In questi ultimi mesi, sto cercando di seguire una filosofia che si basa sul “Less is more” (meno vale di più…). Ho iniziato con la riduzione dello zainetto per il computer, passando per vari step, fino ad arrivare al più sottile che conosco e che mi è capitato di mostrare anche in qualche occasione. Ho poi unito le chiavi di casa con quelle dell’auto, in modo da avere un unico portachiavi. Sto anche cercando di dimagrire, che fa bene alla salute e mi permette di occupare meno spazio (utile negli ascensori stretti). Insomma, cerco di ridurre i pesi: bastano quelli che ci sono nella mente, meglio ridurre quelli “fisici”.

Mi accorgo che questa esigenza è condivisa anche da altri, e specialmente dal mercato. Ha fatto epoca la presentazione, ad agosto, dell’ultima compatta “regina” di casa Canon, ovvero la G11 (sorella della G10, della G9… e così via). Per la prima volta al mondo, una fotocamera che è “successiva” alla sua precedente, si propone con una risoluzione “inferiore”: la G11 infatti ha “solo” 10 milioni di pixel, mentre la “G-precedente” (la 10) ne aveva 14,7. Incredibile, vero? Cosa significa? Lo hanno spiegato, i ragazzi di Canon: hanno preferito migliorare la qualità, la resa nelle condizioni di luce scarsa, sacrificando la risoluzione. Si più solo applaudire: in effetti, delle precedenti fotocamere si criticava un rumore eccessivo quando la luce era poca, e chissenefrega di avere più di 10 milioni di pixel!

L’altro giorno, la presentazione dei nuovi iPod ha messo in luce un altro progetto che ha deciso di limitare le proprie funzionalità, a vantaggio della dimensione e dello spessore limitato: l’iPod Nano ha “guadagnato” la possibilità di riprendere video, ma non fotografie. E’ stato spiegato che per poter offrire una risoluzione adeguata per le immagini fisse, sarebbe stato necessario aumentare lo spessore del lettore Mp3, e non lo si voleva fare. Quindi, l’iPod Nano diventa la videocamera digitale più sottile del mondo (il confronto con gli altri modelli, persino il Flip che era il “top” di questa categoria “mini” è ridicolo) ed è estremamente interessante nella sua potenzialità (siamo sicuri che rivoluzionerà ancor di più il mondo del video, che già è in continuo fermento), ma senza la possibilità di fare fotografie: è il concetto stesso del “Less is More” che lo impone.

Dal punto di vista dei social network, il mondo dei blog – fiumi di parole digitali – sono sempre più spesso sostituiti da Twitter, che nel suo imporre il limite dei 140 caratteri (non cumulabili, come nel caso degli SMS) sta “riscrivendo” la storia della comunicazione e addirittura del giornalismo.

Insomma, Less is More: una filosofia che sembra essere vincente ovunque… meno che nella mente dei fotografi (specialmente italiani), che probabilmente continuano a credere che il mercato sia in un periodo “di crisi”, che poi qualcosa succederà. In realtà, lo stesso atteggiamento viene percepito sui giornali, le tesi degli economisti in queste settimane porterebbero a credere che “la crisi sta finendo”, che “ci sono segnali di recupero”. Vorrei prendere tutti questi “esperti”, chiuderli in una gabbia e lasciarli liberi solo quando “davvero” la crisi sarà finita: se è come dicono loro, si tratterà di una privazione di libertà che durerà poco… Nella realtà dei fatti, crediamo, questa che stiamo vivendo non è una crisi (che prevede quindi una fine e il passaggio ad un altro periodo di maggiore agiatezza), è un cambiamento radicale, che non cambierà. Ci saranno periodi migliori, ma quello che abbiamo perso, non si recupererà più.

Questo non significa che “moriremo di fame”, ma che dobbiamo ripensare al nostro lavoro con una filosofia diversa, riuscendo a comprendere quali devono essere le strategie per stare a galla. Un segnale ci viene dal blog di Yuri Arcurs, famoso per essere il “maggiore venditore di fotografie di Microstock al mondo”, che ha dichiarato che il suo fatturato annuale (vendendo foto da 1 dollaro) è di circa 1 milione di dollari all’anno. Non amiamo i numeri buttati così, sul tavolo, forse vale la pena dare un’occhiata ad un video, che mostra con grande chiarezza come deve essere uno studio di un fotografo come Yuri, che è, di fatto, un’industria in grado di produrre fotografie di qualità in grandissima quantità. Anche nella sua “grandiosità”, si tratta di uno studio che sposa l’idea del “less is more”: è enorme, è vero, si propone come una piattaforma ideale per produrre qualsiasi fotografia, ma al tempo stesso è essenziale. Come le fotografie che scatta (come quella in introduzione di questo articolo): semplici, essenziali, senza complessità: vanno direttamente all’obiettivo che si vuole comunicare, nulla di più.

Con questo non vogliamo dire che questa sia “l’unica strada”, tutt’altro. C’è spazio anche per chi non vuole puntare sulla quantità, che vorrebbe proporre poche immagini, molto più elaborate dal punto di vista creativo, espressivo, artistico. Anche in questo caso, “less is more” funziona. Purtroppo, quello che succede di vedere in giro, invece, sono produzioni che uniscono il “Tanto al poco”: si scatta tanto, si guadagna poco. Qualcosa deve cambiare, e non ha senso sperare in “tempi migliori”.

Update: Oggi (domenica) quando il SJ era già finito, abbiamo letto un articolo sul “Corriere” dal titolo “Un anno dopo il crac Lehman l’America scopre il microchic” che racconta come il modello economico della “sobrietà obaniana” sta portando gli americani a scoprire il gusto delle auto, del cibo e di altri “lussi” in versione “piccola”. Insomma, la sensazione che avevamo raccontato in questa sede, sembra essere percepita anche oltre oceano. Andrà bene alla Fiat 500, pronta per aggredire il mercato americano, speriamo che vada bene anche a noi tutti, piccolini, ma  con tanta voglia di fare!

25 responses

  1. Sono totalmente d’accordo. Io lo sto applicando anche alla varietà di lavori e clienti: ogni segmento che si impoverisce, lo elimino direttamente. Proprio in questi giorni sto facendo fuori i matrimoni: sono diventati tanto pochi, e così poco interessanti, che toglierli non ha quasi incidenza sul fatturato, ma in compenso ti restituisce libertà all’agenda e alla mente; quante volte mi sono trovato tra le scatole, nel corso di una settimana piena e produttiva, quella cerimonia presa sei mesi prima, che spezza il ritmo e la concentrazione, e magari la riscuoti dopo altri sei mesi:-)

    Ma per altri fotografi i lavori da eliminare potrebbero essere di altro tipo, l’importante è vincere la tentazione di acchiappare tutto!

  2. Sono totalmente d’accordo. Io lo sto applicando anche alla varietà di lavori e clienti: ogni segmento che si impoverisce, lo elimino direttamente. Proprio in questi giorni sto facendo fuori i matrimoni: sono diventati tanto pochi, e così poco interessanti, che toglierli non ha quasi incidenza sul fatturato, ma in compenso ti restituisce libertà all’agenda e alla mente; quante volte mi sono trovato tra le scatole, nel corso di una settimana piena e produttiva, quella cerimonia presa sei mesi prima, che spezza il ritmo e la concentrazione, e magari la riscuoti dopo altri sei mesi:-)

    Ma per altri fotografi i lavori da eliminare potrebbero essere di altro tipo, l’importante è vincere la tentazione di acchiappare tutto!

  3. Io applico questo concetto quando creo una struttura informatica in una nuova ditta dove devo andare a lavorare, mio nonno (meccanico per l’Agip in mezzo al deserto per tanti anni) diceva sempre “meno cose ci sono e meno cose si possono rompere” e devo dire che sono parole vere e comprovate!

    Credo che tutti dovremmo fare un piccolo “esame di coscienza” e, come dice Sante, eliminare ciò che non è strettamente necessario.

    Apple è una di quelle aziende che segue questa filosofia da quando è stata fondata e, ora, è arrivata ad avere sistemi specialistici e man mano ha anche aggiunto qualcosa ai suoi prodotti ma solo quando il resto era perfetto (vedi la radio FM sull’ultimo ipod nano o la fotocamera).

    Altra società che secondo me è da guardare in questo senso è Google, interfaccia semplice e scarna ma sistema efficiente e funzionale.

  4. Io applico questo concetto quando creo una struttura informatica in una nuova ditta dove devo andare a lavorare, mio nonno (meccanico per l’Agip in mezzo al deserto per tanti anni) diceva sempre “meno cose ci sono e meno cose si possono rompere” e devo dire che sono parole vere e comprovate!

    Credo che tutti dovremmo fare un piccolo “esame di coscienza” e, come dice Sante, eliminare ciò che non è strettamente necessario.

    Apple è una di quelle aziende che segue questa filosofia da quando è stata fondata e, ora, è arrivata ad avere sistemi specialistici e man mano ha anche aggiunto qualcosa ai suoi prodotti ma solo quando il resto era perfetto (vedi la radio FM sull’ultimo ipod nano o la fotocamera).

    Altra società che secondo me è da guardare in questo senso è Google, interfaccia semplice e scarna ma sistema efficiente e funzionale.

  5. Io sono anni luce avanti, il mio studio è molto più less di quello di Yuri Arcurs, scherzi a parte condivido in pieno. Apple, dopo il ritorno di S.J ,ne ha addirittura fatto una filosofia.

  6. Io sono anni luce avanti, il mio studio è molto più less di quello di Yuri Arcurs, scherzi a parte condivido in pieno. Apple, dopo il ritorno di S.J ,ne ha addirittura fatto una filosofia.

  7. Cito, per non sbagliare, uno stralcio del manuale pubblicato qualche anno fa dall’associazione TAU VISUAL, seguito dal punto 4 del CODICE DEONTOLOGICO per i fotografi professionisti inserito nello stesso manuale:

    Altrove si afferma che i prezzi al ribasso sono una spirale pericolosa, che può danneggiare l’intera categoria.

    Mi chiedo e Vi chiedo: cosa è cambiato nel frattempo in maniera così radicale che queste stesse affermazioni sembrano appartenere all’archeologia fotografica non meno dell’Agfa Portra o della meravigliosa Technical Pan?

    Conoscendo quali sono i costi fissi di gestione di un piccolo studio fotografico ed osando solo immaginare quali siano i costi fissi di uno studio un pò più grande, conoscendo il mercato italiano, la proposta delle fotografie ad 1 euro – diciamo pure regalate – mi sembra un vero suicidio, a meno di produrre immagini di scarsa qualità, di far diventare il fotografo, tra i pochi mestieri artigianali sopravvissuti, un uomo macchina che deve produrre non meno di 200 scatti al giorno…ragionando cioè in termini di pura economia, riproponendo la stessa logica della produzione industriale che è ora in profonda crisi.

    Maria

  8. Cito, per non sbagliare, uno stralcio del manuale pubblicato qualche anno fa dall’associazione TAU VISUAL, seguito dal punto 4 del CODICE DEONTOLOGICO per i fotografi professionisti inserito nello stesso manuale:

    Altrove si afferma che i prezzi al ribasso sono una spirale pericolosa, che può danneggiare l’intera categoria.

    Mi chiedo e Vi chiedo: cosa è cambiato nel frattempo in maniera così radicale che queste stesse affermazioni sembrano appartenere all’archeologia fotografica non meno dell’Agfa Portra o della meravigliosa Technical Pan?

    Conoscendo quali sono i costi fissi di gestione di un piccolo studio fotografico ed osando solo immaginare quali siano i costi fissi di uno studio un pò più grande, conoscendo il mercato italiano, la proposta delle fotografie ad 1 euro – diciamo pure regalate – mi sembra un vero suicidio, a meno di produrre immagini di scarsa qualità, di far diventare il fotografo, tra i pochi mestieri artigianali sopravvissuti, un uomo macchina che deve produrre non meno di 200 scatti al giorno…ragionando cioè in termini di pura economia, riproponendo la stessa logica della produzione industriale che è ora in profonda crisi.

    Maria

  9. Riporto qui la citazione del manuale TAU VISUAL che per errore è stata cancellata nel post precedente:

    IL MECCANISMO DEL RIBASSO.
    a) E’ vero che abbassando i prezzi aumentano i clienti. In effetti una riduzione del proprio margine può servire per rinnovare il parco clienti. Ma quando si lavora sotto i minimi si acquisiscono molti clienti non tanto perchè si sia apprezzati come fotografi, ma solo per il prezzo basso

    b) Vendersi a poco prezzo significa richiamare i clienti con lavori poveri e quindi, quasi sempre, miseri anche nell’aspetto e nel prestigio

    CODICE DEONTOLOGICO. Le prestazioni devono essere concesse nel rispetto dele regole di corretta concorrenza commerciale. Ciascun fotografo si impegna A NON CEDERE LE SUE PRESTAZIONI SOTTOCOSTO, intendendo per “operazioni sottocosto” quelle determinate su tariffe giornaliere od unitarie non sufficenti a coprire le spese annuali di gestione dell’attività, comprensive di un adeguato compenso per l’operatore. NON E’ LECITA ALCUNA VENDITA O PRESTAZIONE DI SERVIZI SOTTOCOSTO.

    Mi fermo qui, ma nel manuale ci sono tanti spunti che fanno molto riflettere sui rischi insidiosi della vendita a prezzi bassi del proprio lavoro: uno per tutti

  10. Riporto qui la citazione del manuale TAU VISUAL che per errore è stata cancellata nel post precedente:

    IL MECCANISMO DEL RIBASSO.
    a) E’ vero che abbassando i prezzi aumentano i clienti. In effetti una riduzione del proprio margine può servire per rinnovare il parco clienti. Ma quando si lavora sotto i minimi si acquisiscono molti clienti non tanto perchè si sia apprezzati come fotografi, ma solo per il prezzo basso

    b) Vendersi a poco prezzo significa richiamare i clienti con lavori poveri e quindi, quasi sempre, miseri anche nell’aspetto e nel prestigio

    CODICE DEONTOLOGICO. Le prestazioni devono essere concesse nel rispetto dele regole di corretta concorrenza commerciale. Ciascun fotografo si impegna A NON CEDERE LE SUE PRESTAZIONI SOTTOCOSTO, intendendo per “operazioni sottocosto” quelle determinate su tariffe giornaliere od unitarie non sufficenti a coprire le spese annuali di gestione dell’attività, comprensive di un adeguato compenso per l’operatore. NON E’ LECITA ALCUNA VENDITA O PRESTAZIONE DI SERVIZI SOTTOCOSTO.

    Mi fermo qui, ma nel manuale ci sono tanti spunti che fanno molto riflettere sui rischi insidiosi della vendita a prezzi bassi del proprio lavoro: uno per tutti

  11. E’ cambiato il fatto che oggi si vendono immagini in questo modo: o poche ad alto costo, o tante a basso costo. Non sono io a dirlo, sono i fatti che lo confermano. E comunque stai confondendo il concetto della vendita stock con la produzione ad hoc. Non è corretto quello che dici (anche se, emotivamente, è comprensibile): non bisogna produrre 200 foto al giorno, bisogna avere tante foto nel proprio archivio stock, bisogna avere tante agenzie stock che vendono le tue foto, bisogna fare foto che possono essere vendute decine, centinaia, migliaia di volte. Non è un approccio artigiano, ma industriale. Se non si vuole entrare in questo meccanismo (che non vuol dire svendere, vuol dire vendere in modo diverso) bisogna allora usare altre strategie, che ci mettono nella condizione (professionale, artistica, commerciale, globale) di vendere poco ad alto costo.
    Quello che cercavo di dire è che l’economia non migliora e non peggiora: cambia. Da quando lavoro non ricordo un periodo “ottimo”, ricordo come migliore un periodo passato, e un periodo difficile che è quello presente e futuro.
    Non sto dicendo che bisogna svendere, dico che bisogna fare valutazioni serie su chi siamo, su quello che il mercato ha bisogno e chiede, e che è disposto a pagare, tutto il resto è chiacchiera da bar. Se il mercato compra immagini a 1 dollaro possiamo decidere di non venderle, di fare altro, oppure di elevarci su mercati superiori (basta avere la capacità, e specialmente trovare qualcuno che riconosce questo valore aggiunto). Ma sono cose che diciamo e abbiamo detto spesso. Girando gli studi fotografici (tanti, ti assicuro) vediamo quello che succede: chi ha deciso di non accettare le condizioni del mercato si è messo a fare altro (magari anche più interessante), oppure ha cercato nuove forme di proposte artistiche e creative. Per alcuni è stato un successo, per altri no.
    Le immagini a 1 dollaro spesso sono di eccellente qualità, sono “less is more” come si diceva, non sono “arte”, ma sono eccellenti foto, intelligenti, utili, necessarie.
    2 milioni di immagini vendute all’anno generano fatturati come quello di Yuri di cui parliamo… ci vuole grande capacità imprenditoriale e professionale per vendere due milioni di foto all’anno (VENDERE, non produrre!), ma ancor di più venderne altri 2 milioni l’anno successivo, e poi ancora altri 2 milioni quello successivo ancora.
    MI auguro che tutti coloro che ci leggano possano vendere 1 foto all’anno e guadagnare quello che gli serve per vivere felice (a volte basta poco… less is more), oppure 100, oppure 1000. Il problema è se questo risultato di serenità di fatica ad ottenerlo, al di là dei numeri.
    Vendere a 1 dollaro NON significa vendere SOTTOCOSTO, è qui che sbagli l’interpretazione… Ma ognuno è libero di pensarla come preferisce. Di sicuro qui non siamo a consigliare politiche suicide.

  12. E’ cambiato il fatto che oggi si vendono immagini in questo modo: o poche ad alto costo, o tante a basso costo. Non sono io a dirlo, sono i fatti che lo confermano. E comunque stai confondendo il concetto della vendita stock con la produzione ad hoc. Non è corretto quello che dici (anche se, emotivamente, è comprensibile): non bisogna produrre 200 foto al giorno, bisogna avere tante foto nel proprio archivio stock, bisogna avere tante agenzie stock che vendono le tue foto, bisogna fare foto che possono essere vendute decine, centinaia, migliaia di volte. Non è un approccio artigiano, ma industriale. Se non si vuole entrare in questo meccanismo (che non vuol dire svendere, vuol dire vendere in modo diverso) bisogna allora usare altre strategie, che ci mettono nella condizione (professionale, artistica, commerciale, globale) di vendere poco ad alto costo.
    Quello che cercavo di dire è che l’economia non migliora e non peggiora: cambia. Da quando lavoro non ricordo un periodo “ottimo”, ricordo come migliore un periodo passato, e un periodo difficile che è quello presente e futuro.
    Non sto dicendo che bisogna svendere, dico che bisogna fare valutazioni serie su chi siamo, su quello che il mercato ha bisogno e chiede, e che è disposto a pagare, tutto il resto è chiacchiera da bar. Se il mercato compra immagini a 1 dollaro possiamo decidere di non venderle, di fare altro, oppure di elevarci su mercati superiori (basta avere la capacità, e specialmente trovare qualcuno che riconosce questo valore aggiunto). Ma sono cose che diciamo e abbiamo detto spesso. Girando gli studi fotografici (tanti, ti assicuro) vediamo quello che succede: chi ha deciso di non accettare le condizioni del mercato si è messo a fare altro (magari anche più interessante), oppure ha cercato nuove forme di proposte artistiche e creative. Per alcuni è stato un successo, per altri no.
    Le immagini a 1 dollaro spesso sono di eccellente qualità, sono “less is more” come si diceva, non sono “arte”, ma sono eccellenti foto, intelligenti, utili, necessarie.
    2 milioni di immagini vendute all’anno generano fatturati come quello di Yuri di cui parliamo… ci vuole grande capacità imprenditoriale e professionale per vendere due milioni di foto all’anno (VENDERE, non produrre!), ma ancor di più venderne altri 2 milioni l’anno successivo, e poi ancora altri 2 milioni quello successivo ancora.
    MI auguro che tutti coloro che ci leggano possano vendere 1 foto all’anno e guadagnare quello che gli serve per vivere felice (a volte basta poco… less is more), oppure 100, oppure 1000. Il problema è se questo risultato di serenità di fatica ad ottenerlo, al di là dei numeri.
    Vendere a 1 dollaro NON significa vendere SOTTOCOSTO, è qui che sbagli l’interpretazione… Ma ognuno è libero di pensarla come preferisce. Di sicuro qui non siamo a consigliare politiche suicide.

  13. Less is more: in sintesi… SINTESI.
    La sintesi è forse la dote che più ci può proiettare verso il “Progresso”.
    Ma la sintesi non è scollegata dalla sua base di dati: più ampia è la base, più significativa è la sintesi (vedi studio di Yuri, essenziale nella sua vastità).
    La sintesi non significa necessariamente “vendere a 1 euro”, nè “vendere una sola foto all’anno”.
    La sintesi è anche capire quello che è necessario ed essenziale, sia nelle proprie scelte degli ambiti di lavoro che nei minimi requisiti per produrre al giusto costo, non sottocosto.
    La scelta di lavorare in maniera “essenziale”, senza sprechi, contiene secondo me il senso del cambiamento in atto, ma contiene anche il grosso rischio di compiere errori irreparabili nella scelta di ciò che va scartato: a ciascuno, come sempre, l’onere e l’onore di correre i propri rischi.

  14. Less is more: in sintesi… SINTESI.
    La sintesi è forse la dote che più ci può proiettare verso il “Progresso”.
    Ma la sintesi non è scollegata dalla sua base di dati: più ampia è la base, più significativa è la sintesi (vedi studio di Yuri, essenziale nella sua vastità).
    La sintesi non significa necessariamente “vendere a 1 euro”, nè “vendere una sola foto all’anno”.
    La sintesi è anche capire quello che è necessario ed essenziale, sia nelle proprie scelte degli ambiti di lavoro che nei minimi requisiti per produrre al giusto costo, non sottocosto.
    La scelta di lavorare in maniera “essenziale”, senza sprechi, contiene secondo me il senso del cambiamento in atto, ma contiene anche il grosso rischio di compiere errori irreparabili nella scelta di ciò che va scartato: a ciascuno, come sempre, l’onere e l’onore di correre i propri rischi.

  15. Sempre più interessanti i SJ. Sono daccordo sul fatto che i tempi sono cambiati e che il “mestiere” si stia inevitabilmente evolvendo. Questo oltre a Luca Pianigiani, per dovere di cronaca dobbiamo dirlo, lo dice da tempo anche Tau Visual che contribuisce alla discussione con tanti sassolini nello stagno. Aggiungerei anche un mio piccolo sassolino. Lo studio che abbiamo visto nel filmato necessariamente ha dei costi di gestione molto elevati, ma è lo studio che tutti sognano di avere per il proprio lavoro. Ora l’italia è piena di immobili industriali dismessi, perchè non cercare di creare degli strumenti finanziari per permettere di accedere a questi per creare studi fotografici e magari studi per grafici, pubblicitari. Penso ai governi regionali, provinciali che potrebbero utilizzare anche il loro vasto patrimonio per dare in locazione agevolata a queste figure professionali. Si parla tanto di far ripartire l’economia, ma non è possibile che gli interventi siano sempre e solo finalizzati al settore dell’auto.

  16. Sempre più interessanti i SJ. Sono daccordo sul fatto che i tempi sono cambiati e che il “mestiere” si stia inevitabilmente evolvendo. Questo oltre a Luca Pianigiani, per dovere di cronaca dobbiamo dirlo, lo dice da tempo anche Tau Visual che contribuisce alla discussione con tanti sassolini nello stagno. Aggiungerei anche un mio piccolo sassolino. Lo studio che abbiamo visto nel filmato necessariamente ha dei costi di gestione molto elevati, ma è lo studio che tutti sognano di avere per il proprio lavoro. Ora l’italia è piena di immobili industriali dismessi, perchè non cercare di creare degli strumenti finanziari per permettere di accedere a questi per creare studi fotografici e magari studi per grafici, pubblicitari. Penso ai governi regionali, provinciali che potrebbero utilizzare anche il loro vasto patrimonio per dare in locazione agevolata a queste figure professionali. Si parla tanto di far ripartire l’economia, ma non è possibile che gli interventi siano sempre e solo finalizzati al settore dell’auto.

  17. Ciao Luca
    non è mia intenzione fare della polemica e ti ringrazio molto per il lavoro che fai per i tuoi lettori assidui, me compresa.
    Mi sembra però sia il caso di riflettere bene su quali siano le conseguenze delle fotografie vendute ad 1 dollaro, anche se di stock. Secondo me questa è una strada che nascondo non poche insidie, ma forse questa discussione richiede uno spazio più ampio di riflessione.

    Vendere la stessa immagine centinaia o migliaia di volte ha delle implicazioni sulla comunicazione sociale di cui bisogna tenere conto.

    Inoltre creare, mantenere e vendere le fotografia di un archivio richiede un investimento di risorse non indifferente, in termini di tempo, ma anche economici. La memoria digitale ha un suo costo, la labilità del supporto richiede di avere a disposizione diverse copie dello stesso file, la trasmissione on-line ha un suo costo. Può sembrare banale dirlo ma vale la pena ripeterlo secondo me.

    C’è un altro elemento di cui tenere conto secondo me, se è vero che il digitale ha abbattuto i costi della pellicola e dello sviluppo, è anche vero che non si può più fare a meno del lavoro di post-produzione digitale e che il fotografo deve essere sempre più manager di se stesso.

    Di tutto questo bisogna tener conto nel decidere quanto far pagare le proprie fotografie.

    Si sono d’accordo che il mercato sta cambiando, ma sono convinta che le strade possibili da percorrere sono tante, che ci sono tanti modi di proporsi, senza cadere nella logica della produzione industriale che proprio con questa crisi globale ha manifestato i suoi punti deboli.

  18. Ciao Luca
    non è mia intenzione fare della polemica e ti ringrazio molto per il lavoro che fai per i tuoi lettori assidui, me compresa.
    Mi sembra però sia il caso di riflettere bene su quali siano le conseguenze delle fotografie vendute ad 1 dollaro, anche se di stock. Secondo me questa è una strada che nascondo non poche insidie, ma forse questa discussione richiede uno spazio più ampio di riflessione.

    Vendere la stessa immagine centinaia o migliaia di volte ha delle implicazioni sulla comunicazione sociale di cui bisogna tenere conto.

    Inoltre creare, mantenere e vendere le fotografia di un archivio richiede un investimento di risorse non indifferente, in termini di tempo, ma anche economici. La memoria digitale ha un suo costo, la labilità del supporto richiede di avere a disposizione diverse copie dello stesso file, la trasmissione on-line ha un suo costo. Può sembrare banale dirlo ma vale la pena ripeterlo secondo me.

    C’è un altro elemento di cui tenere conto secondo me, se è vero che il digitale ha abbattuto i costi della pellicola e dello sviluppo, è anche vero che non si può più fare a meno del lavoro di post-produzione digitale e che il fotografo deve essere sempre più manager di se stesso.

    Di tutto questo bisogna tener conto nel decidere quanto far pagare le proprie fotografie.

    Si sono d’accordo che il mercato sta cambiando, ma sono convinta che le strade possibili da percorrere sono tante, che ci sono tanti modi di proporsi, senza cadere nella logica della produzione industriale che proprio con questa crisi globale ha manifestato i suoi punti deboli.

  19. Ciao Maria,
    questo spazio va proprio bene per fare polemica, invece. Polemica costruttiva, confronto, discussione. E ognuno può avere una propria opinione. Mi permetto quindi di dirti che, secondo me, il tuo atteggiamento è comprensibile nell’anima, ma non nella forma. Non sei tu, e non siamo noi (inteso come attori di questo mondo) a poter influenzare questa evoluzione. Se non siamo d’accordo, tutti insieme, cosa succede? Che non partecipiamo a questo orientamento e facciamo altro. Benissimo, sta di fatto che il mercato ha già scelto, e ha scelto immagini di qualità a basso costo. Possiamo decidere di non accettare queste condizioni, e allora servono strategie molto raffinate (ancora più raffinate) per sopravvivere, altrimenti si può decidere di fare i fotografi per passione, per amore, per diletto, ma non per professione.
    La dimostrazione del video e dell’esperienza di Arcurs dice che si può fare molti soldi vendendo a pochissimo. Lui ha scelto questa strada, non verrà ricordato forse nelle mostre degli autori più significativi, insieme ai grandi maestri, ma non per questo merita meno attenzione e rispetto, perché anche lui è un “maestro”, nel suo genere.
    Non puoi fare i conti senza valutare il potenziale dei nuovi mercati. C’è chi guadagna con Google AdSense, pochi centesimi a click, invece che cercare inserzioni di grandi clienti in grado di pagare migliaia di euro a “pagina” o a “banner”. Stai facendo conti di tempo, di sforzo, di numeri, quando non consideri il potenziale. Ti prego: non farlo per darmi ragione, ma apri l’orizzonte ad una visione più allargata, anche per trovare alternative. E’ importante, perché rischi la confusione: certo che i supporti, il costo di produzione, anche senza pellicola, è alto. Ma pensi che chi vende centinaia di migliaia di foto sul microstock non lo considera? Che non ci guadagna? Sarò felice di sapere che riuscirai a trovare strade che possano calzare meglio sul tuo modo di lavorare e di vivere, tifo per te… ma non farlo per dimostrare che le alternative di carattere “industriale” siano fallimentari, perché non lo sono (almeno non per tutti).
    Stiamo lavorando ad un grande evento su queste tematiche, nel frattempo possiamo anche proseguire a parlarne qui! Un saluto, con simpatia!

  20. Ciao Maria,
    questo spazio va proprio bene per fare polemica, invece. Polemica costruttiva, confronto, discussione. E ognuno può avere una propria opinione. Mi permetto quindi di dirti che, secondo me, il tuo atteggiamento è comprensibile nell’anima, ma non nella forma. Non sei tu, e non siamo noi (inteso come attori di questo mondo) a poter influenzare questa evoluzione. Se non siamo d’accordo, tutti insieme, cosa succede? Che non partecipiamo a questo orientamento e facciamo altro. Benissimo, sta di fatto che il mercato ha già scelto, e ha scelto immagini di qualità a basso costo. Possiamo decidere di non accettare queste condizioni, e allora servono strategie molto raffinate (ancora più raffinate) per sopravvivere, altrimenti si può decidere di fare i fotografi per passione, per amore, per diletto, ma non per professione.
    La dimostrazione del video e dell’esperienza di Arcurs dice che si può fare molti soldi vendendo a pochissimo. Lui ha scelto questa strada, non verrà ricordato forse nelle mostre degli autori più significativi, insieme ai grandi maestri, ma non per questo merita meno attenzione e rispetto, perché anche lui è un “maestro”, nel suo genere.
    Non puoi fare i conti senza valutare il potenziale dei nuovi mercati. C’è chi guadagna con Google AdSense, pochi centesimi a click, invece che cercare inserzioni di grandi clienti in grado di pagare migliaia di euro a “pagina” o a “banner”. Stai facendo conti di tempo, di sforzo, di numeri, quando non consideri il potenziale. Ti prego: non farlo per darmi ragione, ma apri l’orizzonte ad una visione più allargata, anche per trovare alternative. E’ importante, perché rischi la confusione: certo che i supporti, il costo di produzione, anche senza pellicola, è alto. Ma pensi che chi vende centinaia di migliaia di foto sul microstock non lo considera? Che non ci guadagna? Sarò felice di sapere che riuscirai a trovare strade che possano calzare meglio sul tuo modo di lavorare e di vivere, tifo per te… ma non farlo per dimostrare che le alternative di carattere “industriale” siano fallimentari, perché non lo sono (almeno non per tutti).
    Stiamo lavorando ad un grande evento su queste tematiche, nel frattempo possiamo anche proseguire a parlarne qui! Un saluto, con simpatia!

  21. Leggo oggi, dopo aver letto della chiusura di grazia neri, questi commenti al “caso” yuri Arcurs. Per non parlare di aria fritta, ho deciso a fine 2007 di ficcare il naso nel microstock, tanto da fare c’è poco, cosa ci perdo…Naturalmente seguo Yuri, il suo blog, le discussioni intorno a lui, gli apprezzamenti e le critiche… Quello che mi sento di dire oggi è che, è vero, il microstock è una strada possibile per vendere le fotografie, ma a prezzi piuttosto elevati di produzione, e in definitiva è un mercato dove poche decine di giocatori fanno quadrare i conti, per gli altri è una possibile attività collaterale, ma raramente paga realmente il lavoro che costa. Yuri nel suo milione di dollari con segno più deve sottrarre, oltre ovviamente alle tasse, anche il costo di una decina di persone che lavorano per lui, tra fotografi e assistenti, ritocco e preparazione dei files. inoltre esegue parte del lavoro in outsourcing, in India per la precisione: costi per modelli, trucco, noleggi, ecc.; insomma quei 200 scatti frutto di una sessione di lavoro (il numero è questo, se ricordo bene) hanno un discreto costo di qualche decina di euro ognuno. Alcuni si venderanno centinaia di volte, altri decine, pochi migliaia, e insomma la somma fa il totale, senza guardare le foto singole.
    Quello però che mi sono sempre chiesto fin dall’inizio dell’avventura microstock è: quanto avrebbe reso un portfolio simile a quello di yuri, quasi tutto people, nei canali tradizionali? Qualche migliaio di foto come quelle in alcune agenzie di calibro e alcune locali? Il problema è questo a mio avviso, la scelta del microstock ha aperto la porta al mercato per bravi, bravissimi spesso, fotoamatori, ha attirato intraprendenti fotografi ad esplorarla, ha deluso molti professionisti, ne ha premiati pochi altri. Ma molto del suo appeal non deriva dal suo reale potenziale economico, quanto dalla modernità del sistema, con una visione del venduto in tempo reale, con la possibilità di valutare in termini economici chi vende cosa e quanto ci ricava, meccanismi di forum e newsletters inseriti nei siti, etc. Personalmente non riesco a tirarci fuori più di qualche centinaio di euro annui, prodotti da appena un 20% delle foto in vendita. In definitiva, non butto fango sul micro, ma è una chimera che sia una strada accessibile, in termini di remuneratività, per tutti.

  22. Leggo oggi, dopo aver letto della chiusura di grazia neri, questi commenti al “caso” yuri Arcurs. Per non parlare di aria fritta, ho deciso a fine 2007 di ficcare il naso nel microstock, tanto da fare c’è poco, cosa ci perdo…Naturalmente seguo Yuri, il suo blog, le discussioni intorno a lui, gli apprezzamenti e le critiche… Quello che mi sento di dire oggi è che, è vero, il microstock è una strada possibile per vendere le fotografie, ma a prezzi piuttosto elevati di produzione, e in definitiva è un mercato dove poche decine di giocatori fanno quadrare i conti, per gli altri è una possibile attività collaterale, ma raramente paga realmente il lavoro che costa. Yuri nel suo milione di dollari con segno più deve sottrarre, oltre ovviamente alle tasse, anche il costo di una decina di persone che lavorano per lui, tra fotografi e assistenti, ritocco e preparazione dei files. inoltre esegue parte del lavoro in outsourcing, in India per la precisione: costi per modelli, trucco, noleggi, ecc.; insomma quei 200 scatti frutto di una sessione di lavoro (il numero è questo, se ricordo bene) hanno un discreto costo di qualche decina di euro ognuno. Alcuni si venderanno centinaia di volte, altri decine, pochi migliaia, e insomma la somma fa il totale, senza guardare le foto singole.
    Quello però che mi sono sempre chiesto fin dall’inizio dell’avventura microstock è: quanto avrebbe reso un portfolio simile a quello di yuri, quasi tutto people, nei canali tradizionali? Qualche migliaio di foto come quelle in alcune agenzie di calibro e alcune locali? Il problema è questo a mio avviso, la scelta del microstock ha aperto la porta al mercato per bravi, bravissimi spesso, fotoamatori, ha attirato intraprendenti fotografi ad esplorarla, ha deluso molti professionisti, ne ha premiati pochi altri. Ma molto del suo appeal non deriva dal suo reale potenziale economico, quanto dalla modernità del sistema, con una visione del venduto in tempo reale, con la possibilità di valutare in termini economici chi vende cosa e quanto ci ricava, meccanismi di forum e newsletters inseriti nei siti, etc. Personalmente non riesco a tirarci fuori più di qualche centinaio di euro annui, prodotti da appena un 20% delle foto in vendita. In definitiva, non butto fango sul micro, ma è una chimera che sia una strada accessibile, in termini di remuneratività, per tutti.

Comments are closed.