Tempo e livelli di lettura: le fotografie devono durare di più

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Il tempo è tiranno, ma siamo ancor di più noi che siamo tiranni di noi stessi. Abbiamo imparato da qualche beota presuntuoso che le persone non hanno tempo, che non si può sperare di fermarle, che bisogna comunicare velocemente, che bisogna colpire con impatto e immediatezza. Qualcuno dice non c’è più spazio per messaggi più profondi, altri si spaventano di fronte allo “spessore” (non culturale, fisico) dei libri, e quindi si cercano soluzioni per ridurre, asciugare, togliere. Semplificare e massificare. Peccato che “semplificare” è questione complessa, difficile.

L’essere umano ha bisogno di tempo per reagire, per immergersi. La comunicazione non si fa solo con “l’impatto” è un mondo che richiede un ritmo lento. Certo, se stiamo cercando di vendere delle patatine fritte o una bibita ghiacciata, basta creare lo stimolo veloce, ma se stiamo cercando di andare più a fondo, dobbiamo fare più fatica perché dobbiamo far fare più fatica ai nostri utenti. Se per primi non riusciamo a progettare contenuti “lunghi”, come possiamo sperare di cambiare questo approccio? Se legittimiamo il parcorso semplice, come facciamo a non capire che poi non possiamo lamentarci se abbiamo di fronte un pubblico che consuma tutto velocemente (e non capisce la “qualità“?

Lasciamo perdere altre tecniche di comunicazione (che pur potrebbero essere interessanti e di ispirazione), andiamo al nocciolo delle tematiche che possono essere interessanti per il nostro lettore “principale”, il fotografo professionista. Abbiamo spesso (sempre) detto che la scelta di scendere a compromessi qualitativi è un suicidio, ma forse non abbiamo chiarito che l’inseguire lo stile contemporaneo, ovvero spingere su un consumo veloce dell’immagine, è parte di questo suicidio. Le fotografie, le dobbiamo trasformare in un messaggio lungo, immersivo, profondo. Non dobbiamo descrivere (chiunque, bene o male, grazie alle moderne tecnologie, può realizzare una fotografia “descrittiva”), dobbiamo immergere. Quello che vede l’occhio può vederlo – e registrarlo – una fotocamera da quattro soldi. Cosa rimane al professionista? Qualcuno si nasconderà dietro parole senza spessore (anche se ce l’hanno, in apparenza): creatività, arte, storytelling…. Diciamolo, confermiamolo: tutta aria fritta. Se anche (e spesso non è così) ci fosse vera creatività, chi sarà davvero in grado di notarla in una frazione di secondo? Abbiamo ogni giorno a che fare con centinaia di “giovani creativi” che interpretano la creatività in questo modo: ho visto QUESTO, penso di usare questo ingrediente nel mio progetto. In pratica, si accontentano di (RI)fare quello che hanno già visto, senza interpretazione, se non quella dell’adattamento (peggiorativo) condizionato dal non essere in grado di fare altrettanto bene. Per fare un esempio, se vedono una foto di una super modella sul fondo di un panorama di una spiaggia tropicale mozzafiato illuminata con sistemi di illuminazione cinematografici spettacolari finiscono con usare la compagna di classe, davanti al laghetto della città con le paperelle e usando il flash per “aprire le ombre”. Ma non è che i “professionisti” fanno molto di diverso, anzi: spesso dedicano ancor meno tempo per studiare e per ispirarsi. Per non parlare della moda dello storytelling, che fa tanto “bella parola ad effetto” e vale quanto farsi crescere la barba per sembrare hipster (ne abbiamo parlato qui).

La vera strada, ne siamo convinti, è lavorare sul tempo da conquistare. Quando si trasforma l’instante in una fruizione “lunga” viene fuori la capacità e la progettualità; insomma, si vede chi davvero sa fare le cose, e non solo fare click. Per questo, vi segnaliamo due esempi interessanti, a nostro giudizio. Il primo è una campagna pubblicitaria sviluppata dall’agenzia brasiliana AlmapBBDO per Getty Images. Il gioco è legato ai “Milioni di immagini” disponibili, che se a prima vista potrebbero sembrare addirittura eccessive, di fatto offrono la possibilità di trovare tutti gli ingredienti necessari per comunicare in modo perfetto. La campagna si basa sul messaggio:

“Millions of Images. Endless Possibilities.”
(milioni di immagini, possibilità senza fine)

E il risultato è spettacolare sia dal punto di vista della sintesi “fissa” che da quella video che pubblichiamo qui sotto:

Il messaggio che vogliamo trasferire, in questo primo esempio, non è quello di prendere tutte le vostre foto e fare un pasticcio con Photoshop, ovviamente… ma di capire quante delle informazioni, quanti dettagli, quante sfumature possiamo e dobbiamo inserire in ogni singola immagine, per fare in modo che anche l’occhio distratto potrà  soffermarsi. Un’immagine di valore richiede spessore, livelli di lettura, ingredienti che davvero si uniscono per sostituirsi alle parole, che diventino narrazione. Se ci limitiamo alla superficie, questa è possibile raggiungerla in qualsiasi momento da qualsiasi operatore dotato di un dito sul pulsante di scatto.

L’altro esempio sono di fatto “vari esempi”: sono ritratti, alcuni realizzati anche tanti anni fa, che sostituiscono la sintesi di uno scatto, in una sequenza video. In certi casi, sono riprese “normali”, in altri – i più interessanti – sono in stop motion. Il movimento quasi invisibile permette di essere comunque percepito dall’osservatore, che di colpo non solo si domanda “quello che succederà”, ma entra in contatto empatico con il soggetto, anche per questo lo sta guardando negli occhi, sembra sfidarlo a tenere questo sguardo senza abbassare gli occhi, respira come respiriamo noi che guardiamo. E’ un effetto non nuovo, come detto, ed è una strada che spesso abbiamo segnalato definendola “foto che respirano”, spesso abbiamo immesso anche tecniche di interazione… ma in questo caso la proposta è forse la più semplice possibile: è una magia dalla quale è difficile staccarsi. Questo argomento è stato inizialmente trattato qui.

Si parte da quel genio di Andy Warhol che nel 1966 ha realizzato quello che, probabilmente, è il primo esempio di ritratto video in slow motion, con soggetto una delle sue muse storiche, Edie_Sedgwick (meravigliosa quanto sfortunata, morta a 28 anni per overdose dopo essere passata dalla Factory dell’artista ad essere molto vicina (qualcuno dice anche compagna, anche e lui nega) Bob Dylan che le ha dedicato delle canzoni storiche). Le riprese sono state fatte a 24 fotogrammi al secondo, e poi riprodotte a 16 per enfatizzare l’effetto di slow motion. Non bloccate il video, non cercate di andare avanti velocemente, la storia non ha uno sviluppo, se non nei tre minuti che sono immensamente lunghi, creando imbarazzo in lei, Edie, ma anche in voi. Se fuggirete da questo sguardo, avrete perso l’occasione di cogliere le sfumature del suo sguardo, del suo respiro, degli occhi che si chiudono come a cercare un momento per abbassare la tensione. Se staccherete gli occhi, avrete perso. Provate a vedere se siete in grado di guardarla negli occhi, fino alla fine, vivendo quell’intensità dello stare di fronte a due occhi che stanno vivendo questa esperienza insieme a noi.

Se vogliamo fare un salto in avanti nel tempo, possiamo esplorare il lavoro di Williams Wilson, che ha realizzato a partire dall’inizio del 2000 questa tecnica, realizzando dei ritratti video di grandi attori, come Johnny Depp, Brad Pitt, Salma Hayek, Sean Penn, Winona Ryder. Il gioco in questo caso è legato allo slow motion, alla musica (che trascina l’attesa che altrimenti verrebbe bloccata dalla quasi immobilità causata dall’azione molto rallentata. Quello che mostriamo è quello di Lady Gaga (2013), perché uno dei pochi che si trova su Vimeo ed ha una dimensione (e anche un funzionamento) migliore (il sito con gli altri ritratti è abbastanza vecchio come tecnica, e i contenuti sono molto piccoli).

Lady Gaga Video Portraits by Robert Wilson: Mademoiselle Caroline Riviere from Lumen Arts on Vimeo.

Ancora una volta, non ha senso prendere queste segnalazioni come “ingredienti” da inserire nei vostri progetti: hanno bisogno di evoluzioni, di crescita, di digestione ed interpretazione. Proprio per questo, abbiamo prima mostrato il video di Getty Images: la strada è quella di combinare tanti elementi, ma di percorrere la strada dell’evoluzione delle vostre immagini. Storie che vogliono essere vissute, esplorate, sensazioni che vanno oltre all’istante. Che non è “fuggente”, è proprio latente, se non si crea valore.