fondelli.
    MI piacerebbe invece leggere due artisti e un fotografo, ma leggerlo sapendo che con quella parola si intende qualcosa di preciso. Leggere tre artisti non mi aggiunge un granchè. Anzi (se non ho letto male) Manara é solo un grande illustratore/disegnatore/fumettista, ma non é un artista. Mi sembra esagerata questa definizione (capisco però cosa voleva dire Luca…).
    alla prossima
    marco

  51. Mamma mia, quante riflessioni interessanti, quanti spunti potenzialmente infiniti.
    Grazie a chi ci ospita, e alla sua capacità di stimolare dibattito e pensieri.

  52. Mamma mia, quante riflessioni interessanti, quanti spunti potenzialmente infiniti.
    Grazie a chi ci ospita, e alla sua capacità di stimolare dibattito e pensieri.

  53. Con simpatia a Mattia Rossi, accordo pienamete che la “fotografia” nasce dal suo amarla e accettarne le fatiche, molti grandi fotografi di un tempo che non è più il nostro sono entrati nella storia per le loro imprese nei luoghi più disparati del mondo con mezzi che chiedevano la loro conoscenza e le possibilità di usarli. E’ nell’anima di molti fotografi lo scoprire il mondo oggi anche se negli stessi luoghi ci vanno per la prima volta dove altri sono passati centinaia di volte prima di loro, ma è sempre il viverne la scoperta. Però forse è bene ricordare che Henri Cartier Bresson proveniva da ricca e nobile famiglia di Francia, come Ansel Adams e Richard Avedon e Bourke-White da ricche famiglie Americane, come Cecil Beaton da ricca e nobile famiglia Inglese….
    I soldi non fanno la felicità, ma aiutano molto se vi è l’intenzione di creare.

  54. Con simpatia a Mattia Rossi, accordo pienamete che la “fotografia” nasce dal suo amarla e accettarne le fatiche, molti grandi fotografi di un tempo che non è più il nostro sono entrati nella storia per le loro imprese nei luoghi più disparati del mondo con mezzi che chiedevano la loro conoscenza e le possibilità di usarli. E’ nell’anima di molti fotografi lo scoprire il mondo oggi anche se negli stessi luoghi ci vanno per la prima volta dove altri sono passati centinaia di volte prima di loro, ma è sempre il viverne la scoperta. Però forse è bene ricordare che Henri Cartier Bresson proveniva da ricca e nobile famiglia di Francia, come Ansel Adams e Richard Avedon e Bourke-White da ricche famiglie Americane, come Cecil Beaton da ricca e nobile famiglia Inglese….
    I soldi non fanno la felicità, ma aiutano molto se vi è l’intenzione di creare.

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