Flickr è stato venduto, comprato da un altro dinosauro del deserto digitale

Flickr deserto digitaleToa Heftiba

La notizia, scoppiata poche decine di ore fa, è che Flickr è stato ceduto, non è più parte di Yahoo (che lo aveva comprato nel 2005 ad un anno dalla sua nascita). E una delle operazioni dello smantellamento di uno dei giganti storici della prima fase di Internet, dopo l’acquisizione da parte di Verizon, nel gennaio del 2017 che ha studiato un mondo integrato chiamato Oath (nome orribile) per unire i suoi gioielli acquisiti, ovvero: AOL, Yahoo, Tumblr, e altri siti come l’HuffingtonPost, TechCrunch, Engadget e – ancora online nell’elenco dei brand del gruppo… errore davvero sintomo di mancanza di coordinamento e di comunicazione da parte del gruppo – Flickr.

Tanto per inquadrare la situazione, Yahoo che forse molti di voi non visitano da anni (si, è quello con la scritta viola…) è tutt’ora – incredibilmente – uno dei siti più popolari e di maggiore forza commerciale, ma vive una crisi di identità da molti anni, e per tentare il recupero era stata nel 2012 nominata CEO Marissa Mayer, uno dei capostipiti di Google, che aveva promesso una nuova visione, ma che verrà ricordata più per i suoi capelli troppo “gialli”, per i suoi vestitini dal gusto discutibile, per le feste milionarie, per acquisizioni miliardarie che non hanno mai trovato ragione d’essere (per esempio Tumblr), e per la sua buona uscita di oltre 23 milioni di dollari, più che per queste sue visioni sul futuro di Yahoo, come per esempio quella sbagliata proprio riguardo a Flickr, quando – presentandolo nella sua nuova veste – riuscì a far arrabbiare milioni di persone dichiarando che “alla fine in fotografia, tutti sono ormai dei ‘professionisti’”.

Chi ha comprato Flickr? Un servizio, abbastanza famoso, Smugmug, nato per offrire ad appassionati e professionisti uno spazio online per salvare, condividere e vendere foto, di fatto una alternativa complementare o sostitutiva ad un proprio sito e ai vari canali social, agli spazi cloud. Quando lo abbiamo saputo, il primo collegamento che abbiamo fatto è stato: certo, tra dinosauri si capiscono e si faranno ben poca forza insieme. Flickr è un servizio del passato, poco importa quanti siano gli utenti (si parla ancora di 90 milioni/mese: tantissimi, ma risibili rispetto a Facebook – oltre 2 miliardi/mese – o ad Instagram – 800 milioni/mese – che è di fatto il suo naturale successore). Flickr ha subito molte evoluzioni negli anni, e dopo essere stata la patria dei fotografi, sostituendosi a Fotolog (una storia che abbiamo raccontato qui), non è stato in grado di fare molto per mantenere questa relazione di amore con gli appassionati e ancor più con i professionisti, non è andata oltre alla “vetrina”, non ha fatto evoluzioni nelle interazioni e nell’evolversi nel vero e proprio significato del termine “fotografia” nell’era contemporanea (cosa che invece ha fatto Instagram, magari “scopiazzando” intuizioni come quelle di Snapchat con le Storie). Ma anche Smugmug è decisamente datato come proposta perché ormai ci sono soluzioni integrate ai sistemi operativi mobile per archiviare le foto (in particolare, l’eccezionale Google Photos, ma anche Foto di Apple, che pur è una delle “peggio cose” che sia stata partorita dell’azienda della Mela); SmugMug è poco utile per gli appassionati e non sufficientemente funzionale per i professionisti (o, almeno, questa è la nostra opinione…). Per assurdo, è proprio nella comunicazione realizzata per segnalare questo “matrimonio” c’è il seme della sua debolezza:

“Questa community è sempre esistita. Ora si sta unendo”

flickr smugmug

In realtà, Internet è uno spazio che ha ospitato piazze, città, regioni, nazioni, continenti che sono rimasti, ma non per questo sono ancora delle “comunità”. Gli spazi esistono ancora (ICQ, la prima messaggeria famosa, esiste ancora… davvero? Myspace anche, così come MSN, o lo stesso citato Fotolog), ma sono deserti abbandonati, che non hanno più lo spirito di community, di incontro, di senso di esistere. Esistono perché qualcuno pensa che possano valere qualcosa, ma non valgono più nulla, perché manca il senso di aggregazione, e non c’è uno spazio che possa sopravvivere all’infinito: anche i locali, dove tutti si incontrano per bere in compagnia, prima o poi passano di moda (magari perché cambia gestione, oppure perché i titolari dopo aver fatto sforzi per guadagnare i clienti li hanno “dati per scontati” e la qualità del servizio o i sorrisi sono diminuiti) e si svuotano. Ma ci sono i furbi, gli squali che, incapaci di inventare, pensano che sia sufficiente mettere sul piatto milioni di dollari per convogliare/mantenere gli interessi degli utenti. E sono sempre le stesse figure che ci provano, il mondo della telefonia (appunto Verizon), o i “vecchi media” (come News Corp. quella di Murdoch o se vogliamo quella di Sky che aveva comprato nel 2005 a 580 milioni di dollari appunto Myspace che non sapeva nemmeno cosa farsene e infine ha svenduto a soli 35 milioni ad altri che anche loro non sanno cosa farsene). Sono operazioni che dimostrano quanta ignoranza culturale, quanta presunzione imprenditoriale priva di anima c’è in giro. Non si comprano le persone, non si ricrea amore quando l’amore è finito, semplicemente non funziona, e cercare di riscaldare una minestra non porta a nulla.

Questo è un insegnamento che è necessario a tutti: quello che è stato quasi mai torna allo splendore iniziale, quando la strada si perde, è meglio cambiare progetti e andare da un’altra parte, e non sono sufficienti soldi, risorse, impegno. Vale nel mondo digitale, ma anche in quello fisico. Vale nelle relazioni con migliaia, milioni di persone, e vale nelle relazioni più complesse, quelle a due (o a tre, o a quattro… quelle intime, per intenderci). Vale per quello che eravamo e che non siamo più, per il lavoro, per le passioni, per la vita. Quando la passione diventa abitudine, inizia la crisi, quando la fiamma di spegne, inutile anche la fiamma ossidrica… non si riaccende più.

CdBabyDevo dire grazie ad una persona di cui ho seguito un convegno una settimana fa a Roma (Giovanni Re, di Roland) che mi ha ricordato una persona e un progetto fantastico: lui Derek Sivers, il fondatore di CdBaby, il primo sito per la vendita di Cd per musicisti indipendenti. Conoscevo molto bene questo sito e abbastanza la sua storia, ma ho scoperto che aveva scritto un libro (non fate caso al pessimo titolo: è un libro piacevole, divertente e decisamente fuori dagli schemi), che ho comprato e letto in due ore e che davvero consiglio a tutti: parla di passione, di un approccio che – con amore – lo ha portato a creare “per aiutare i musicisti” (sul serio, le virgolette sono citazione non segno di ironia) un fenomeno che ha generato risultati inaspettati. Lui non voleva, lo dice nel libro, fare qualcosa di “grande”, ma solo qualcosa di bello e di utile, e quando gli chiedevano cosa stava facendo per “far crescere l’azienda” rispondeva sempre: “Nulla, non voglio che cresca, sto bene così”. E, senza raccontarvi come finisce questa storia perché davvero va letta (e avrete i brividi…), posso dire che potrà aiutare molte persone a ripensare a quello che facciamo, tutti i giorni, al senso di questi fenomeni da baraccone che vogliono trasformarci in quello che non siamo, accettando regole che ci chiedono sempre di più, invece che “quello che ci serve per essere felici”. Investite due ore della vostra vita, leggete questo libro e forse potremo pensare meno alle “comunità” che ci sfruttano come “Prodotto” promettendoci felicità, e più a lavorare tutti su un livello più profondo. E addio Flickr (nella realtà ti abbiamo detto addio anni fa…), sei un passato che non tornerà più (e forse non ci mancherai nemmeno…).