Fotografare significa raccontare storie, a volte sono interessanti queste storie che vengono raccontate, a volte la vera storia è (sarebbe) quella di chi le racconta. Eppure, queste storie non vengono quasi mai raccontate, non solo all’esterno, ma neanche all’interno: molti professionisti pensano a “fare”, ma a volte nemmeno si chiedono “perché lo fanno”.

Certo, in questo spazio anticonformista dedicato – ormai da oltre 16 anni – ai fotografi professionisti, il “focus” porta verso il motivo essenziale che deve governare le scelte in ambito professionale (non artistico): guadagnare soldi; si lavora per pagare le spese, per mandare i figli a scuola, per riuscire a pagarsi un periodo di vacanze. Ma quello che si nota è che, sempre di più, si lavora solo per questo, e quindi anche quello che facciamo non ha una vera motivazione, non esiste una vera scelta e interpretazione. Si lavora perché bisogna farlo, perché qualcuno ci paga per un servizio.

Ve lo assicuro: tutto ciò è comprensibile, ma dietro queste “non scelte” c’è il tarlo e il cancro di una professione che non trova sbocchi, che si sta chiudendo in sé stessa, che fa urlare al pericolo di estinzione. I fotografi fanno click, non importa poi molto “perché” e ancor meno “come” (anche se ancora si punta il dito su questo o quell’altro dettaglio tecnico). E, conseguentemente, non esce spesso la differenza, rispetto ai milioni di foto scattate solo “per piacere”, anzi… a volte quelle professionali, svuotate del lato emotivo e rimanendo solo quello del metodo, sono più spoglie e sterili di tante fatte per e con amore per qualcosa che l’autore voleva raccontare (per pura passione e non per lavoro).

Il peggio però viene da chi ha pure qualcosa (anche molto) da raccontare, fa delle scelte impegnative e anche rischiose, ma non le racconta. Si limita a poggiarle su un ipotetico tavolo (un sito, un social, una cartolina), in attesa che qualcuno “sia in grado di capire”. Non si tratta di timidezza, si tratta di mancanza del desiderio di essere capiti, se non da quelli che fanno parte del “nostro mondo”; di fatto, si tratta di snobismo, se non riesci a capire, rimani fuori dal mio mondo. Chi dichiara – scegliendo questo mestiere, che è centrato sul desiderio di comunicare – di non essere interessato a comunicare potenzialmente con tutti, sta raccontando una bugia: agli altri, oppure a se stessi. Ci pensano già gli altri, la massa indifferente, a rimanere fuori dal nostro mondo, non possiamo farlo noi preventivamente.

In un mondo distratto, servono le didascalie, che portano a raccontare e spiegare contenuti che – altrimenti – passerebbero inosservati alla maggior parte delle persone. Ogni giorno siamo assaliti da milioni di fotografie (e messaggi, in generale), spesso alcuni contenuti sono “cifrati” perché non interpretabili e comprensibili all’istante (se non dai soliti “illuminati”), ma per far crescere la cultura e il livello medio, dobbiamo creare un migliore accesso e comprensione. Se non lo facciamo, se non cerchiamo di portare verso di noi un numero maggiore e progressivo di utenti, non possiamo lamentarci se poi sono pochi quelli che ci apprezzano, e ancor meno se il mondo non si evolve.

Una strada è quella di raccontare chi siamo, cosa facciamo, perché lo facciamo. Non si tratta di un curriculum vitae, e nemmeno di un banale “About us” sul nostro sito. Raccontare – prima a se stessi e poi agli altri – il nostro messaggio, la nostra personalità, la nostra lotta quotidiana per rendere più bello, più interessante, più giusto il mondo è una strada anche per orientare il nostro sforzo, portarci a capire quando stiamo andando sulla via giusta e quando ci stiamo invece perdendo. E’ terapeutico, ma è anche strategico: abbiamo poco tempo, spesso siamo confusi perché i veri creativi sono delle spugne che assorbono qualsiasi goccia d’acqua e ne rimangono coinvolti, a volte anche negativamente. Raccontare la nostra storia, o ancor di più farla raccontare a qualcuno che deve avere però la sensibilità per interpretare il nostro pensiero e le nostre idee, le tensioni e anche le fragilità: il ritratto del super eroe non funziona, e i super eroi che sono davvero amati sono quelli che presentano un lato fragile, appunto.

L’arte della narrazione è sottile e profonda al tempo stesso. Un ritratto vero del perché, del come, del dove è impegnativo, richiede tempo, sforzo, un progetto importante. Non si fa in poco tempo, non si fa nei ritagli di “calma” (non esiste più la calma…), deve essere una decisione granitica. E bisogna magari guardare esempi significativi. L’altro giorno, ne abbiamo visto uno, di questi esempi: meraviglioso. E’ la storia di Jimmy on the Run, fotografo nato in Cina che vive in Olanda, e che è stato raccontato con magica regia da Wytse Koetse. Sono sette minuti di video (già… dovete sforzarvi per vedere 7 minuti di un corto…) che emozionano, che mettono in luce lo spirito, le immagini, la personalità di un fotografo che potrebbe essere uno di voi. Dedicate tempo a vedere e rivedere questo video, perché è, secondo noi, un eccellente punto di partenza per capire quello che stiamo cercando di raccontarvi in questo post.

Jimmy on the Run from Wytse Koetse on Vimeo.

In prima battuta, sarà inevitabile, guarderete le immagini: quelle scattate da Jimmy e poi le scene del film che hanno un gusto e una qualità eccellente. Ma poi andate oltre: cercate la struttura narrativa, l’allineamento tra quello che viene detto e quello che viene mostrato (un film si basa su una sceneggiatura, che si trasforma in scene da riprendere e in montaggio da effettuare). Infine, guardate anche i dettagli, perché c’è un uso di tecnica raffinata per dettagli che per esempio uniscono immagini fisse a quelle in movimento (Bicicletta sotto la pioggia… effetti di parallax scrolling… oppure anche solo semplici ma efficaci effetti di transizione delle fotografie che simulano la proiezione di diapositive).

Da “editore” questo video mi fa capire che se mi sarà possibile, contatterò Jimmy per fare un lavoro con noi, di sicuro se qualcuno mi chiederà un nome per un progetto di street photography avrò Jimmy nella mia mente, e sicuramente in ogni caso lo contatterò per trasferirgli la mia stima (e lo stesso farò per con il regista). Non è detto che Jimmy sia il migliore fotografo al mondo di street photography, ma questo video ne racconta così bene la storia che non può non guadagnare un posto d’onore in questo mondo.

Dobbiamo – non solo a parole – credere in noi stessi. Siamo stufi di tante dichiarazioni ad effetto sui social, dove si tenta di mostrare quanto siamo bravi e sensibili, diversi rispetto a tutti. Invertiamo questa rotta, e iniziamo a raccontare qualcosa di profondo su di noi, le persone amano ascoltare storie vere, che rimangono nel loro cuore.

12 responses

  1. Vive non lontano da casa mia. La prima cosa che ho pensato è “Lo devo conoscere!”. Poi però, cappius, pure il regsita del film. Davvero notevole. Ma per l’Olanda è normale. hanno più scuole per filmmakers che scuole di fotografia.

  2. Ciao Luca,
    anche se l’olandese non lo conosco, ti posso assicurare che ho capito ugualmente tutto e mi ha commosso moltissimo donandomi una grande carica. Meraviglioso e bravo il regista ma soprattutto la spontanietà e la bravura di Jimmy.
    Grazie Luca per tutto questo!
    Un abbraccio
    Roberto

  3. Storia bellissima, raccontata col cuore. Mi ha veramente toccato. Bellissimo.

  4. Salve Luca! ….sono un vecchio fotografo, ti leggo con piacere dai tempi del fotonotiziario! …. Non sono bravo a scrivere….. ma credo che la mia storia potrebbe essere interessante! dico solo che 21 anni fa avevo uno studio fotografico in una zona difficile della città di Palermo! Per 14 anni sono stato in una zona ad alta densità mafiosa…. parlavo d’Arte con personaggi pericolosi….. ma i miei clienti erano magistrati e polizziotti….. ho convissuto anni impossibili….. da film! ….pensi che potrebbe interessare? con stima Salvo alagna!

    1. Ciao Salvatore,
      Tutte le storie degne di essere raccontate devono essere raccontate, e la tua di sicuro lo è, e il linguaggio non è solo la scrittura… Scegli l’ingrediente che usi meglio :-) e auguri

  5. Grazie Luca per lo splendido post. Ho visto per caso quel video qualche giorno fa e non avrei saputo esprimere meglio di come hai fatto tu ciò che mi ha trasmesso!

  6. Ciao Luca, era da un pezzo che non leggevo un tuo post, ammetto di essermi un po’ allontanato perchè alcune cose, alcuni argomenti trattati in passato non mi convincevano più, non lo dico per polemica ma solo per cronaca. Ora dopo tanto tempo ho riletto un tuo post ed ho trovato questa storia bellissima. Al di la dell’emozione che mi ha procurato il film, xchè di tale si tratta, posso anche affermare di condividere al 100% ciò che hai scritto ed i concetti che hai espresso. Complimenti e complimenti anche a Jimmy per la bellezza e soprattutto la speranza che vedo e che sento in questo messaggio che entrambi ci avete comunicato.

  7. ando gilardi diceva che una foto vale quanto viene pagata, tutti e dico tutti hanno sempre usato la propria arte per sopravvivere (da michelangelo al canova passando per picasso, giusto per dire qualche nome importante) per calmare i brontolii della pancia, chi non viene pagato non vale molto. spero e glielo auguro con tutto il cuore che i caffè che jimmy beve se li sia pagati con la propria arte! poi sul fatto che un seguace dell’annoiato bresson decida di sopravvivere facendo le foto che fanno tutti ragazzini con il cellulare……bè ci sarebbe da aprire un altro capitolo! la street photography non esiste.

    1. Non vedo perché tu debba avere dei dubbi sul fatto che un bravo fotografo si “possa addirittura permettere” di pagare il suo caffè. E la fotografia di valore, a prescindere dai titoli e dai nomi, ha un mercato, visto che sta diventando abbastanza rara….

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