La fotografia è un bene vendibile. Non lo diciamo noi, non lo diciamo per rendere più dolce la pillola (di solito amara) di un settore che sembra perdere di giorno in giorno appeal commerciale. Lo dicono i numeri: una società, che forse (probabilmente) pochissimi di voi conoscono, EyeEm, ha appena ottenuto un altro fondo di 18 milioni di dollari per sviluppare il suo business. Questo significa che ci sono investitori che credono che EyeEm possa creare presto profitti. Cosa vende EyeEm? Fotografie, e questa è una buona notizia.

Il problema è che ogni buona notizia potrebbe nascondere qualcosa di meno buono… Che tipo di fotografie vende EyeEm? Facciamo un passo indietro, al 2011, quando Florian Meissner – l’attuale CEO – subì un furto della sua reflex sulla metropolitana di New York. Questo triste fatto gli ha fatto nascere l’idea di creare una comunità e un relativo marketplace per fotografi “mobile”, ovvero che usano i cellulari. EyeEm è oggi seguito da oltre 13 milioni di utenti, pochi se vogliamo confrontarlo con Instagram (più di 300 milioni di utenti), ma pur sempre un bel numero. La filosofia di di EyeEm è semplice: unire persone che amano fotografare con il proprio cellulare, ma offrire al tempo stesso la possibilità di vendere queste fotografie, mantenendone ovviamente il copyright.

EyeEM - Market-landing-page

Questo articolo, però, non vuole parlare di EyeEm. Ci siamo iscritti e faremo delle valutazioni più approfondite, per chi è interessato, ma il punto della questione non è questo: non ci interessa in particolare parlare dell’efficienza commerciale o strategica di questa idea. Ci interessa mettere in evidenza un fatto che è molto più grave del fatto che qualcuno stia proponendo metodi per vendere foto fatte con il cellulare (che non è necessariamente sinonimo di “bassa qualità” e per di più, se guardiamo queste statistiche possiamo anche iniziare a preoccuparci davvero), bensì mettere in evidenza quanto siano lontani i fotografi professionisti (specialmente italiani) da idee innovative che possano avvicinare esigenze e offerta di immagini. Su EyeEm abbiamo trovato “missioni” proposte da aziende come Motorola, Mercedes, Getty Images, Deezer e molti altri, c’è un lavoro per muoversi con una strategia di marketing che risulta fresca e dinamica, a tal punto che qualcuno ha deciso di sborsare un sacco di soldi per accelerare questo processo.

Ogni giorno vediamo persone, in questo settore, che si preoccupano di dettagli che non hanno un grande senso. Cercano ancora soluzioni basate sulla tecnica, e non sul marketing. Cercano di fare tutto da soli, ci si incontra negli eventi e non si fa gruppo. Ognuno che cerca di fare il proprio “piccolo business” ma non riesce ad essere abbastanza forte da solo e non è capace di lavorare in gruppo. Non si cercano idee, se ci rubano una reflex (come è successo al CEO di EyeEm), ci lamentiamo su Facebook e non reagiamo cercando di cambiare il mondo. Intanto, gli spazi a nostra disposizione si chiudono, giorno dopo giorno, e aumentano gli spazi dove immagine e fotografia guadagnano terreno in termini globali.

La fotografia è un mercato in spettacolare ascesa. C’è spazio per tutti, meno che per chi non vuole vedere queste potenzialità. Non sapere quello che sta succedendo, non cercando strade per fare e non per guardare solo indietro (quando si aveva la fortuna di fare quello che altri non sapevano o non potevano fare e quindi si vendeva la nostra professionalità/artigianalità). Come si inizia? Per esempio facendo uscire le nostre immagini dai nostri armadi, individuando nuove strade, ma non solo parlarne… fare questi nuovi viaggi e vedere come il mondo che sta là fuori reagisce. Togliendoci quell’approccio che ci porta a considerare ogni fenomeno legato alla fotografia “contemporanea” come qualcosa di livello inferiore. Iniziate a iscrivervi a EyeEm, ci troviamo li, oltreché qui… e altrove: il mondo ci strizza l’occhio, rimanere fermi negli stessi posti non è positivo.

Foto in evidenza: Sinan Saglam/@sinansaglam

9 responses

  1. Ottimi,efficienti e innovativi! Sono iscritto dal Luglio scorso. Da ottobre 2014 e’ partito Eyeem Market e io ho cominciato a vendere delle foto, anche quelle fatte con lo smartphone! Li consiglio!

  2. Ciao mi sono iscritto, dice che per acquistare è solo su invito.. invece per vendere? Non bisogna superare qualche “esame”?… tipo istockphoto? Grazie

  3. Sono stato ambassador di EyeEM per un paio di anni e per un paio di anni ho cercato di far capire a colleghi ed amici che valeva la pena iscriversi. Più che altro per vedere cosa succedeva su una nuova piattaforma, per capire che non c’era solo Instagram e che anche in Europa si fanno cose buone. EyeEm è berlinese e non basa interamente il suo business sulla vendita diretta delle fotografie, ma piuttosto sulle mission e sulla community. E’ una cosa che ripetono all’infinito da un paio di anni. Gli investitori sono avvicinati molto ad EyeEm perchè a quanto pare dispongono di una tecnologia nella ricerche che loro definiscono rivoluzionaria, della quale però non si è ancora visto nulla, se non degli slideshow in alcune conferenze. Probabilmente hanno un asso nella manica ed aspettano a tirarlo fuori.

    Non trovo nulla di strano nel “vendere” fotografie scattate gli smartphone, ne tanto meno il fatto che sia possibile creare fotografie di qualità con i cellulari. Quelli che si stupiscono di questa cosa sono legati ad idee medioevali. I cellulari sono macchine fotografiche che tra le altre cose permettono di telefonare.

    Stupirsi del “mezzo” che si usa piuttosto che del contenuto che si realizza è limitante.

    Quindi, come dice Luca in questo articolo, bisogna uscire dalle soffitte e mostrarsi al mondo… noto sempre di più quanto sia limitata la visione che ci circonda qua in casa nostra.

  4. Il mio dubbio è che EyeEm rappresenta solo un mattone in un muro di tanti mattoni che dovremmo costruire se vogliamo vivere dalla fotografia in questo modo. Ci può offrire una piccola entrata in più ma non ho ancora capito se il tempo investito per stare dietro queste cose è veramente giustificato. C’è il rischio di diluire la mia attenzione tra troppe cose e non portare niente in profondità. Se parliamo di innovazione, preferisco l’idea di usare il tempo per sviluppare una mia innovazione (sia nella tecnica che nel marketing) piuttosto di sostenere, per poco ritorno, le innovazioni degli altri. Arcangelo (che è un carissimo amico) cosa dici?

    Poi volevo dire nel discorso del smartphone/DSLR, se la tecnologia ci permette di creare immagini adatti con lo stesso controllo a meno costo e meno ingombro ben venga. Ma in realtà questo sviluppo tecnologico non ha una grossa influenza sul lavoro che faccio perché non risolva il problema (meglio, la sfida) della qualità/direzione della luce, o la composizione, e non fa il lavoro di una stylist, e non mi da nessun aiuto nel gestire i clienti o a fare tutte le altre cose che un fotografo deve affrontare oltre il ‘’click’. Per questo sono sempre ottimista e non credo che la professione sta per scomparire a causa della tecnologia perché in realtà abbiamo ancora oggi ‘la fortuna di fare quello che altri non sanno o non possono fare’.

  5. No Franco non mi pare ci sia nessun esame tipo Istock. Bisogna fare richiesta per diventare un contributore e aspettare la loro risposta e istruzioni.
    Colin, rispetto ad altre stock, Eyeem, non richiede le complicazioni e il tempo per caricare le foto di altre agenzie, o almeno permette diversi livelli di impegno. Se vuoi puoi semplicemente caricare la foto che hai appena scattato con lo smartphone, in maniera molto simile a quello che si fa su Instagram, oppure puoi impegnarti di più caricando le foto del tuo archivio semplicemente via Wetransfer. E’ ovvio che piu foto metti e più ti impegni, più possibilità hai. Secondo me, l’innovazione di Eyeem è il decidere di vendere le foto fatte per i social, spesso non perfette ma spontanee e immediate (spesso anche superficiali è vero) e più “vere” delle patinate foto da Istock, e aver capito per primi che c’è un mercato anche per queste immagini. Comunque la si veda è una novità
    è una novità.

  6. Una specie di spotify della fotografia, dove l’autore non prende quasi nulla e tutta la catena che sta prima si incamera altri spicci che nel mucchio, portato dal bacino di utenza, sono tanti soldi… Sarò anche medioevale (anche se preferisco definirmi critico della tecnologia fine a se stessa), ma la fotografia non appaga solo chi la vede ma anche chi la fa e il moltiplicarsi del già saturo mercato della fotografia porta solo ad una vaporizzazione dello stesso, implicando lo stress degli autori che si impegnano un po’ di più che non a farsi un selfie. Comunque mi ci sono iscritto e ho caricato automaticamente le foto di Instagram (SI PUO’ FARE, furbetti questi qui…).
    Vediamo se da questo utilizzo si potrà intuire qualche idea fotografica nuova, creativa. Mi auguro che non sia, come presumo, l’ennesimo copia/incolla dei medesimi contenuti da un database all’altro… attendendo le app su orologio tipo apple watch che ci faranno vedere le foto o magari le scatteranno pure, anche quello un futuribile nuovo media dell’immagine.

  7. Concordo in linea di massima con tutti e con Focesato (Gio) in particolare.

    L’unica cosa che mi lascia perplesso è il fatto che non facciano selezione o limitino le iscrizioni. Uno dei problemi (forse l’unico vero) del microstock è il fatto che ci sono troppi contributori, ovvero i ricavi veri li fa l’intermediario (Getty – EyeEM) e non il singolo contributore.

    Come la vedete sotto questo punto di vista?

    1. Nel mondo digitale, che doveva eliminare i “distributori”, gli unici che guadagnano sono proprio loro (in tutti i campi: foto, film, libri, riviste, app). Lo aveva ben spiegato tanti anni fa la “coda lunga” di Chris Anderson. Quello che avanza è per chi fa meglio: bello vende più di brutto, originale vende più di banale, qualità vende più che schifezza.

  8. Dunque… premesso che mi dispiace per tutti quei fotografi che negli ultimi anni hanno dovuto chiudere le loro attività e i loro studi, vorrei sottolineare che la crisi del mercato fotografico “classico” – per come lo conoscevamo fino a qualche anno fa – non è dipeso nè dalla crisi economica nè dalla “democratizzazione” della fotografia e dello stesso mezzo fotografico (o almeno… solo in minima parte) quanto piuttosto da un inevitabile e naturale ritardo, da parte dei fotografi, nell’adattarsi ai cambiamenti epocali che hanno travolto questo settore negli ultimi anni.

    A guardar bene, tutti i grandi mercati dell’intrattenimento hanno subito dei terremoti epocali che hanno spazzato via ciò che invece prima si pensava “immutabile”.

    Inutile ricordare cosa è accaduto all’industria discografica e a quella editoriale…

    Il problema vero, semmai, è il tipo di atteggiamento che ognuno di noi assume di fronte a cambiamenti tanto improvvisi quanto inevitabili. Prima si prende atto di un cambiamento inevitabile, prima di ci si rimbocca le maniche e si cerca di guardare tutta la questione da un punto di vista:

    1) Diverso
    2) Proattivo
    3) Propositivo

    E qui vengo al nocciolo della questione…

    È vero, la mia formazione nel mercato fotografico è stata una formazione prettamente “commerciale” e “manageriale” e non certo tecnica, e forse proprio questo tipo di approccio mi ha sempre permesso di vedere i grandi difetti che da sempre accompagnano i fotografi in materia di promozione e marketing, anche in tempi non sospetti quando il mercato “tirava” e quando certamente la famigerata crisi economica era lontana anni luce…

    Eppure (eppure) nulla è cambiato da allora.

    Allora come oggi, i fotografi facevano e fanno “enorme difficoltà” a comprendere l’importanza vitale del marketing prima ancora della tecnica, e quando magari fai notare loro che una buona fotografia senza un buon marketing resta una buona fotografia mentre una buona fotografia con un buon marketing diventa un mezzo di guadagno “virale”, continuano a guardarti come se fossi un alieno. Come se l’arte bastasse a se stessa per trasformare “un bravo fotografo che fa la fame” in “un bravo fotografo che gira il mondo in hotel a 5 stelle…”

    Non è così. E di certo oggi più che mai nessuna attività artistica può prescindere anche dall’arte del marketing. Con un vantaggio in più: oggi – grazie al web – puoi davvero emergere dalla massa indistinta di fotografi che ogni giorno lottano per acquisire un minimo di visibilità. E non sto parlando certo di caricare qualche immagine su un sito di microstock e sperare di tirarci su uno stipendio ragionevole.

    No. Sto parlando di “imparare” a ragionare davvero come imprenditore digitale prima che come fotografo, senza per questo dover studiare quintali di manuali e trasformarti in un esperto di marketing. Il minimo indispensabile dico, tipo:

    1) Avere un sito web come minimo decente che non faccia schifo se visualizzato su cellulare e che non sia strapieno di fotografie messe lì senza alcun criterio selettivo e consistenza.

    2) Avere una newsletter che ti permetta di restare in contatto con il tuo target di riferimento, e quindi di instaurare una relazione duratura con i potenziali clienti.

    3) Avere chiaro che se spendi N euro in pubblicità su Google per comparire fra i primi risultati di ricerca e poi non realizzi una pagina ad hoc per raccogliere i nominativi che ti arrivano… stai semplicemente buttando via i tuoi soldi.

    4) Essere capace di sfruttare le meravigliose nuove piattaforme che oggi la tecnologia mette a disposizione (vedi ad esempio StoreHouse…)

    Ora.. ho elencato alcune strategie di marketing digitale piuttosto semplici da implementare che però – guarda caso – il 99% dei fotografi (professionisti o amatoriali) o non conoscono o non mettono in atto…

    Non credo che oggi per poter realizzare un’attività sostenibile sulla fotografia ci si possa basare solo sui microstock o siti simili… e anzi credo che più ci si ostina a vedere certe piattaforme come la panacea di tutti i mali, più si commette l’errore imperdonabile di non “guardare” veramente con occhi nuovi al mercato fotografico odierno e alle meravigliose opportunità offerte dalla tecnologia a chiunque decida di fare sul serio con la fotografia (senza continuare a piangersi addosso…)

    Quello che ancora il 99% dei fotografi non ha capito può essere riassunto in due punti:

    1) Ogni freelance o libero professionista che voglia oggi costruire un’attività remunerativa e sostenibile (e dunque non parlo solo di fotografi) DEVE sempre formarsi e agire su due livelli complementari: il “settore in cui opera” e il “marketing”. Non c’è scampo. È così… e non si tornerà più indietro. Mai più.

    2) Ogni fotografo DEVE diventare – nel suo piccolo – una micro-agenzia di comunicazione, e andare a conquistare tutti quei nuovi mercati che avrebbero disperatamente bisogno di un buon fotografo per alzare il livello della loro “comunicazione” ma che ancora non lo sanno (semplicemente perchè ancora nessuno glielo ha spiegato…)

    Se non si fa questo salto “mentale”, non si va da nessuna parte.

    D’altro canto, chi prima lo comprende può già da subito garantirsi un ENORME vantaggio competitivo sulla concorrenza negli anni avvenire…

    Scusate la lunghezza. Non volevo fare un trattato di marketing per fotografi, ma l’argomento mi sta molto a cuore…
    Inutile dire che ho condiviso l’articolo sia sulla pagina facebook di mercatofotografico.net sia su twitter.

    Bravo Luca e a presto ;-)

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