Le fotografie raccontano storie. Una fotografia, secondo la “leggenda”, può contenere anche 1000 parole, ma non c’è ancora una fotocamera, per quanto evoluta, che preveda un automatismo che le includa. Le parole che possono esserci, in una fotografia, dannatamente le dobbiamo mettere dentro noi. E a volte, per quanto bravi possiamo essere, una fotografia non è sufficiente.

Una volta hanno chiesto a Ernest Hemingway quante parole servivano per raccontare una storia. La sua risposta è stata: almeno sei e, a dimostrazione di questa teoria, ha scritto una storia di sei parole:

For sale: baby shoes, never worn.

(Traduzione: Vendesi scarpe per bambino. Mai usate.). Se per qualche secondo non ne capite pienamente il significato di questa storia (e del perché può essere considerata una breve ma intensa opera d’arte letteraria), rileggete con calma e cercate di rispondere a delle semplici domande, e siamo sicuri che tutto vi sarà ben più chiaro. Prima di tutto: Perché si vendono delle scarpe di un bambino, perché non sono mai state usate, cosa racconta realmente questa storia?

Se proprio non ce la fate: se nessuno ha mai indossato quelle scarpe, e se quelle scarpe non serviranno più alle persone che le hanno comprate, significa che quel bambino era atteso, ma non è mai nato. Non è una frase, non sono sei parole: è una storia, che fa venire i brividi, come riesce a farlo solo una storia di valore.

Tornando alla fotografia che racconta storie, non si tratta di un limite tecnico il non riuscire sempre a raccontare una storia (Storytelling) con una fotografia, e tantomeno non è un limite espressivo: i maestri del passato e del presente della fotografia ci hanno ben dimostrato quanto davvero sia possibile raccontare una storia – anche ricca di sfumature – con una sola fotografia. I problemi però, per riuscirci, sono due (almeno due):

1)  La fotografia racconta storie solo se si è davvero molto bravi
2) La fotografia racconta storie solo se si riesce ad ottenere l’attenzione (in termini di tempo) dell’utente.

Visto che per la prima questione possiamo fare poco (non serviamo se uno lo è, bravo, e non possiamo essere utili se uno non lo è, nel senso che non abbiamo le doti magiche per questo), ci concentriamo allora sulla seconda parte della questione: la fotografia racconta storie solo se si guadagna l’attenzione del fruitore. Il mondo della comunicazione è cambiato moltissimo, in questi ultimi 10–15 anni. Ovvio, il mondo della comunicazione cambia sempre, ma in questi ultimi anni c’è stata una rivoluzione che ha creato modifiche così radicali che possiamo paragonarla solo alla nascita della stampa. Internet e in particolare i blog, i social networks, smartphones e tablet hanno trasformato ed evoluto (almeno quantitativamente) la comunicazione, e questo magma di contenuti – testi, fotografie, video – hanno creato nel fruitore un meccanismo di difesa, di fuga più che di incontro. Gli strumenti più utili che usiamo ogni giorno non sono quelli per trovare le informazioni, ma per filtrarle. Su 1000 notizie che ci arrivano, a malapena ne assorbiamo una, ci affidiamo a dei flussi di informazione che reputiamo più importanti o più vicini a noi, e in questo la segnalazione o l’immagine postata da un amico vale di più rispetto a quella di uno sconosciuto. La credibilità e l’attenzione le dedichiamo alle fonti che stimiamo e nelle quali crediamo, non importa l’autorevolezza della Testata giornalistica, non serve che chi ha scattato una foto o creato un video sia un professionista. E specialmente, la nostra analisi dei messaggi avviene con una tecnica ormai consolidata: quella della scansione. Non leggiamo, non guardiamo, bensì scansioniamo, un’operazione che richiede una frazione di secondo per decodificare i contenuti e decidere se abbiamo interesse al soffermarci. E, di solito, non ci soffermiamo.

 

Raccontare una storia con la fotografia: applicare l’arte dello “Storytelling”

La fotografia racconta storie se abbiamo e troviamo un pubblico che vuole ascoltarla o leggerla (o guardarla). Se contiene – miracolo! – 1000 parole, non è detto che il pubblico sia in grado di leggerle. Bisogna imparare a creare agganci, come ci insegnano le tecniche SEO (Search Engine Optimization) che sanno come Google trova “interessanti” i contenuti che pubblichiamo e li mette in evidenza, ed è un argomento sul quale stiamo lavorando (applicare tecniche SEO alla comunicazione, anche non a quella “digitale”: una bella sfida, specialmente in ambito analogico). Quello che possiamo fare, per aiutare, è consigliare qualche tecnica per avere più attenzione, e la prima è quella di allungare il tempo di fruizione spontaneo. Una fotografia che racconta una storia fa parte di una logica chiamata Storytelling.

1) Se si tratta di testo, lavorare con elementi che trasformino un muro grigio in una sequenza di elementi di attrazione che durante la scansione veloce sono elementi che si sommano e che quindi forniscono stimoli superiori e di conseguenza maggiore possibilità di fermare l’attenzione del fruitore.

2) Se si tratta di fotografie, una sequenza di immagini genera un tempo di fruizione più lunga, ed è di maggiore impatto rispetto ad un video (perché il video è per sua natura lungo e spesso quindi non viene preso in considerazione da parte delle persone che hanno fretta – cioè tutte). Delle immagini che si muovono, che hanno anche solo elementi che si muovono e il resto sta fermo garantiscono maggiore attenzione, e quindi anche uno spazio temporale per trasmettere più emozioni, più elementi dell’informazione e della storia che vogliamo raccontare.

3) Se si tratta di una storia lunga, (e siamo dell’idea che le storie belle, sono storie lunghe…) dobbiamo fare in modo che ci sia un percorso semplice da seguire. Se siamo in un ristorante Self Service, una volta che siamo in fila con il vassoio in mano, il percorso predisposto ci permette di passare dai primi, dai secondi e contorni, da frutta e dolce per finire alle bevande. In questo percorso, spesso poca attenzione viene dato alle posate, ai bicchieri, ai tovaglioli, ma questo evidenzia anche il fatto che quello che importa è quello che si paga, e non quello che usiamo. Questo percorso si chiama navigazione, e spesso include tecniche di Interfaccia, e in ogni caso non può prescindere da una strategia di comunicazione: sapere cosa dire, come dirlo per fare in modo che le persone ci seguano.

Il video che mostriamo qui è un esempio di come la fotografia è, di fatto, una sintesi di un momento che è molto più lungo di quello che esprimiamo in uno scatto. Ci fa capire, con una bellezza struggente (lo abbiamo mostrato in diversi eventi recenti), la forza della fotografia (sintesi), ma anche l’importanza di portare dietro il contesto, quella che è la storia che stiamo raccontando. Il trucco è quello della sequenza più lunga, dove gli attimi che anticipano e seguono l’azione sintetizzata sono complementari, ma anch’essi importanti. Ogni sequenza/storia viene raccontata con delle sfumature che di solito lasciamo immaginare al fruitore delle nostre fotografie, ma in questo lasciare immaginare ci affidiamo a qualcosa che non possiamo garantire: l’attenzione, la sensibilità e l’intelligenza dell’osservatore; tutti elementi rari, sempre più rari. Vale la pena pensare che, invece, possa essere utile raccontare la sintesi e il contesto: si allunga di qualche attimo la fruizione, si permette un’analisi più profonda e ricca, si spiega il messaggio e la storia con maggiori sfumature.

Le tecniche per riuscire a fare questa operazione sono tante, ma prima di pensare alla tecnica bisogna pensare alla progettazione, alla regia, alla storia che si vuole raccontare. Troppo spesso, si parla tanto (metafora per dire: si fotografa tanto), ma non si dice nulla. L’abitudine del settore della fotografia di affidarsi alle tecniche è la causa principale della povertà del messaggio e delle storie che non si raccontano. Se volete aiuto per capire come creare storie con delle sequenze di immagini, sappiate che sono cose che insegniamo ogni giorno (nelle scuole di comunicazione, nei corsi di editoria e comunicazione digitale, nella consulenza agli editori), ma alla base ci deve essere la capacità (e la voglia) di raccontare storie. Se questa dote l’avete, se quando raccontate qualcosa le persone si fermano ad ascoltarvi… allora si può passare alla tecnica; caso contrario, forse si può partire dall’iniziare a leggerle, le storie. Prima di essere narratori, bisogna essere “fruitori” di storie.

9 responses

  1. che belli i tempi delle multivisioni con 6 e a volte 9 simda ( secondo me sempre stati meglio dei carousel)…poi ci hanno detto che era tutto superato e allora vai con questi assurdi, stupidi, noiosi, insulsi “video” di cui è pieno youtube fatti con Ken Burns…

    1. Beh, su youtube (o magari su vimeo) ci sono migliaia di video che sono di pari impatto o superiori alle multi visioni dell’epoca d’oro. Così come all’epoca ho visto multi visioni orribili, non solo quelle splendide (che mi sono rimaste nel cuore, poco importa che fossero proiettori Simda, Kodak Carousel o Hasselblad. Ancora una volta quello che conta è la capacità di raccontare storie :-)

  2. In teoria un grande fotografo opera sempre con questo criterio.

    L’autore Petronicce ha la capacità di sintesi molto pronunciata, dimostrata anche dai suoi precedenti post Vimeo.

    Stà a noi, fermarci ogni tanto, riordinare e organizzare le immagini destinate a questo tipo produzioni e non solo, riuscire a mostrare tali progetti per le nostre proposte, anche commercialmente.

    Le 30000 immagini da cui Petronicce ha attinto per il montaggione provengono dal suo recente archivio, non le ha generate appositamente. Tutto ciò ha una grande valenza per l’analisi sotto ogni punto di vista.

  3. Luca…mi sorprendo :-) il nominare la marca è strato solo inserire una nota, il succo è che fare multivisione , ma anche solo un diaporama, di medio livello richiedeva conoscenze. sensibilità e capacità narrative molto sopra alla media di quello che si vede oggi su youtube. io la penso esattamentre al contrario: il digitale ha allargato a dismisura la platea dei creatori di contenuti ma la percentuale di lavori/persone non è affatto cresciuta in proporzione. Per cui tutti oggi sono convinti che basta installarsi un premiere et similae e voilà …kern burn a gogo.
    Le multivisioni brutte c’erano? certo che si, ovvio, ma nessuno poteva pensare di mettersi a lavorare ad un progetto con diverse centinaia di immagini senza idee chiare.
    come ho già avuto modo di dire in altri post io non sono un passatista ma devo confessare che a volte proprio non riesco a frenare il prurito. ma tu davvero credi che in un mondo dove ancora a molti bisogna sottolineare la diferenza tra scienza e tecnologia, tra originalità e creatività, il problema si risolva nella “tecnica narrativa”. :-)

    beh io dico di mettere una bibliografia di riferimento per fotografi
    il primo titolo lo metto io: Italo Calvino

    1. Io credo che il problema di oggi è che c’è tanto (troppo, come ho detto). In questo tanto e troppo bisogna saper cercare, ma non condivido il concetto che se in passato c’era meno ed era più difficile automaticamente il livello più elevato era più elevato. Perché non è mai vero. Semplicemente c’erano cose meravigliose diverse, e forse il lato emozionale del passato fa rendere alcune cose più belle di quelle di oggi.

      L’altro elemento che reputo interessante è che quello che è riproducibile è confrontabile e influenza tanti, ovunque. Le
      Cose che non sono riproducibili si perdono ed è un pwccato e anche, per certi versi, uno spreco di cultura (anche se poi godono del l’emozione dell’unicità della rappresentazione, che è magica.

      Condivido con te che la difficoltà del passato creava un differenziale tra chi poteva fare e chi no. In questo c’è anche il lato negativo: amavo la
      Multivisione ma non ho mai potuto farla per mancanza di struttura e di risorse; per molti altri sarà stato lo stesso e tra questi (non io di sicuro) ci sarebbero stati dei genietti. Secondo me abbiamo perso qualcosa prima e rischiamo di perdere oggi molto altro per eccesso.

      Nel nostro piccolo, tutti insieme, possiamo contribuire a far crescere la conoscenza del passato e del presente. Per andare insieme verso un futuro migliore. Che ne dici? :-))

      PS: tanto per dare un contributo, questo video potrebbe essere di ispirazione per quello che potremmo definire il “futuro” della multivisione. Tutto ripreso da una videocamera in tempo reale: quello che è ripreso è quello che gli “occhi” hanno visto, senza elaborazioni di post produzione, tutto “live” ;-)

  4. Ciao Luca,
    grazie per le tue riflessioni sempre utili.
    A parte il fatto che “le storie capitano solo a chi le sa raccontare” (cit. Paul Auster), ma una volta che la storia è stata documentata di solito l’asino casca nell’editing, sia in multivisione che nel video digitale, o anche per mostre o libri. Il rischio di essere troppo chiacchierone anche con le immagini lo corre anche il fotografo più esperto, quando non riesce ad uscire da sé stesso per giudicare e selezionare il materiale con freddezza (ma sempre con sentimento), come potrebbe fare un estraneo, che spesso è il destinatario della storia. Il photoeditor ha questo compito, ma senza il controllo stretto dell’autore può leggere fischi per fiaschi. Molti di noi esagerano per la voglia di far vedere cosa sono capaci di fare, diventando ripetitivi, altri perché ritengono opportuno aprire continuamente parentesi per approfondire qualcosa senza che ce ne sia il bisogno. Mi piace ricordare quanto raccontato da una nota fotografa italiana che dopo avere sparso le stampe sul pavimento chiedeva il parere della sua colf per aggiungere, togliere o spostare: ci vuole anche un po’ di umiltà per carpire opinioni che possono essere anche illuminanti, suggerimenti preziosi di chi legge e interpreta senza i clichè e le costrizioni mentali di chi non ha il coraggio o il genio per uscire dalle regole imposte da accademie sorpassate.
    Buona giornata.

  5. guarda caso entrambi i video concludono con la stessa frase di A.C.Clarke.
    “Ogni tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia”
    c’è bisogno di magia…

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