La bellezza della rete è quella di poterci offrire ispirazione. Quando ero giovanissimo, e volevo fare il fotografo, o più avanti, quando cercavo di imparare a fare delle belle riviste, la strada era più complicata, eppure avevo il vantaggio di abitare in una grande città piena di opportunità; queste opportunità si chiamavano edicole, non quelle normali che si vivono da fuori, e che consentono solo di vedere le copertine da fuori, parlo di quelle grandi grandi, dove si poteva entrare e dove sei una formica insieme ad altre centinaia di formiche: nessuno ti chiede nulla, se tu non chiedi. In questi paradisi di carta, ho passato le mie giornate (già: c’è chi andava a giocare a calcio o in discoteca al sabato pomeriggio, e chi come me che andava in edicola… questione di scelte di vita). Passavo ore, a sfogliare le riviste che non potevo permettermi di comprare, e fino a quando – succedeva, ma raramente – qualcuno mi sgridava perché “non si possono sfogliare le riviste”, io continuavo. Era impegnativo, un po’ rischioso, e comunque non consentiva di vedere proprio tutto.

Oggi la rete è eccezionale: ci permette di sfogliare tutte le pagine della creatività del mondo e trarre da questo infinito contenuto ispirazione. Si sa che i creativi non sono tali perché nascono con qualche elemento del proprio DNA che è ricco di creatività, ma sono persone che hanno visto molte cose (il DNA genera il desiderio di ricerca, non la soluzione; poi c’è la genialità, che è senza dubbio innata… ma che rappresenta un’eccezione sulla quale non ha senso soffermarsi in questa sede), quindi più riusciamo a vedere e più riusciamo ad elaborare. Se prendiamo una persona e, da bambino, lo rinchiudiamo tra mura spoglie per tutta la vita, gran parte della sua potenzialità di creare verrà vanificata dall’impossibilità di vedere, di elaborare, di sviluppare idee. Insomma: la creatività è quasi sempre figlia di un allenamento continuo, metodico, strutturato: si vedono mille (miliardi) di cose, e su queste si crea una propria elaborazione personale.

L’accesso universale è la rivoluzione che sta alla base dell’evoluzione moderna. E’ meraviglioso pensare di poter accedere alla conoscenza globale (o, almeno, ad una grande percentuale di essa) semplicemente usando un computer o un device digitale. Il problema è ovviamente quello che – in un mondo infinito – tutto diventa difficile da scoprire: l’eccesso di offerta spesso offusca il percorso della conoscenza; servono fonti da seguire, percorsi strutturati, orientamenti: senza bussola il caos è garantito. In questo, c’è poi un ulteriore pericolo: che chi cerca diventa, naturalmente, anche fonte. Non ci accontentiamo di essere ricercatori, vogliamo essere anche persone (creativi) ricercati; non vogliamo solo essere, ma vogliamo apparire, e lo vogliamo fare velocemente, per trarre vantaggio (fama, soldi, opportunità) di questo apparire.

Il metodo per trasformare la ricerca in qualcosa che possa essere utile tende a creare inevitabili scorciatoie: la copia. Si vede qualcosa che ci piace, e la si trasforma in qualcosa di nostro. Copiare la creatività di altri è definita la più sublime forma di apprezzamento, e spesso è vero, ma è anche vero che questo percorso emulativo dovrebbe proporre una traccia evidente: un esempio positivo sono le Tribute Band, che si ispirano ai gruppi famosi che amano, imitando/interpretando come degli attori ogni gesto, ogni atteggiamento e ovviamente ogni suono: non dicono di essere i Beatles, semplicemente li omaggiano, ma dichiarandolo apertamente. Altro percorso sano è quello della rielaborazione continua: si prendono migliaia di stimoli, si smontano e si ricompongono, e si crea una propria interpretazione. La ricetta speciale parte da ingredienti anche conosciuti, ma il risultato, la miscela, le proporzioni generano un’opera unica e assolutamente creativa.

Meno credibile invece è la copia che non prevede questo percorso di dichiarata ispirazione, senza attribuzione, senza segnalazione. Chi lo fa, non solo commette un illecito (sebbene la legge non sia poi così chiara in merito, anche perché è difficile individuare quale sia il confine tra ispirazione e copia), ma specialmente agisce in modo stupido e poco credibile: così come è facile trovare fonti di ispirazione, è facile trovare anche le copie, in giro. E il potere deflagrante delle polemiche che possono venirne fuori rischia di cancellare anche il lato positivo (in un recente passato, un cabarettista/attore molto famoso è stato accusato di avere copiato interi copioni di colleghi stranieri, semplicemente traducendoli. La polemica è stata davvero molto violenta – anche perché l’artista in questione è di quelli che viene molto amato o molto odiato – quindi si sono accese fiamme di ogni genere e di ogni fazione). Sta di fatto che l’errore non è mai quello del copiare ma del non dichiarare che si sta facendo un omaggio.

Di questo argomento parla un fotografo, Joel Robison, che ha recentemente pubblicato un post sul suo sito dove mette in luce questo fenomeno di copiatura del suo lavoro. Joel spiega di avere scoperto autori che hanno chiaramente (non serve una legge per notare l’assoluta copia: basta avere occhi) copiato il suo lavoro; non interpretato, copiato. Li ha contattati, anche con garbo e gentilezza, ma la risposta è stata molto evasiva: chi ha detto che nemmeno lo conosceva, altri che hanno reagito con maleducazione. L’autore non era infastidito dal gesto di copiatura, ma dalla mancanza di riferimento all’originale: un diritto che è civile e sensato, ma che sembra non far parte dell’era moderna. Siamo ormai abituati a rubare qualsiasi cosa da considerare questo gesto normale, l’altro giorno la BSA – l’organizzazione che si occupa della tutela del software – ha pubblicato dei dati relativi al malcostume italiano al download illegale: oltre il 61% considera la pirateria informatica un comportamento lecito, tollerabile o comunque non da perseguire legalmente. Ma la tematica di oggi non riguarda questo tipo di abuso, ma quello della copia delle idee.

A dirla tutta, anche le immagini di Joel sono, a loro volta, delle copie. Ho visto migliaia di foto che assomigliano alle sue, in alcune potrei anche citare le fonti di ispirazione di un ingrediente rispetto ad altri, potrei anche stilare – facendo una piccola ricerca – quello a cui si è ispirato e quello che è stato invece fonte di ispirazione per altri: in questi casi, la datazione sarebbe l’arma per stabilire chi è arrivato prima e chi dopo. Ma non possiamo – fino a prova contraria – dire che le immagini di Joel siano delle “copie”, sono invece figlie di una tendenza creativa contemporanea. Ci sono immagini che “assomigliano” alle sue (e le sue assomigliano a tante altre) perché questo è uno stile che è contemporaneo, amato e sviluppato in rete. In questa similitudine c’è un valore molto positivo e concreto: essere parte di un’epoca, di un momento, di un gusto attuale e contemporaneo (scusate se ripeto la parola contemporaneo ma è proprio questa la parola cardine della questione, quindi la copio più volte in questo post). Joel è un fotografo di tendenza, quello che fa è figlio di un percorso del gusto, e pur seguendo una strada tracciata da altri, è un autore originale e unico, non un “copione” (come quelli che davvero ne hanno imitato le sue opere).

La creatività che si vive nell’attualità si trasforma in mercato: se funziona, vuol dire che è vendibile. Possiamo quindi seguirlo, oppure possiamo opporci: in entrambi i casi, lavoriamo sull’ispirazione e sugli schemi: a favore o contro, sono entrambi uno schema, anzi, sono lo stesso schema. Possiamo non seguire questi schemi, la domanda da farci è se non li seguiamo perché non vogliamo essere come gli altri, se ricerchiamo originalità, oppure semplicemente perché non li conosciamo. La ricerca dell’originalità non si può basare sull’ignoranza, è un peccato culturale e addirittura negativo per il business. Dobbiamo analizzare quello che viene fatto, quello che funziona, quello che è di tendenza, e poi scegliere la nostra strada, che non può che essere unica, sebbene i tasselli che la compongono sono e saranno sempre figli di quello che abbiamo vissuto, visto, analizzato.

La creatività della fotografia professionale in Italia troppo spesso fa riferimento a tasselli vecchi e superati, spesso non fa riferimento a quello che di fresco si materializza nei luoghi dove si cerca di sviluppare nuove idee, e quando lo fa troppo spesso usa la soluzione della brutta copia. Non c’è bisogno di duplicati, a meno che non possano essere la versione economica, un po’ come sono le copie dei prodotti che si trovano nei mercatini o nei negozi di chincaglierie (anche elettroniche/digitali) che cercano di venderci ferraglia che ha la forma degli oggetti veri.

Metodo “Copia” o metodo “elaborazione”?

Il mondo aperto è una grande opportunità, permette di arrivare velocemente ad elaborare idee e creatività. Nella copia non c’è nulla di creativo, ma specialmente ci toglie dai giochi che contano: la nostra incapacità di essere unici verrà fuori e ci definirà per quello che siamo: solo gente che sa (e forse nemmeno quello) copiare e il poco che potremo raccogliere saranno delle briciole. Diversa, invece, la capacità di assorbire, analizzare, capire, amare quello che altri fanno, e che rappresenta un modello di successo (o di tendenza). Il nostro cervello e i nostri occhi si alleneranno a catturare l’essenza delle idee, e non solo la forma, archiviandola con dei “tag mentali” per poter elaborare i concetti e per poter creare successivamente ricette derivate da tanti stimoli. Deve essere una ricerca quotidiana (dedicateci tempo, ogni giorno… anche solo pochi minuti, ma ogni giorno), che però non deve essere distratta, (guardare non basta), ma che sia analitica e strutturata. Per riuscire ad archiviare tutto (non link, non solo quelli: ci vuole un meccanismo che permetta di recuperare l’essenza, i concetti, le sensazioni, le soluzioni), serve un database (per esempio questo), dei taccuini cartacei (che però hanno il difetto di rendere poco ricercabile la ricerca), delle mind maps per elaborare percorsi (personalmente uso questa soluzione).

E poi un consiglio: per persone che sono abituate a pensare per immagini, forse la strada per allenarsi a pensare prima ai concetti della comunicazione che poi si possono trasformare in immagini, vi consiglio un libro di una esperta di comunicazione, Annamaria Testa: si chiama Minuti Scritti, una lettura che può aiutare a pensare con la testa (non è un gioco di parole con il nome dell’autrice), prima che con gli occhi: fidatevi, vi sarà utile!

 

Immagine in evidenza: tratta dal post di Joel Robison di cui parliamo in questo articolo.

2 responses

  1. Argomento molto interessante e controverso. Grazie per la bella e completa ulteriore analisi. Quello che manca forse è davvero un metodo per aiutare il nostro cervello a discernere i trilioni di input che potenzialmente la rete ci offre. Il passo tra il trarre l’ispirazione, l’emulare e infine il becero copiare è davvero breve e a volte quasi involontario. A questo proposito posso consigliare una lettura nella quale mi sono imbattuto tempo fa guidato/ispirato da Chase Jarvis, noto fotografo molto attento a tutte le questioni che ruotano attorno a rete, creatività, fotografie e arte. Si tratta di questo Libro http://www.amazon.it/Steal-Like-Artist-Things-Creative/dp/0761169253/ref=sr_1_1?ie=UTF8&qid=1430723227&sr=8-1&keywords=steal+like+an+artist
    di http://austinkleon.com
    Lettura che consiglio a tutti e che riprende il bel post di Luca di questa settimana.
    Buona settimana a tutti.
    andrea

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