Capire il mercato guardando immagini (come fanno i Big)

Photo by Josh Hild on Unsplash

Chi produce immagini, in particolare fotografi e videomaker che lavorano per i privati (dai matrimoni al ritratto, eccetera), potrebbe e dovrebbe fare tesoro delle tracce che vengono seminate dagli utenti per i quali si lavora, o potenzialmente si potrebbe lavorare. Già, perché non è detto che quello che viene “dichiarato” corrisponda poi a quello che effettivamente le persone desiderano. Tanti anni fa mi raccontarono di un test fatto con dei bambini  da una importante azienda del settore fotografico. Di fatto, è stato chiesto ad un gruppo di bambini se preferivano – pensando ad una fotocamera dedicata a loro – un apparecchio nero o uno colorato, e di motivarlo con una frase. La quasi totalità dei bambini hanno dichiarato che avrebbero preferito, sicuramente, una fotocamera colorata, perché sarebbe stata più divertente, meno “seriosa”, più vicina ai loro gusti. Dopo questa prima tappa, questi bambini sono stati invitati in una stanza dove hanno trovato due scatoloni, uno contenente fotocamere di tutti i colori, l’altro con fotocamere solo nere ed è stato detto che per ringraziarli per la collaborazione, avrebbero potuto portarsi a casa una fotocamera, dovendo però scegliere il colore; quasi tutti hanno scelto quella nera, a dimostrazione che  non sempre, anzi quasi mai, le persone dicono quello che davvero pensano e non è perché vince la bugia, spesso si crede a quello che si dice, suona meglio dire una cosa rispetto all’altra, semmai si mente a se stessi, prima ancora che agli altri. Ed è anche per quello che vanno ammirati gli “intervistatori”, quelli che sono capaci di far dire quello che davvero va più in profondità di quella superficie che le persone sono disposte a far apparire, per mostrarsi migliori, più intelligenti, più affascinanti. Di recente è stata, una volta di più, la celebrità del giornalismo televisivo, Oprah Winfrey, che ha intervistato Meghan Markle, la principessa del Sussex moglie del principe Harry, creando tra l’altro grandi polemiche sulla stampa inglese. In molti hanno messo però in luce la capacità di Oprah di gestire le domande, nel tessere un percorso di domande correlate alle risposte (che quindi non possono essere previste) senza sovrastare l’ospite, come fanno spesso i giornalisti aggressivi che vedono questa interazione come una battaglia dove devono vincere loro diventando protagonisti. Un articolo sul tema lo trovate qui.

Ma torniamo a quello che “le persone non dicono” e a come i professionisti dell’immagine possono comprenderlo, facendo riferimento ad una delle ennesime trovate del gigante Facebook che ha dichiarato di avere sviluppato un programma chiamato Learning from videos to understand the world (imparare dai video per comprendere il mondo) che ha varie applicazioni, la prima di individuare interessi e preferenze degli utenti e poter erogare “consigli” (per gli acquisti, siamo sempre al periodo di Mike Bongiorno o di Maurizio Costanzo), ma che in futuro sono informazioni che potrebbero essere adottate per creare o recuperare esperienze passate da rivivere con soluzioni quali occhiali per la realtà aumentata. L’arma per analizzare tutti questi dati è ovviamente l’intelligenza artificiale, che ha proprio nell’immagine uno dei suoi depositi pressoché infiniti di alimentazione della sua forza. Se volete, potete leggere questo articolo che ne affronta le principali potenzialità e ne trae qualche valutazione iniziale, dove appare ben chiaro che non si tratta di ricerca per il futuro, ma che già oggi questa soluzione è applicata nell’area Reel di Instagram.

Uno dei motivi di questa ricerca, anche se non viene palesemente dichiarato, è quello di andare oltre alla profilazione degli utenti tramite i dati, soluzione che inizia a vacillare a causa della crescita dei sistemi di blocco a vantaggio della privacy, strada iniziata da Apple che con gli ultimi aggiornamenti blocca, se non formalmente accettato dalle persone, il tracciamento di informazioni e dati. Senza questo bacino di informazioni, diventerà molto difficile per Facebook indirizzare al meglio le pubblicità e quindi è necessario un cambiamento di approccio. La fortuna di questi social network è che le persone, quasi tutte, anche se a volte si dichiarano desiderosi di maggiore privacy, non capiscono che in ogni momento regalano infiniti indizi che aiutano ad essere identificati in tutte le loro abitudini, ma anche nelle loro più segrete opinioni: sociali, politiche, di preferenze su cibo, musica, culture, gusti sessuali; tutto attraverso quello che pubblicano volontariamente, non ci sono dati che vengono “rubati” o “catturati”, semplicemente vengono rilasciati spontaneamente. Una volta, fino a poco tempo fa, si pensava che solo una piccola porzione di noi tutti potesse essere oggetto di una analisi così approfondita, ma oggi con la potenza di calcolo che c’è e grazie alle tecnologie di analisi delle immagini, il risultato è che tutti noi siamo schedati per quello che “mostriamo”, senza considerare che le immagini si portano dietro non solo elementi visuali, ma anche altri dati (dove abbiamo scattato quella immagine, quando, eccetera…).

Gli esseri umani “normali” (noi tutti) non hanno accesso completo a questa miriade di informazioni, e non avrebbero potenze di calcolo e strumenti tecnologici per poter fare queste analisi. Ma, in piccolo, qualcosa si può fare, ed è esattamente quello che, per esempio, viene fatto dalle aziende quando valutano dei potenziali candidati da assumere: ormai è “normale” fare una esplorazione sui canali social. Non è una ricerca di “cose divertenti” o “criticità” (ovvio che se una azienda vede che un candidato si fotografa accanto a svastiche partirà un blocco immediato), la questione è più sottile e riguarda una profilazione del comportamento, del gusto, delle scelte, dei modi di fare, su cui costruire una analisi e capire su quali aspetti puntare in fase di proposta, commerciale o creativa.

Siamo in un mondo tutt’altro che cieco, e chi si occupa di studiare, comprendere, produrre e proporre immagini deve capire di avere una forza in più, per trarne vantaggio, sapendo (o imparando) ad andare oltre alla superficie di quello che “si vede”, e decodificando quello che “viene mostrato o fatto intuire”. Usate questa strategia, vi aiuterà a capire meglio non solo come muovervi in termini di marketing, ma alla fine vi aiuterà anche ad essere migliori fotografi, videomaker, professionisti.