La fotografia di archivio – che sia di “stock” o di “microstock”- rappresenta un’area sempre più importante, specialmente da quando, con il digitale, si tende a scattare sempre più immagini: costa “uguale”; scattare poche o tante immagini, e riuscire a sfruttare qualsiasi occasione per produrre non solo immagini “commissionate”, ma anche fotografie a corredo che possono fornire altre fonti di reddito. Gli errori che si fanno, quando si prende in considerazione questo tipo di mercato sono diversi: alcuni più palesi di altri. Vediamone alcuni, così come ci vengono in mente, con alcune segnalazioni e soluzioni possibili.

1) Le foto di scarto possono finire nel settore del microstock per essere vendute a 1 dollaro.

Errore madornale, è come pensare che chi compra fotografie in un archivio stock sia un demente per il solo fatto che sta cercando immagini non esclusive. Solo le foto che hanno un valore meritano di essere acquistate, e quindi anche messe in vendita: passi che il digitale non ci impone un costo per foto scattata, ma ogni foto preparata per lo stock costa soldi in termini di tempo e di sforzo, evitiamo di faticare per nulla. Le foto per lo stock possono essere semplici, essenziali, ma non stupide, non inutili: devono poter rispondere alle esitenze di una richiesta, devono essere descrivibili (nella vostra testa, ma anche nella testa del potenziale acquirente) da una didascalia. Anche le foto vendute a 1 dollaro devono essere eccellenti, perché ci sono milioni di foto eccellenti che costano poco, e quindi la selezione deve essere accurata.

2) Se cercate di non fare fatica, lo stesso vale per il vostro cliente

Farla “facile” non è un’idea vincente. Il vostro cliente ha lo stesso problema che avete voi (e noi, e tutti): la mancanza di tempo. Cercate di venire incontro alle sue esigenze: una foto di una mela facilmente scontornabile (o, meglio ancora, già scontornata, con il canale alfa, oppure il tracciato) è più vendibile di una foto “normale” di mela. Lo sappiamo che ottimizzare questo elemento fa perdere tempo, ma se farete in modo da evitare fatica al vostro cliente, è probabile che tale sforzo verrà premiato.

3) Guardare sempre dalla stessa parte.

Le agenzie di stock che si citano, e quindi che si prendono in considerazione, sono sempre le stesse, e si finisce con il mettersi in coda (e a volte di sgomitarsi) con decine, centinaia, migliaia di altri fotografi. Perché non si cerca di allargare i propri orizzonti? perché non si fa uno studio accurato di alternative? Forse i riferimenti più famosi sono eccellenti, ma non possiamo sperare di sfondare sempre le porte più difficili. Un esempio: proprio oggi, mentre stavamo guardando i nostri feed RSS a caccia di idee e di notizie, abbiamo scoperto che un’agenzia di stock di Dubai (Gulf Images) ha introdotto un sistema per consentire ai fotografi (professionisti, semi professionisti, amatori) di fare l’upload delle loro fotografie, da inserire nella loro offerta. La proposta è quella di ottenere dal 30% (non esclusiva) al 50% (foto concesse in esclusiva) del valore di vendita. Non conosciamo la potenzialità di questa agenzia, ma non lo sa nessuno, giusto? Perché non provare, ovviamente avendo materiale adeguato a questo tipo di “cliente”, vi consiglio di dare un’occhiata ad alcune immagini, facendo delle ricerche mirate, per capire se il materiale che abbiamo può risultare appetibile.



4) Sei keywords sono anche troppe…

Alcuni si concentrano davvero poco sull’argomento keywords, si fermano all’ovvio, e non comprendono quanto sia inportante determinare con esattezza e con maniacale precisione ogni dettaglio interessante. Peggio ancora, se queste keywords si indicano in Italiano, creando un muro pressoché invalicabile all’esterno (esterno= clienti da tutto il mondo). Abbiamo già mostrato in un convegno questo sito, che ci mette alla prova per scoprire come e quanto si può indicizzare una foto: ci viene proposta una foto, ci viene chiesto di inserire quelle keywords che pensiamo possano descriverla e poi, quando ci siamo spremuti la mente al massimo, scopriamo che ce ne sono almeno una decina che non avevamo ipotizzato e che si trasformano in potenziali porte di accesso alla vendita delle nostre foto (se le persone cercano tramite una keyword che non abbiamo previsto, la nostra foto non sarà inserita nella valutazione per la scelta). Ovviamente questo sito propone servizi per ottimizzare questa attività, per insegnarci come fare meglio, potete valutare l’opportunità di approfondire la proposta, dopo il “divertimento” del gioco. Potremmo però proporvi, rimanendo sullo stesso discorso, un sito che offre l’indicizzazione automatica (semi automatica) delle vostre immagini: si paga una cifra abbastanza contenuta per 12 mesi di servizio, e si sfrutta la potenza di questo sistema: si fa l’upload delle foto, che già vengono individuate nelle loro componenti principali, ma poi possiamo aggiungere tantissime keywords usando il vocabolario inserito che ci propone, per esempio, partendo dalla base di una keyword che abbiamo identificato, una serie di sinonimi e di concetti collegati che permettono di arricchire l’indicizzazione con sfumature che possiamo non avere previsto, magari anche solo perché sappiamo solo poche parole in inglese.

5) Come scattiamo, come vengono usate le nostre foto

Uno dei maggiori errori che si commettono è quello di credere di sapere come le nostre immagini verranno utilizzate. Questo porta a fare delle scelte in fase di ripresa (o di post produzione) che non sempre corrispondono a quello che il mercato richiede. Una buona “lezione” viene da un libro appena pubblicato da Sport Illustrated chiamato “Slide Show”, e che mostra come le diapositive originali scattate dal fotografo sono state “interpretate” dai grafici della pubblicazione per creare le loro copertine. La creazione e la scelta di immagini destinate allo stock devono essere lungimiranti, consentire molteplici interpretazioni, spesso lasciando all’utilizzatore una libertà di taglio che è frutto della sua sensibilità e delle sue esigenze di impaginazione: a volte un taglio troppo estremizzato toglie opportunità d’uso, più che offrire maggiori opportunità. Possiamo anche offrire versioni con tagli particolari, ma inserendo nello stock anche versioni con “più aria”, una foto che richiede di ricostruire un pezzo di fondo che non c’è più (ma che forse c’era in origine) potrebbe allontanare l’acquirente, che non vuole perdere tempo e non vuole fare fatica, come si diceva.

Potremmo andare avanti, in realtà stiamo andando avanti: come sapete, stiamo preparando un importante JumperCamp sul marketing e stiamo evolvendo molti di questi concetti, con esempi e con segnalazioni utili. Ovviamente non solo nell’ambito della fotografia di stock, ma anche, perché non è un mercato che si può tralasciare. Chi è quindi interessato, può iscriversi subito alla data del 25 maggio, sarà un appuntamento importante, non possiamo più pensare che sia sufficiente la creatività e la competenza tecnica per avere successo: se qualsiasi prodotto richiede raffinate tecniche e visioni di marketing (anche i panini caldi… che per convenzione si vendono senza difficoltà), non è possibile credere che la fotografia possa farne a meno.