Quel “buco” di Photobucket e il futuro della nostra presenza online

Photobucket diventa a pagamento e miliardi di immagini scompaiono dal web

Tom Pumford

Quanto vale quello che pubblicate online? Foto, testi, video (e potremmo definirli, in modo più profondo: lavoro, storia, passione, emozioni), sono elementi importanti della nostra vita e della nostra professione, spesso sono frutto di sforzo ed impegno… eppure la maggior parte delle persone (anche professionisti, appunto) si illudono di poter avere tutto senza alcuno sforzo., che ci sia un centro di gravità permanente che, come diceva Battiato

non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente

Anzi, si tende a dare per scontato che tutto esiste quindi esisterà sempre e, per di più, che tutto quello che è stato gratis lo sarà per sempre. L’ingenuità a volta rasenta livelli davvero pericolosi.

Qualche giorno fa, i tanti utenti (milioni e milioni) che hanno usato gratuitamente il servizio Photobucket hanno avuto una brutta sorpresa: di colpo si sono trovati davanti ad una scelta: pagare centinaia di euro per mantenere attivi i link delle immagini che avevano (gratuitamente) caricato negli anni sui propri siti, blog, pagine di annunci su eBay, eccetera, oppure perdere tutto. Semplicemente, con un solo tocco magico, Photobucket ha cambiato “i termini del servizio”, decidendo di cambiare strategia. Di colpo, il web si è rigirato contro questa decisione, ma al di là dei risvolti e degli insulti che arrivano dagli (ex) utenti e forse del rischio che la perdita di fiducia da parte della rete potrà risultare in un effetto volano negativo catastrofico per questo servizio, il concetto è che Photobucket ha tutto il “diritto” (legale) di cambiare la sua strategia commerciale, per ridisegnare il proprio modello di business; d’altra parte, i server e la banda per ospitare e distribuire 10 miliardi di immagini costano tanto e le cose non possono essere gratuite in eterno. Lo ha fatto senza avvisare, lo ha fatto in modo “violento”, lo ha fatto senza considerazione e rispetto di un patto che si è creato nel tempo, ma poteva farlo e l’ha fatto.

Probabilmente pochi di voi avranno affidato al servizio Photobucket importanti contenuti, magari molti di voi non l’hanno nemmeno mai usato (personalmente, pur conoscendolo molto bene, da tantissimi anni, non mi è mai capitato di sentire il bisogno di usarlo), ma il problema va affrontato in termini più ampi: quanti sono i servizi che usiamo (spesso gratuitamente, ma anche a pagamento) che potrebbero, dalla mattina alla sera farci sparire un sacco di contenuti di “nostra proprietà”, lasciandoci totalmente impotenti di fronte a questa unilaterale scelta?

Cosa succederebbe se, di colpo, Facebook decidesse di chiedervi 500 euro all’anno per mantenere tutte le (in gran parte inutili) tonnellate di contenuti che avete, finora pubblicato, o che YouTube vi conteggi 100 euro per ogni video pubblicato, Flickr o Instagram 10 dollari per ogni fotografia, Twitter 1 dollaro per ogni tweet? Probabilmente avreste una reazione di disgusto (come in tanti hanno avuto nei confronti di Photobucket in questi giorni) e ve ne andreste schifati, abbandonando tutto quello che avevate pubblicato, oppure andreste a scaricare tutto, per poi ripostarlo da qualche parte (quanto sforzo? Quanto tempo? Quanta perdita di contatti e di posizionamento?). Oppure potreste dire, con una incrollabile fiducia: “non accadrà mai” perché questi servizi nascono per fare (tanti) soldi in altro modo, e in parte potreste avere ragione, ma forse non considerate che invece che “vendere a voi” qualcosa (o pretendere qualcosa), stanno “vendendo voi”, e quando i business model cambiano, voi siete quelli che verranno “venduti in modo diverso”.

Siamo sempre più legati ad un universo digitale che ci avvolge e che – specialmente – avvolge i nostri potenziali clienti. La reputazione, la popolarità che si basa sulla storia di molti anni, le relazioni che si sviluppano in modo naturale e che fanno parte della nostra vita, sono in mano a “contratti” dove l’unico momento di controllo che ci viene garantito è quello di firmare un complesso documento scritto da assatanati avvocati che hanno tutte le armi dalla loro parte, e che vi portano a firmare qualsiasi cosa, specialmente senza leggerla e – ancor peggio – senza capirlo. In questi contratti c’è scritto, in parole povere, che “il sito o servizio” può fare quello che ritiene opportuno, in qualsiasi situazione, e questo diritto se lo prende perché noi firmiamo per avere “bellissimi servizi gratis”. Non si paga, tutto gratis… perché domandarsi se c’è il trucco? E poi passiamo le giornate ad alimentare questi “servizi gratuiti” senza capire che siamo noi a lavorare gratis per loro. Va tutto bene, sembra che alla fine è un buon compromesso: noi lavoriamo gratis per far fare un sacco di soldi a “loro”, loro lavorano “gratis” per noi regalandoci meravigliose occasioni. Poi cambia un “algoritmo” (ovviamente per “migliorare il servizio e il piacere degli utenti”… mica per loro!) e di colpo quello che pubblichiamo non lo vede più nessuno; nessun problema… se vuoi raggiungere tutti i tuoi amici, puoi sempre pagare campagne pubblicitarie. E allora….? Cosa cambia tra Facebook e Photobucket? Il primo è “buono”, il secondo “cattivo”? No, tutti cattivi… come i provider di telefonia. In questi giorni, il simpatico Fiorello si presta ad una delle più spregevoli promozioni finalizzata a prendere in giro gli utenti, pubblicità ingannevole che non capisco come non sia stata multata. Si promette “Internet con Gb illimitati” aggiungendo (in tono ovviamente meno forte e meno urlato) che solo i “primi 5 sono ad alta velocità”. No, il concetto è che il contratto è di “5 gb a normale velocità” e, superata questa soglia,

continuerai a navigare ad una velocità di 128 kbps.

Vuol dire che praticamente la velocità è quasi a zero, tanto per capire (se non siete ferrati con la matematica), la velocità rispetto ad una connessione definita “minima” (al di sotto della quale si può definire “da terzo mondo”), ovvero 1 Mbit, è 8 volte inferiore, rispetto ad una connessione media di 20 Mbit di un’Adsl è 160 volte inferiore, ma in realtà la tanto dichiatata “Full Hi Speed” che viene promessa da Wind nei suoi primi 5gb (Tecnologia 4G o LTE) è in grado di arrivare a 500 Mbit al secondo e quindi potenzialmente 4000 volte più veloce, e il 5G che è alle porte sarà ancora più veloce. Beninteso, nella promozione non si dice il “falso”, semplicemente è uno specchietto per le allodole, e le allodole (i polli, i babbani, fate voi) siamo noi, secondo i signori di Wind e per il signor Fiorello.

Non ci possiamo permettere (crediamo) di subire queste forme di trappole: dai provider della telefonia o dai fornitori di servizi digitali online. Tutte sul filo di un rasoio tra legalità e presa in giro, dove siamo quelli che subiscono e per di più sembra che dobbiamo essere quelli che hanno tutti i vantaggi e che quindi possono solo sorridere. Una strategia di posizionamento digitale non è più da ricercare nelle idee “gratis che usano tutti”, ma in una analisi seria e concreta, matura, calcolata, misurata nei costi e nei rischi. Se no, siamo uguali ai nostri nonni che credevano a Carosello o genericamente a “quello che è stato detto alla tivvù”. Gli strumenti vanno usati, ma con serietà e consapevolezza. Dobbiamo investire in qualità, in collaborazioni serie e rispettose degli sforzi che intendiamo fare. Puntare in alto, e non verso un fosso / trappola / tranello. Di questo (anche) parleremo mercoledì, in un Jumper Camp che è stato costruito per focalizzare questi sforzi verso la qualità – non megapixel, non RAW, non HDR… qualità percepita e posizionamento di marketing nell’unica area che ha un senso: quella alta. Incredibilmente, ma perché è luglio, fa caldo, e forse perché la qualità troppo spesso è solo una parola e non dei fatti concreti, a tre giorni dal corso ci sono ancora 2 posti liberi. Non dite che non vi abbiamo avvisato, però… i tanti che hanno confermato la presenza Live ve lo potranno dire… (tardi?).