Una delle novità più interessante di questi ultimi giorni è la completa “revisione” della grafica di watermark proposta da Getty Images, la più grande agenzia di immagini al mondo (anche proprietaria, tra parentesi, di iStockphoto). Abbiamo in passato (s)parlato del watermark sulle fotografie pubblicate o comunque distribuite, giudicando questa azione una vera tortura per gli occhi e anche per il business (un articolo pubblicato qui), perché trasforma una potenziale relazione costruttiva tra produttore e fruitore dell’immagine in un’azione di difesa sgradevole e anche l’impossibilità di poter gustare davvero l’immagine nel suo valore; una marchiatura simile a quella che si fa sulle bestie per determinarne la proprietà e allontanare chiunque dalla “propria merce”. Dicevamo anche che, al limite, poteva essere accettata una “firma” che consentisse l’identificazione dell’autore, ma non uno “scudo di difesa”, per esempio apprezziamo molto la scelta fatta dall’amico Marko Tardito che “firma” le sue foto con il suo logo identificativo, posizionato in modo non fastidioso, ma anzi elegante, sulle sue immagini, ma non per togliere bellezza e poesia alle sue bellissime immagini (per esempio: qui e qui).

A distanza di due anni, sembra che Getty Images abbia seguito la stessa strada che indicavamo noi (e visto che dubito che si siano ispirati al nostro articolo, potrei azzardare la conclusione che forse quando parliamo di marketing per il settore della fotografia ne siamo abbastanza titolati e guardiamo in anticipo…), e lo fa con grande intelligenza e sobrietà. Qui sopra pubblichiamo un esempio che potete approfondire nella pagina del comunicato di Getty Images, nella sua versione italiana. Lo fa togliendo in buona parte l’effetto “protettivo” (e lo dichiara pubblicamente: “Lontano dall’essere un ostacolo…“) per prendere una strada che invece si preoccupa di consentire facilmente l’identificazione della foto nel database dell’agenzia, grazie ad un sistema di short URL che contiene il prefisso http://gty.im/ e poi il numero della foto. Chi ne scarica una bassa versione per poi studiare e proporre un impaginato o per fare una ricerca complessa, avrà modo di poterla visualizzare on line, scaricare (acquistare) l’alta risoluzione e poterci lavorare subito, basterà digitare sul sito di Getty il numero dell’immagine selezionata, in ogni momento. L’elemento di watermark progettato comprende anche un riquadro quasi completamente trasparente, posizionato lateralmente e quindi di limitato fastidio per il fruitore che può godersi completamente la qualità e la resa dell’immagine e il tutto è completato dal nome del fotografo, utile principalmente per dare il giusto credito all’autore, ma anche per facilitare – ancora una volta – colui che sta facendo una ricerca per immagini per un lavoro, è che può proseguire tale ricerca anche in secondo tempo basandola sull’autore e non solo sul “contenuto” o sulle keywords, se vuole per esempio fare una sequenza della stessa scena (nel caso della foto pubblicata, di Darrin Klimek è facile, una volta scaricata una prima immagine per iniziare un progetto di una brochure o di qualsiasi altro utilizzo, fare una ricerca incrociata tra nome dell’autore e termine “ballerina” per trovare tre immagini della stessa situazione).

Queste scelte sono tutte state studiate per tutelare, ma specialmente per amplificare il potenziale commerciale: per mostrare e identificare le immagini, per portare facilmente al “prodotto da acquistare“, mantenendo la piacevolezza dell’immagine e dando al watermark più il valore di una “didascalia” che non di uno “scudo protettivo“. Esattamente quello che volevamo dire, due anni fa. Ma aggiungiamo che questo watermark si trasforma anche in uno strumento di trasparenza importante nei confronti del cliente finale, che ha la possibilità di verificare e valutare il valore delle immagini che vengono proposte da studi grafici e agenzie sul layout: basterà andare al link per comprendere quale sia il valore reale del prodotto. E’ un passo avanti, questa forma di trasparenza, molto spesso è proprio in questo momento della transazione economica del lavoro globale che si giocano molte carte che annebbiano i veri valori in campo, e spesso i clienti si trovano a non avere strumenti sufficienti per capire cosa “effettivamente” stanno comprando.

Questa decisione speriamo verrà adottata da tanti altri, anche dai fotografi e non solo dalle agenzie. Prima o poi pubblicherò uno strumento di valutazione della qualità di fotografi e fotografie che sarà direttamente (anzi: inversamente) proporzionale alla dimensione del watermark “appiccicato” sulle foto distribuite on line o ovunque. In pratica, quello che abbiamo notato (e che prima o poi, appunto, renderemo misurabile con una formula matematica) è che quanto più grande è il watermark, tanto peggiori sono i fotografi e le fotografie. Vi siete mai accorti che i veri maestri, i fotografi davvero bravi non “violentano” le loro immagini con assurdi ed enormi watermark? Chi lo fa? Chi è insicuro, chi crede che sia quello l’unico modo per difendersi, chi non crede che il mondo è fatto di opportunità e non di “furbizie”, e nel dichiarare questo spesso denuncia di essere il primo che “se posso fregare, frego anche io, perché se lo fanno tutti, mica che è sbagliato!“. Questo è quello che si mostra, con questo atteggiamento iper protettivo, e quindi chi non segue questa strada, e magari usa in modo intelligente proprio come ha fatto Getty Images e altri questo strumento, ma lo fa con una finalità: quello di essere più visibile e non più “nascosto”. Abbiamo tempo fa parlato anche di questo: l’oscurità è molto più pericolosa per un autore della pirateria.

So che molti non saranno d’accordo, ma ritorno a battere sul discorso: non siamo noi a dirlo, lo dice il maggiore “venditore di foto” al mondo, chi ha un patrimonio così enorme da difendere che a confronto nessuno di noi potrà competere. Ha più da perdere Getty Images se questa fosse una strategia sbagliata, e non perderà, anzi: guadagnerà di più, venderà più foto. E voi dove siete, in questa crescita? Per esempio non solo dovete pensare di cambiare il vostro watermark sulle foto, ma quanti di voi le stanno vendendo, quanti di voi le hanno a disposizione per la vendita? Quanti di voi sanno “come venderle”? Vedo in giro tanti tentativi che non hanno forza, non hanno senso, che si disperdono come gocce nell’oceano. E allora ogni volta di più penso che i fotografi abbiano davvero bisogno di lezioni serie di marketing, perché non sanno vendere e non sanno vendersi. E magari, devono anche credere un po’ di più che quello che scriviamo qui, poi… succede. Due anni fa lo abbiamo scritto, ora lo dice Getty Images che era giusto. Voi potevate sviluppare due anni fa questa strategia, ma non ci avete creduto. Ancora un volta, forse quello che si pensa è che quando si hanno le informazioni “gratis” valgano poco. Faremo un Jumper Camp sul marketing per i fotografi molto evoluto, e lo faremo pagare, così… forse ci ascolterete in modo più serio :P

9 responses

  1. A me, in tutta sincerità, bastano e avanzano i grafici e i pubblicitari, ci manca solo che mi metta io a mortificare le mie immagini….
    La mia filosofia è: Tii piace? Non la vuoi pagare? Prendila pure!!! …ma si eu te pego… Ahi Ahi

    1. Buon Giorno

      Ha detto che delle informazioni simili le ha mandate due anni fa ! Dato che nel vostro sito si possono trovare anche di anni fa, le informazioni che avete pubblicato,sapreste dirmi in quale mese cosi andrò a rivedermele ! Poi s enon mi basteranno o vorro saperne di più mi inscrivero al vostro Camping Jump !

      Chiaramente se non vi chiedo troppo !

  2. In effetti tutta questa corsa alla tutela delle proprie foto la vedo fuori luogo, mi trovo d’accordo con il pensiero di Dario. L’importante è pubblicare sul web foto a bassa risoluzione, poi la gente facesse quello che vuole (tanto lo fa lo stesso anche senza il nostro permesso)!

  3. Grazie Luca!

    Hai messo bianco su nero quello che io da ormai qualche anno ribadisco nei seminari/corsi di fotografia che tengo e che puntualmente viene, volontariamente o no, affrontato con i partecipanti.

    Per una volta almeno non mi sento una pecora nera o un extraterrestre fuori dal mondo.

    Per non rendere questo intervento un semplice ringraziamento, posso però aggiungere un feedback; sto notanto in questi anni di corsi che la tendenza dei neofotografi però sti sta allineando con il tuo/nostro pensiero. In sostanza sono sempre meno i fotografi che vedono nel copyright uno strumento per proteggere le immagini nel web (piazzandolo gigante in mezzo e rendendo la foto “illeggibile”), ma sempre di più lo vedono piuttosto come una informazione utile per permettere al committente – che apprezzerà la foto nella sua totalità – di mettersi in contatto.

    Ed in effetti, a pensarci bene, è molto più dannoso il potenziale committente perso che non riesce ad apprezzare i tuoi lavori piuttosto che il “furbo” di turno che tenta di ciularti la foto di 800px di lato maggiore per farsi un flyer della sagra dell’asparago….

    Questo mi fa pensare che l’uso del copyright pesante in fondo non sia altro che una cosa che si portano (e porteranno) dietro i fotografi vecchio stampo che non sono ancora del tutto riusciti ad assimilare questa realtà del cambiamento del mondo della fotografia.

    Ciao!

  4. Mi sa che nella maggior parte dei commenti si sia perso il concetto della ricercabilità, del potenziale di marketing, dell’uso di indicazioni intelligenti nelle foto non a fine protettivo, ma di strategia per creare mercato…. peccato, occasione persa.

  5. Ciao Luca, a me il tuo articolo è piaciuto un sacco, ti volevo chiedere se ne farete degli altri a luglio di jumper camp, mi piacerebbe partecipare, (dato anche il costo accessibile dell’iniziativa)…fammi sapere.
    Arisa.

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