Fotografare (e guadagnare) come i nostri padri, un pericolo per il nuovo rinascimento digitale

Le statistiche, i fatti, le analisi lo confermano: questi tre mesi hanno causato una velocizzazione pari a quella che avremmo potuto aspettarci in tre anni. Tre anni, in tre mesi.

Siamo usciti dal periodo di grande crisi del lockdown, e sembra che tutto stia per tornare alla normalità. In giro la maggior parte delle persone usa le mascherine come delle sciarpine, al collo come se dovessero proteggersi dal vento, oppure posizionate lasciando il naso fuori, oppure le legano ai gomiti per comodità (abbiamo visto anche questo), perché ormai il virus non fa più paura, e ancor peggio sono proprio le persone anziane, quelle più soggette ai pericoli, che prestano meno attenzione. Ma la nostra preoccupazione non riguarda i contagi dei virus – per questo ci sono gli specialisti – ma il virus che cerca di portare le persone e le aziende a ricercare nel passato la chiave del presente (e, ancor di più, del futuro). Sono pochi – in percentuale – quelli che si accorgono che la macchina evolutiva ha subito questa accelerazione e ora quello che si chiede ai professionisti, di tutti i settori ma ancor di più in quelli che si occupano di comunicazione e immagine, è di rispondere a nuove esigenze.

Vi siete domandati, in questo periodo, cosa vogliono, verso dove si spostano i consumi, le esigenze, le aspettative del vostro mercato, e in generale di mercati che magari fino ad ora non potevate o volevate affrontare? Il grande cambiamento non porta a fare quello che si faceva, e nemmeno a “risolvere problemi”, ma a capire se è possibile fare scalate e non gradini, e ancor meno cercare solo “di rialzarsi”. L’unica sicurezza è che non c’è sicurezza in quelle che erano sicurezze del passato. E i dati dimostrano e dichiarano che molti professionisti e aziende che prima del lockdown erano in difficoltà, forse non riusciranno a rialzarsi. Bisogna muoversi velocemente, per non rischiare un tracollo.

Nel campo della fotografia la tradizione è spesso esposta con orgoglio come una bandiera, che parla del “come era meglio il passato”; proprio ieri mi è arrivata l’informazione di una nuova proposta di RNI chiamato AeroChrome che riproduce fedelmente (e con tantissime opzioni e regolazioni) quello che era possibile fare con la pellicola Kodak per infrarosso, almeno dal punto di vista visuale (poi, di fatto, questa pellicola serviva per visualizzare correttamente dettagli in condizioni complesse e non visibili ad occhio nudo – per esempio nella fotografia aerea, per identificare falsi nel quadri, eccetera, ma forse in pochi se lo ricordano). Questa soluzione fa tornare indietro al passato, quando i fotografi creativi usavano questa pellicola per fotografie di moda o di paesaggio davvero particolari, dove sostanzialmente la componente più evidente era un netto cambiamento cromatico della vegetazione da verde a rosa/rosso, un effetto non visibile ovviamente nel mirino e quindi tutto diventava una “grande sorpresa” una volta sviluppata la pellicola. Come per tanti altri preset, app, software, ecco un altro “ritorno al passato”, che permette di proporre mood che sanno di passato con una comoda e funzionale conversione dall’analogico al digitale, che da molti viene percepita come una opportunità, ma che altri considerano un “trucco banale” (chissà perché usare una pellicola è qualcosa di “creativo” mentre un preset è “una banalità” e se è un’app diventa una stupidaggine da dilettanti); di recente abbiamo letto di chi – per infuocare il pubblico spesso becero dei social – si dichiarava disposto a fotografare solo con pellicola, a prezzi stratosferici. Va detto però che fare/rifare quello che si faceva decine di anni fa è il classico esempio del guardare indietro invece che avanti: funziona, a piccole dosi, ma non ci si può basare su questo per guardare oltre in modo concreto, ovvero oltre a qualche “like”. C’è un altro dettaglio interessante: la versione per Photoshop e Lightroom di questa “applicazione” ha un costo abbastanza elevato (un centinaio di euro), che ovviamente è sensato se poi diventa uno strumento di lavoro; la stessa soluzione, però, in versione app, si scarica gratuitamente e, volendo – per attivare tutte le funzioni e tutte le opzioni – costa 0.99 euro al mese, un investimento decisamente insignificante per fare tutte le prove che si desidera (come abbiamo fatto subito noi) e poi semmai proseguire a pagarla quando vi serve e se vi serve: ulteriore conferma che – come abbiamo già detto la scorsa settimana – il passaggio tra piattaforma desktop a quella “iPad” è una strada che porta quasi solo vantaggi, anche economici. A proposito di questo, gli annunci di Apple dello scorso lunedì (vi avevamo lasciati con quell’appuntamento) hanno portato al concetto finale di “app universali”: con il passaggio ai processori Apple Silicon, che inizieranno ad apparire verso la fine di quest’anno, le applicazioni iPad e iPhone potranno “girare” senza alcuna limitazione anche sui Mac, e allora… poco importerà se vorrete rimanere attaccati alla filosofia di un “computer vecchio stile” oppure puntare alla “nuova visione”, perché non ci saranno più distinzioni: avranno tutti lo stesso sistema operativo (o meglio: due versioni del tutto analoghe, le evoluzioni del design dell’interfaccia portano tutte ad un allineamento), lo stesso processore, le stesse app, si potrà avere tastiere, mouse e interfaccia a penna, e touch screen, per ora su due oggetti che lavoreranno insieme, ma che potranno fondersi del tutto, in un paio di anni. Le app, quindi, diventeranno “universal”, e si acquisteranno o ci si abbonerà per farle girare “ovunque”… e siamo sicuri che il costo di questi software “universali” guarderà più al modello di business delle app (acquisiti in-app, versioni freemium, costi molto contenuti) che non a quello dei “vecchi software”; Adobe ha già trovato da anni la sua strada “universale”: si paga un fisso per avere tutto, sia su desktop che mobile.

Le evoluzioni sono davanti a noi, come dicevamo, e come diremo sempre a voce più alta e ad un pubblico sempre più allargato, e a quel punto ci saranno due strade: quelle di abbracciare sul serio, e non solo a parole, l’evoluzione, l’innovazione, il “cambiare mente”, oppure… continuare a fare quello che facevano i “nostri padri”, e di colpo una canzone (anche questa molto vecchia, cose che appunto ascoltava mio padre, ma parlava dell’evitare quello che i padri avevano fatto prima di noi, quindi va bene per confermare questa intenzione), cantata da una delle voci più belle del migliore Brasile (Elis Regina) che nel lontanissimo 1976 cantava, o meglio finiva con urlare, con una grinta che diventava denuncia (sebbene il brano inizi molto “dolcemente”) “Como nossos Pais”, che nel ritornello dice:

Minha dor é perceber

Que apesar de termos feito tudo, tudo

Tudo o que fizemos

Nós ainda somos os mesmos

E vivemos

Ainda somos os mesmos

E vivemos como os nossos pais

(Il mio dolore è percepire che malgrado abbiamo fatto tutto, tutto, tutto quello che abbiamo fatto, ancora siamo gli stessi e viviamo e ancora siamo gli stessi e viviamo come i nostri padri).

Qualcuno dirà che questo approccio “vintage” è bello, così come lo è pensare che il mondo può rimanere quello di una volta, bella la ricerca delle origini, un ritorno al passato… ma non è il momento di tornare indietro, abbiamo di fronte un mondo da costruire e abbiamo bisogno di guardare oltre, non dietro alle spalle. Il mondo è cambiato, in tre mesi, in soli tre mesi. Abbiamo poco tempo da perdere: i nostri avi chissà se hanno vissuto meglio di noi, forse si, ma non è la loro formula quella che ci permetterà di farlo anche noi. Il “Rinascimento” di cui stiamo disegnando i confini, è sempre più vicino a noi (e noi a voi)…