Chiedi chi erano i fotogiornalisti, e se è vero che non ci sono più…

Voi che li avete girati nei giradischi e gridati

voi che li avete ascoltati e aspettati, bruciati e poi scordati

voi dovete insegnarmi con tutte le cose non solo a parole ma chi erano mai questi Beatles, ma chi erano mai questi Beatles?

Gaetano Curreri, Roberto Roversi (Stadio)

 

C’erano una volta i fotogiornalisti, che ci raccontavano storie con le immagini, per permettere ai nostri occhi di vedere quello che era successo o stava succedendo in qualsiasi angolo del mondo, dal più vicino al più remoto. Con sensibilità, a volte con istinto animalesco, con metodo e con tanta pazienza e fatica, hanno esplorato, ricercato, atteso, intercettato e trasformato in frames (interessante la dualità interpretativa in inglese tra “frame” – fotogramma e “frame” – cornice, che collega unicità, un fotogramma unico, ed esclusività e preziosità da esporre e isolare). Potremmo dire che esistevano i fotogiornalisti perché esisteva un ecosistema che poteva supportarli: le riviste e i media che traevano un profitto dalla pubblicazione di queste immagini, e un pubblico avido di informazioni.

Poi è successo quello che sappiamo bene: la crescita della Rete, il proliferare di strumenti di ripresa foto e video di buona/ottima qualità nelle tasche di tutti, una percezione collettiva del voler essere generatori e non fruitori di informazione, la dissociazione delle gerarchie professionali, il passaggio da una cultura dell’informazione che si propaga tramite il passaparola tra “amici” sui canali social. Nella testa collettiva, il singolo non deve avere competenze e incarichi per comunicare, semplicemente clicca il suo tasto “On the AIR” e può vomitare tutto quello che vuole a tutti: foto, video, audio, disegni, grafica, la propria faccia, eccetera. E, sempre più, non vuole essere solo colui che “documenta”, ma vuole trasmettere opinioni. Come fare a selezionare questo universo di contenuti? Non c’è problema, ci pensano gli aggregatori con gli algoritmi che “pretendono di sapere” tutto, e ovviamente vince il pensiero comune che si dimostra più forte, perché figlio dell’opinione comune. Qualcuno ha commentato che, nella storia, le masse non l’hanno poi azzeccata sempre (vedere il tweet qui sotto).

La confusione che si è generata ha mandato in tilt quasi tutti, specialmente – e andrebbe ribadito a gran voce – i professionisti del settore. Sono stati presi a calci, hanno ricevuto formidabili e imparabili pugni sul viso e stanno vagando in giro ciondolando, con la vista offuscata e con il solo tentativo (inutile) di evitare di crollare a terra, definitivamente. Certo, ci sono ancora alcuni che resistono, perché sono andati oltre, hanno capito che serviva seguire una strada nitida e sicura, senza farsi influenzare dal mondo esterno che crollava. Sono gli Eroi della Resistenza, non tutti meritano una medaglia per questa capacità, a volte sono solo persone più furbe, meglio collocate, più “marketing”, ma che hanno comunque il merito di essere ancora sulla breccia. E poi ci sono quelli davvero bravi, perché non è un caso che quando si è davvero molto bravi si riesce poi a risolvere anche le questioni più difficili.

Abbiamo letto un articolo di Raul Roa, un “professionista da 24 anni” che si scandalizza perché Time si è permesso di chiedergli di pubblicare un suo video postato su Facebook dove veniva documentato un disastro naturale. Il video in questione è stato pubblicato qui, mentre lo sfogo del fotografo è stato pubblicato qui, sulle pagine di Petapixel. Ovviamente, nel titolo, nel messaggio e nei commenti, si mette in evidenza la “manovra sporca” che avrebbe fatto Time chiedendo di poter pubblicare il video nei loro canali, a costo zero e garantendo “solo” i crediti. Si, verrebbe da gridare allo scandalo, perché lo schema (algoritmo, potremmo definire anche così lo schema proposto) mette in evidenza che esistono “i cattivi” (i media che sfruttano gratis il contenuto delle persone, peggio ancora dei professionisti), che non c’è più rispetto per la professione, che così non si può andare avanti. Questo schema/algoritmo funziona se cadiamo nel tranello senza analizzarlo. Se, per curiosità, cliccate il video vi accorgerete che è di qualità pessima, girato senza cura, non è stabilizzato, e potrebbe essere stato fatto (anche meglio) da un qualsiasi passante che aveva come unica qualità quella di essere “li” in quel momento. Il fotografo, giustamente, dice: vorrei essere pagato da Time, peccato che quel prodotto non meritava di essere acquistato da nessuno, e non può essere testimonianza di un valore professionale da riconoscere. Se ci fosse stata una telecamera di sorveglianza, il video sarebbe stato simile. Se, al contrario, fosse stato fatto un lavoro eccellente, probabilmente invece che interessare la redazione di Time che si occupa di cercare contenuti generati dagli utenti (UGC), magari sarebbe stato contattato dalla redazione più”nobile” che avrebbe potuto offrire un ritorno economico. Ma il prodotto non lo meritava, sinceramente, e forse sarebbe più da evidenziare che Time, al contrario di tanti altri (quasi tutti), ha chiesto autorizzazione, è stata disponibile al citare i crediti. Avrebbe potuto farlo, anche legalmente non aveva alcun obbligo perché se si pubblica un video sui canali social – Facebook, YouTube, Vimeo o altri – si accetta e anzi si stimola la condivisione. E’ chiaro che, nel caso di Time, come in quello dei media più grandi, il meccanismo della pubblicazione di un video non passa dalla condivisione diretta del contenuto sulle sopra citare piattaforme, ma dalla ripubblicazione sulla loro piattaforma video proprietaria, dalla quale derivare il business della pubblicità, ma quello che vogliamo dire è che il gesto di Time è stato più “elegante” di tanti altri media (la televisione si “permette” per esempio di mandare in onda video da YouTube facendo totalmente perdere le tracce dell’autore). Altro dettaglio: il video in questione è stato visto da meno di 500 persone, considerando che questo post è stato condiviso oltre 1600 volte e sarà stato letto da decine se non da centinaia di migliaia di persone, questo dimostra che le persone si accontentano dei titoli e della lettura superficiale, non di approfondire: anche di questo si alimentano le “fake news”.

Miliardi di smartphone dotati di fotocamera e diretta connessione ad Internet e gli aggregatori quali i social o i motori di ricerca hanno distrutto il ruolo del fotoreporter, delle riviste e dei mezzi di informazione. In passato, è stato anche fatto il tentativo (che per un periodo ha anche fornito buoni risultati) di creare valore per tutto questo, pensiamo alla Current TV di Al Gore che attorno alla fine del primo decennio del 2000 si è proposto come canale per ospitare (selezionando) contenuti di informazione creata dagli utenti. Non ha funzionato a lungo, per motivi economici e forse non solo, Current TV è stata venduta ad Al Jazeera (Qatar Media Corporation) che ha inglobato parte degli assets nelle sue attività Digital. Interessante, forse, è che sia possibile acquistare il dominio Current.tv, se qualcuno fosse interessato…. In Italia ha chiuso male male un paio di mesi dopo l’interruzione dell’accordo di distribuzione dei contenuti di Current TV tramite Sky. Il 31 luglio dello stesso anno, la fine dell’avventura italiana veniva segnalata da questa frase con scritte bianche su fondo nero:

« Grazie ai nostri spettatori

a chi ci ha seguito in tv

a chi ha partecipato e condiviso in rete

a chi ha scritto e parlato di noi

a chi ha voluto premiarci per il nostro lavoro

a chi ha deciso di collaborare con noi

a chi ci ha guardato e poi criticato

Grazie insomma a tutti quelli che Montanelli chiamerebbe i nostri “lettori”

perché sono stati i nostri veri padroni

Il team di Current Italia

8 maggio 2008 – 31 luglio 2011 »

Tutti questi sono fatti che possono anche rattristarci e portarci a pensare ai tempi del passato, quando c’erano i fotoreporter (che vivevano di questo), così come sui giradischi/mangiadischi si suonavano i brani dei Beatles. Lacrime, rabbia, delusione… potete fermarvi qui, oppure capire che tutto questo ha solo delle colpe: chi ha accettato tutto questo, senza reagire, senza capire che in un mondo che è sempre più dotato di occhi (dicevamo che saranno presto 45 miliardi gli “occhi” che cattureranno ogni dettaglio del nostro mondo definito Internet of Eyes) essere un “occhio in più” non avrebbe fatto la differenza e non avrebbe creato valore. C’è ancora un ruolo importante per chi vuole raccontare storie con le immagini, siano queste di cronaca o di altro genere di narrazione. E, ve lo assicuriamo, può rendere un sacco di soldi, ma c’è anche una novità che potrebbe essere interessante: le scelte appena annunciate da Facebook, ovvero di ridurre il peso dei contenuti provenienti dalle aziende che dai mezzi di informazione nello streaming degli utenti, a vantaggio dei contenuti degli “amici” potrebbe giocare una importantissima carta nell’evoluzione dell’informazione stessa: quella giornalistica e nella creazione di valore e relazione tra aziende e pubblico. Quello che dice Facebook, lo trovate qui, ma i punti essenziali sono:

  • Amici e familiari prima di tutto
  • La sezione Notizie deve essere divertente
  • Un’esperienza sotto il tuo controllo (nota… siamo sicuri?)

Non so voi, ma noi pensiamo che questa sia una opportunità incredibile per costruire alternative, che vanno al di fuori da questo pantano, controllato e gestito ad immagine e somiglianza degli interessi di un’entità che è più grande di un continente, e che ha già dimostrato di poter controllare processi culturali, politici e sociali come nessuna altra dittatura abbia mai nemmeno pensato di poter fare. Certo, il grande pubblico seguirà questi percorsi, ma esisteranno alternative, per chi davvero non vuole seguire la strada che viene indicata, ma riuscire a pensare di voler essere protagonista del proprio futuro. E, per farlo, vuole avere informazione vera, di qualità, sensibile, ben costruita, fatta da professionisti. E lo stesso varrà per le aziende che si trovano sempre più le strade sbarrate se non quelle del pagare qualsiasi forma di informazione. C’è tanto lavoro, e chi lo capirà potrà anche godersi tutta la collezione dei Beatles, ovviamente su Spotify, Apple Music, Deezer o altro ;-)