La falsità formato Instagram (e il futuro dell’informazione visiva)

Etica Instagram VeritàCraig Whitehead

La fotografia, nella mente (e negli occhi, che diventano ricettori di informazioni che vengono poi trasmesse al cervello umano) viene percepita come “realtà”, ed è questa la sua grande differenza rispetto alle altre forme visuali (pittura, disegno, illustrazione) che vengono istintivamente interpretate come “frutto di immaginazione”. Chiaramente, poi il cervello elabora, e quindi se vede degli asini rosa che volano, poi capisce che “c’è dietro Photoshop”, ma la prima sensazione è quella che conta, e spesso è anche quella che “rimane”. Se è una fotografia è vera, il cervello ci crede ancora, ed è una follia, al pari di quello che dicevano i nostri nonni (l’hanno detto in TV, quindi è vero… lo ha detto Mike Bongiorno!), oppure i nostri genitori che dicevano che era vero perché “è scritto sui giornali”.

Siamo, quasi tutti, parte di una generazione ingenua, i giovanissimi non sono più così, non credono più a nulla, non si fidano più. Non so se vivono e vivranno meglio di noi, ma il loro modo di pensare è molto diverso. Non è che sono più “intelligenti”, semplicemente sono nati in un’era in cui la manipolazione è così semplice che si parte dal presupposto che “tutto è falso”, fino a prova contraria.

La manipolazione non è fatta solo da “immagini” o “testi”: le maggiori “bugie” ci vengono propinate dagli algoritmi, che sapendo molto bene quello che siamo e quali sono i nostri pensieri e le nostre preferenze ed orientamenti, sanno come propinarci le cose per fare in modo che addirittura le percepiamo come delle nostre scelte. Chi si affida agli algoritmi ciecamente rischia tantissimo, chi non lo fa (quante volte avete deciso di “non credere” al navigatore GPS perché ad istinto vi sembrava dicesse “bugie”… a volte avevate ragione, a volte no). Il discorso è lungo e complesso da analizzare, ma affascinante, perché porta a individuare un equilibrio difficile per farci credere ma non troppo.

Rimaniamo sull’immagine. Le immagini le guardiamo (e specialmente le guardano) su Instagram. Miliardi di immagini consumate oggi giorno, centinaia di migliaia di immagini caricate ogni minuto: un potere di comunicazione incredibile, che non può non condizionare – nel bene e nel male – tutta la nostra società. E a volte (spesso) quello che vediamo è falso, falsissimo. E’ uscito, denunciato dal New York Times e poi da Vice, testata che si propone con un tono alternativo di “denuncia” ma che spesso, come in questo caso, riprende notizie già uscite altrove, magari su media “tradizionali”, che una delle mete visuali più “cool” del momento, quella che è chiamata le “Maldive di Novosibirsk”, è in realtà un lago artificiale che è una discarica di una centrale elettrica. Non è un paradiso tropicale, ma una città in Siberia con una popolazione di 1,6 milioni di persone, meglio conosciuto per i suoi inverni gelidi e le fabbriche metallurgiche che le sue spiagge. Eppure tutto sembra meraviglioso, quelle acque cristalline se anche non arrivano ad essere “mortali”, sono comunque pericolose, e sono tanti gli allarmi: bagnarsi in quelle acque può provocare allergie e problemi alla pelle. Ma non fa niente: è instagrammabile, ed è quello che conta.

Ci sono i primi fenomeni di “fuga” da questo meccanismo, come per esempio nuovi ristoranti che decidono di proporre un’estetica “poco instagrammabile” (basta renderli molto poco illuminati, alla fine “fotografare” significa sempre “disegnare con la luce”, e con poca luce specialmente le “armi” per selfies e stories fanno ancora cilecca), per portare le persone a vivere le emozioni invece che documentarle, oppure fenomeni virali che portano fotografi a combattere l’uso smodato degli scatti rubati con lo smartphone durante un matrimonio che non solo tolgono la visuale a chi scatta “le foto ufficiali”, ma che mette in dubbio il valore e il significato di quel gesto.

In tutto questo, si può pensare che un ruolo professionale per chi lavora sull’immagine è quello di dare delle “certezze”; in un mondo in cui tutto può essere manipolato e di fronte alla predisposizione delle nuove generazioni a “non credere”, un professionista potrebbe avere un ruolo di “certificatore” della realtà, attuando approcci e metodi che possono essere trasparenti sulla non manipolazione, sul fatto che quello che viene raccontato è reale. Che se si percepisce “bellezza”, questa non è frutto di “trucchi” ma solo di sensibilità e capacità narrativa. Adottare delle regole, può portare ad essere apprezzati e ricercati perché “affidabili”, è questo per esempio la strada che stanno seguendo i media più impegnati per garantirsi uno spazio nel futuro dove l’informazione non è più un bene prezioso, mentre lo è la fiducia e l’affidabilità. Pensateci, e chi crede che questa possa essere una strategia può iniziare a capire come dotarsi di un’etica che abbia una sostenibilità e una sostanza. E, no, non basta dire che “queste foto non sono state manipolate”, e nemmeno abbandonare il digitale per tornare sulla pellicola: è qualcosa di molto più profondo, perché anche queste cose sono trucchi che avranno vita breve. Un notaio non è autorevole perché usa per firmare una stilografica o una firma digitale, ma per il lavoro di controllo e per l’affidabilità che il suo ruolo impone.