Wired Italia, l’edizione italiana della più famosa rivista sulla cultura digitale, chiude (o quasi). La notizia è esplosa in rete come un fulmine, sotto forma di un comunicato sindacale dell’assemblea dei giornalisti della Condé Nast che ha denunciato pubblicamente la giusta preoccupazione per le persone considerate “in esubero” (6 su 12) e sul futuro della testata, ma ha anche polemizzato sul fatto che questa scelta sembra essere caduta dal cielo, dopo le recenti promesse e dichiarazioni positive del management. La situazione è complessa, ma proprio per questo merita, secondo noi, di essere trattata, specialmente se si aggiunge che la rivista – numeri alla mano, sempre che siano veri e giusti quelli pubblicati da “Il Fatto Quotidiano” – non solo vendeva circa 60 mila copie al mese, e che l’attivo del gruppo CondéNast è stato, alla chiusura del bilancio del 2014, di 9,1 milioni di Euro (non sappiamo quanto di questo utile è relativo a Wired Italia).

E’ proprio finita l’avventura di Wired Italia, nata il 19 febbraio del 2009 sotto la direzione di Riccardo Luna?

In realtà no: rimane il web (un sito che – parere personale – se non avesse il nome della testata, francamente non sarebbe molto diverso da tanti altri, forse anche inferiore ad altri e oggettivamente inferiore nella struttura, nell’approccio, nella funzionalità, nel design e della tipografia rispetto al sito della “rivista madre”. come potete vedere qui sotto il confronto), e uscirà due volte all’anno in versione cartacea, come speciali (immaginiamo per poter posizionare le pagine di pubblicità ormai rimaste senza supporto). Ma il progetto che aveva – almeno a parole – ridotto quel digital divide tra Italia e resto del mondo, è crollato.

Wired Italia Website

 

 

Wired_USA_Website

Ci mancherà Wired Italia?

A leggere i commenti in rete, ci sarà un suicidio di massa dei fan… ma chi commenta chissà cosa ha fatto in questi anni per far vivere, sopravvivere e specialmente far crescere questa rivista e questo ecosistema (nata con enorme entusiasmo e partecipazione, e che via via sembra essersi persa per strada, anche causa dei diversi cambiamenti del direttore)? In Italia siamo bravissimi a schierarci a parole, quando i fatti sono già successi, quando le galline sono uscite dal pollaio, quando ormai rimangono solo le parole che non costano nulla e non impegnano. Personalmente sono anni che ho smesso di leggere Wired Italia, e a dirla tutta sono anni che la consideravo sicuramente una rivista “imperdibile”, anzi. Certo che la mia opinione non vale nulla, ho dalla mia un solo piccolo punto a favore per giustificare e motivare coerentemente la mia critica: conosco e amo Wired (USA) sin dal primo numero (personalmente acquistato nel 1993, data di nascita della testata), che conservo ancora, ho vissuto l’Era di chi l’ha fondata e diretta (un nome che solo alcuni ricordano: Louis Rossetto, che poi è passato dalla rivoluzione digitale al… cioccolato), ho seguito l’evoluzione e il passaggio alla Condé Nast, ho “vissuto” da dentro la redazione originale, nel palazzo un po’ fatiscente di San Francisco che non faceva certo capire davvero che dentro ci potessero essere le menti più rivoluzionarie del mondo digitale (prima che questo mondo nascesse sul serio). Quello che voglio non è “bullarmi”, solo dire che Wired l’ho amato sul serio e che ha contribuito alla mia crescita e alla mia maturazione…

Non voglio però cadere nella discussione qualitativa e nemmeno in quella del fanatismo (pro o contro): ho conosciuto e dialogato spesso con Riccardo Luna agli inizi, nel 2009/2010, quando cercavo di portare Wired Italia verso una versione digitale (prima che lo facessero negli USA, ma era troppo presto); ho anche scritto un paio di articoli per Wired.it ma poi mi sono auto licenziato: per me . parere personale – scrivere per Wired non era quello che mi avevano chiesto sul sito, ci ho messo poco a capirlo e ho deciso di non proseguire. Quello che è (più) importante è capire che questo evento – la chiusura di Wired Italia, edizione cartacea e ovviamente anche il digital magazine – è uno specchio dei tempi dell’editoria, ma non solo italiano anzi: forse proprio la nostra situazione più “disperata” del panorama editoriale ed economico offre uno spaccato di quello che forse in Paesi più solidi ancora non è percepito del tutto. Quello che sta succedendo è che sta cambiando completamente il concetto di “rivista”; non è detto che gli editori e i manager che prendono scelte apparentemente fuori dalla logica siano coscienti di questa evoluzione/rivoluzione, ma malgrado tutto stanno seguendo un percorso lineare rispetto al futuro.

Prima di tutto: quanti sono gli utenti che leggono le riviste? Pochi, pochissimi, questo va detto. E’ triste? Si, molto, non ditelo a chi – come il sottoscritto – è docente di grafica editoriale e digitale, ma la colpa non è di Google (come dicono tanti) e nemmeno del fatto che “i giovani non sono interessati a nulla” (perché non è così), ma è in gran parte colpa del settore dei principali editori che non fanno nulla per creare e sviluppare un vero amore per le riviste e l’editoria. Nei nostri corsi accademici, riusciamo a crearlo, questo amore per le riviste tra i giovani… non in tutti ovviamente, ma in una percentuale elevata: quindi si può fare, bisogna farlo. Le riviste non sono più un elemento “fondamentale” come un tempo (ci sono moltissime alternative, più accessibili e a costo zero), così come la stampa non è l’unica strada per fruire di una fotografia… ma questo non significa che abbiano perso valore, se trattate con passione, cultura, impegno, innovazione, e gli editori (insieme ai giornalisti, e ai grafici, e a quelli del marketing e agli edicolanti… molti sono colpevoli) pensando solo alla riduzione dei costi, alla velocizzazione dei tempi, al copiare quello “che funziona”… ogni giorno distruggono questo mondo meraviglioso. Per fortuna, però, ci sono nuovi attori di questo mondo, che si alimentano di questo amore e che stanno realizzando prodotti e progetti che hanno un senso concreto (esistono, fanno innovazione, hanno un target, si vendono e fanno sopravvivere le persone che le realizzano), ne abbiamo parlato per esempio su JPM7, e gli articoli li potete trovare qui. Le realtà “indie” dell’editoria forse non hanno utili di 9 milioni di euro, ma tanto nemmeno questi risultati sono sufficienti per far sopravvivere progetti editoriali dentro le grandi case editrici. Come diceva Kevin Kelly (che di Wired è stato direttore), bastano, alla fine, anche solo 1000 fans attivi per far vivere un progetto.

Cosa interessa agli editori? In realtà gli editori – quasi tutti, di sicuro principalmente quelli più grandi – stanno iniziando ad accarezzare una nuova visione, dove i meccanismi di coinvolgimento del pubblico (che poi è il target da vendere) si deve basare su logiche più vicine alle strategie di brand. Eventi, notti bianche con negozi aperti, convegni, concorsi a premi… tutto vale per portare a casa soldi senza avere bisogno di una rivista: bastano i social network per trasmettere informazioni essenziali (ridotte all’osso) e per spingere i “valori di brand”. E se questo non è sufficiente, ecco in arrivo il merchandising. Dopo anni in cui per vendere si inseriva in allegato alla rivista un cappellino per il mare, si sta pensando che il business oggi può essere anche quello di vendere solo il cappellino. Alla fine, un cappellino o una maglietta targati Vogue, National Geographic o, appunto, Wired fanno gola a tanti per far parte di una comunità, forse ancor più di Armani, Coca-Cola e Ferrari.

Apple NEWS cambierà la progettazione delle riviste del futuro?Le riviste hanno un ulteriore vincolo, per gli editori: il fatto che non possono attivare facilmente e direttamente meccanismi di condivisione virale; quelle di carta possono essere solo citate sui social, quelle digitali possono essere linkate, ma la loro struttura “chiusa” a guscio rende tutto un po’ più difficile e non è un caso che la prossima rivoluzione – quella su cui si sta lavorando, anche se non è propriamente visibile al 100% – è quella dei contenuti disaggregati. E’ un’idea nata qualche anno fa da soluzioni quali Flipboard, Zite (ormai acquisita da Flipboard e scomparsa dalla vista), Prismatic, ma che nell’ultimo anno ha avuto un’impennata di interesse da parte dei giganti dei media, quelli che portano il nome di Google, di Facebook, di Yahoo e che qualche settimana fa hanno visto gettare il guanto della sfida da parte di Apple con la sua nuova App chiamata “NEWS”, che sarà disponibile su iOS9 dopo l’estate (e che mostra nella prima immagine del link di presentazione proprio una pagina ”firmata“ Wired). La lotta cambia terreno e forma: non riviste ma episodi di informazione sotto forma di articoli approfonditi e dettagliati, molto ben costruiti dal punto di vista della leggibilità (gli editori ”della carta“ stanno ancora a fare i corsi CEPU per imparare a fare – con risultati scarsissimi – contenuti leggibili sugli schermi). Anche il business model sta prendendo una nuova piega, l’esempio più evidente è proprio il già citato servizio News di Apple che garantisce agli editori (tutti: grandi e piccoli) di monetizzare fino al 100% del proprio contenuto (se l’editore ovviamente è e sarà in grado e capace di monetizzarlo) oppure di accontentarsi di un pur ottimo 70% se decide di affidare ad Apple l’appalto della pubblicità usando la piattaforma iAd. Tutto è ancora molto da valutare e comprendere a fondo, sta di fatto che si sta uscendo da un ”semplice” uso dei contenuti a vantaggio dei giganti che distribuiscono l’informazione (lo diceva giustamente Chris Anderson con la sua ”Coda Lunga“) e si sta aprendo la strada per condividere questo vantaggio anche con chi l’informazione la crea.

In questa visione futura delle “riviste che verranno”, dei meccanismi di monetizzazione dell’informazione, si giocheranno ruoli importanti per il futuro della cultura e anche del business (chiamiamola “sopravvivenza” che sarebbe più adatto) dei creatori di contenuti: chi scrive, chi fotografa, chi produce video, di chi si occupa di grafica, di animazione, di chi sa raccontare storie e vuole farlo. Addirittura, di chi canta o fa musica (il mondo della musica è molto più evoluto digitalmente rispetto a quello dell’informazione). Chi è arrivato in fondo a questo articolo senza capirne l’applicabilità se per caso non è e non vuole essere editore, deve capire che i giochi che si stanno sviluppando in questo periodo saranno un’onda dall’impatto incredibile, nel bene o nel male e che in Italia siamo probabilmente, come già accennato, in una eccezionale situazione per poterlo capire prima degli altri.

Ricordo che tanti anni fa, il guru del digitale dell’epoca del primo Wired (ha sborsato un bel po’ di soldi per farlo nascere), Nicholas Negroponte, disse che l’Italia aveva un grande vantaggio nello sviluppo delle reti dati telefoniche, perché essendo arrivata così tardi rispetto agli altri Paesi avrebbe potuto adottare l’ADSL che permetteva un grande risparmio perché viaggiava non su cavi nuovi (ottici) ma sul normale doppino telefonico. Di fatto, questa visione è stata poco felice (siamo ancora indietro, e questo perché l’ADSL ha dimostrato i suoi limiti e siamo ancora a cablare il nostro Paese, lasciando zone immense ancora prive di connessione veloce), ma il concetto oggi è più azzeccato: siamo così messi male, nell’economia e nell’innovazione, che dobbiamo muoverci per primi, per non morire. (Anche se poi, forse, moriremo e basta…).

La chiusura di Wired Italia non è la dimostrazione che la carta è morta (anzi… il contrario), non è la dimostrazione che l’iPad e i tablet non sono stati in grado di portare nuova linfa al settore editoriale (semplicemente, i grandi editori non hanno capito come farle, le riviste digitali), non è la dimostrazione che le riviste ormai non hanno futuro (anzi: stanno solo cambiando pelle e si deve riprogettare il loro business model). Forse si sta dicendo che il modo di gestire le riviste, le case editrici, le redazioni: questo si, probabilmente, è vicino ad un crollo, ma non è detto che questo sia un male per la qualità dell’informazione e dell’editoria in generale, forse il contrario.

In un mondo che ormai offre a tutti uno spazio enorme per parlare e per raccontare la propria storia, c’è bisogno di capacità eccezionali per farsi ascoltare, per essere un punto di riferimento, per attrarre persone affini. E’ un buon punto di partenza, per costruire e per guardare avanti.

 

Immagine in evidenza: Death to the stock photo.

10 responses

  1. Uhm, qualcosa non torna nei conti. Dovresti verificare perché mi pare che ci sia un errore: il MOL di 9.1M dovrebbe riguardare l’intera Condé Nast Italia, non Wired, che quindi -con buona parte delle 60K copie distribuite come abbonamenti sottocosto- può essere ampiamente in passivo

    1. Hai ragione Fabs: dalla lettura dei dati dell’articolo che ho citato segnalando che “speravo fossero giusti” sembrava che l’utile si riferisse a Wired Italia, ma concordo che è incoerente. Non sappiamo in realtà quanto perdesse o guadagnasse Wired Italia, quello che posso dirti per esperienza e per conoscenza del settore editoriale che la voce del costo pagato dagli abbonati (sottocosto o meno) incide pochissimo sui numeri totali, anche l’edicola, quindi il costo “di copertina” è una voce marginale, rispetto agli introiti pubblicitari, che al contrario crescono proprio se aumentano il numero dei lettori (ancor di più degli abbonati). La strategia degli abbonamenti sottocosto di Wired Italia è stata discussa tanto, ma è stata anche la chiave del suo successo iniziale; è un equilibrio difficilissimo da valutare, costo più alto porta ad una riduzione di lettori e a minore peso in fase di contrattazione pubblicitaria. Credo che i problemi di Wired Italia fossero altri, ma ovviamente – non avendo i numeri veri in mano – posso solo fare supposizioni da piccolo editore.

      Grazie della tua segnalazione correttiva ;-)

  2. A proposito degli abbonamenti sottocosto, il mio è scaduto un anno fa e pur non avendolo rinnovato e avendo confermato telefonicamente questo a loro, hanno continuato a mandarmi la rivista a casa (copie ammucchiate ancora sigillate).
    Disattenzione gestionale o policy di (totale) sottocosto?
    Nel merito del tuo articolato articolo, la mia posizione di lettore è stata molto semplice, se devo fare fatica a trovare gli articoli in mezzo alla pubblicità e devo scontrarmi con “‘o famo strano” per ogni cosa che sfoglio, preferisco rinunciare.
    Anche alla “sostanza”, seppellita dall'”apparenza”.

  3. Gli editori dovrebbero tornare a fare gli editori. Creare contenuti interessanti in formati diversi.
    E’ da molto che gli editori, non solo in Italia, hanno smesso di fare il loro mestiere.
    Nel nostro paese la situazione è più difficoltosa, logiche non di mercato, richiesta di portare risultati nel breve periodo, lettori in crollo totale di attenzione ed educazione fanno si che ci si debba confrontare in un settore sovraffollato in decrescita di raccolta pubblicitaria e di vendite.
    Una situazione che ha bisogno strategie ben pianificate in grado di trovare aggiustamenti strada facendo… Sarebbe interessante sentire da Luca il suo Case Study. Conoscere le ore spese a creare contenuti a cercare pubblicità a sperimentare. Per capire se un piccolo editore può reggersi e come… Anche perché la rivista avrà sicuramente delle sinergie con tutto quello che Luca fa che non sono direttamente misurabili…
    Dispiace infine che un altro magazine chiuda, sicuramente un impoverimento del nostro panorama.
    Interessante infine la notizia di Apple NEWS. Da valutare con attenzione.
    Grazie.

  4. Ah, che bella notizia! Mi sono giusto abbonato da Aprile per due anni, ed ora? Al di la della cifra irrisoria (se non ricordo male erano circa 24€ in totale), posso aspettarmi un qualche rimborso, secondo la tua esperienza (ne ho ricevute solo due copie, maggio e giugno)? Magari mi mandano la copia digitale americana, e sarebbe anche meglio!
    Ciao ciao

    1. Bhè la risposta alla tua l’ho avuta oggi (a parte l’inguardabile ultimo numero) una comunicazione (dopo aver insistito per il rinnovo) che sostituisce le copie mancanti con Vanity Fair (ma li conoscono i loro lettori) e un altra rivista da scegliere… ci sarebbe tanto da dire ma attualmente l’unica cosa da fare in maniera corretta sarebbe disdire tutto e boicottarli (se non altro per salvare le piante che andranno tagliate per stampare la loro “rivista”).

      1. Grazie per la info… In realtà sono senza parole: vanity fair al posto di WIRED …::-(

  5. Et voilat, un pirla… ci ho messo anni a volerlo fare, e quando finalmente mi sono deciso… spero solo non sia colpa mia! :) (prendiamola sul ridere, va…)

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