Chickpea: intervista a Cara Livermore

Se qualcuno mi dicesse “hipster photography” io gli risponderei “VSCOcam, P1”. Vi suona assurdo, come un linguaggio in codice? Se conoscete l’app, P1 non è che uno dei preset per il ritocco fotografico, in particolare uno di quelli che sbiadisce i colori ed attenua i contrasti. In qualche modo, negli ultimi tempi, è questo tipo di immagine che ho preso ad associare al concetto di hipster. Ad avere una risposta più elaborata è Cara Livermore, fotografa e creativa dietro alla rivista Chickpea: il suo blog si chiama, non a caso, Hipster Food, e con la rivista cerca di promuovere uno stile di vita vegano, ma tutt’altro che hipster!

Sei una creativa a tutto tondo e ti occupi sia di fotografia che di lettering. Mi racconti un po’ di te e di come sei arrivata a fondare Chickpea nel 2011?

Anche se mi sono laureata in illustrazione, mi sono sempre ritrovata a lavorare in diversi ambiti: fotografia, stampa, rilegatura, eccetera. Dopo il college ho detestato tutti i lavori che ho fatto: volevo creare qualcosa per me stessa e per la quale usare tutte le mie qualità e approfondire i miei interessi. Dopo essere diventata vegana, ho cominciato a tenere un blog di food, e una volta ottenuto un pubblico numeroso mi è venuta l’idea di fare una rivista dedicata al cibo vegano, qualcosa che potesse mettere insieme i miei interessi nel design, nella fotografia, nell’illustrazione e nel cibo.

Il tuo blog si chiama Hipster Food: cos’è il cibo hipster e come lo spiegheresti a noi Italiani?

In America, un hipster è qualcuno che è ricco, si fa mantenere dai suoi genitori e acquista solo cose speciali ed uniche, in particolare quando si tratta di cibo. Pensa, ad esempio, a sottaceti fatti a mano, sandwich artigianali, budini a base di semi di chia e bacche di goji, bevande ricercate artigianali, oppure del pane tostato da 7 dollari. La gente pensa che i vegani siano semplici hipster e, in quanto tali, siano da prendere in giro. Ho pensato al nome e al blog come uno scherzo, ma anche per mostrare alle persone che il cibo vegano non è una moda passeggera o qualcosa di irraggiungibile, è come qualunque altro tipo di cibo.

Tieni molto alla sostenibilità del tuo progetto e all’etica dei contenuti che proponi. Come riesci a mantenere il progetto della rivista conforme a ciò in cui credi?

Tutto comincia con i contenuti, che promuovono un lifestyle whole food e consapevole. Oltre la metà dei nostri lettori legge la rivista in versione digitale, cosa che ci fa risparmiare molto in termini di distribuzione, spedizione e produzione. Stampiamo la rivista cartacea in Canada da Hemlock Printers, leader nell’editoria sostenibile. Usiamo carta riciclata, inchiostri a base naturale ed energia rinnovabile per produrre i nostri numeri. Tutta la carta che abbiamo usato è al 100% riciclata, usiamo materiali di recupero per incartare i pacchi da spedire: cerchiamo, insomma, di fare tutto il possibile per ridurre il nostro impatto sull’ambiente.

Le versioni a pagamento di Chickpea sono prive di pubblicità. Per te la rivista è una specie di biglietto da visita per la tua professione di fotografa e illustratrice, un “labour of love” oppure qualcos’altro? Suggeriresti ad altri di seguire il tuo stesso approccio se dovessero occuparsi di un progetto di self-publishing?

Consiglierei sempre di essere ad-free, ma business e pubblici diversi richiedono diverse forme di raccolta di fondi. Essere senza pubblicità non è impossibile e ai miei occhi è meno complicato fare così. E sì, Chickpea è decisamente il culmine di ciò in cui credo, del mio stile e tutto ciò che speravo di poter fare in campo editoriale. E’ tutto per me!

La prima cosa che ho notato di Chickpea sono state le copertine: una testata particolare e fotografie di impatto che ai miei occhi parlano di cibo già in modo diverso dalle riviste di cucina a cui siamo abituati. Come scegli le foto per la copertina?

Per la rivista in generale e le copertine in particolare, volevo mostrare qualcosa di semplice, etereo e che suggerisse la stagione. Lontano dalle riviste più popolari e anche quelle moderne che si affidano tuttora ad un design di copertina tradizionale, volevo che l’immagine parlasse da sé, senza strilli esagerati o font folli. Di solito ho una chiara idea in testa di come voglio che sia la copertina e a volte scatto vari concept… poi li lascio lì per un mesetto, prima di decidere quale pubblicare. Nell’anno passato, le copertine hanno mostrato ingredienti presentati come piccoli paesaggi minimalisti – per il numero di primavera erano cacao e menta, che simulavano germogli che crescevano dalla terra, per quello invernale, invece, cocco e anice stellato, creando l’illusione di una giornata di neve. Sono semplici, ma hanno texture e colore per una copertina dal look elegante.

Sei il fotografo principale dietro a Chickpea, giusto? Come e quando assegni gli shooting ad eventuali altri fotografi esterni?

Sì, ho l’ultima parola su quali foto finiscono nella rivista. Le scatto io, molto spesso. Di solito le persone mi inviano le immagini perfette per l’articolo, quindi non c’è molto che io debba fare, a parte un po’ di editing. A volte sono belle foto, ma non rientrano nello stile del numero, quindi chiedo loro di rifare le foto, oppure le faccio io stessa. Se devo dare una direzione artistica, do’ loro le nostre linee guida generali (styling semplice, solo luce naturale, taglio ampio) e poi una palette di colori e a volte dei materiali da usare. Se ho una visione specifica per le immagini per un certo articolo, allora insisto per fare io le foto: ho standard piuttosto alti e a volte può essere frustrante.

Le foto sono una presenza forte su quasi ogni pagina della rivista, insieme al lettering. Vedi le immagini come una semplice spiegazione della ricetta oppure come fonte di ispirazione e come mood?

Le foto sono sempre usate per raccontare una storia al lettore. Certo, sono anche un esempio di come servire il piatto, prima di tutto. Mostrano la texture, il colore, le dimensioni del cibo. Cerco di far venire alle persone l’acquolina in bocca fin dal momento in cui guardano la pagina, cosa che sembra facile, ma per certi tipi di cibo è davvero difficile. Le scelte dei materiali, come i piatti, le posate, le superfici, lo sfondo e come il cibo viene manipolato, tutto questo contribuisce a modificare pensieri e stato d’animo della persona che legge la rivista. Il food styling e la foto di food sono i momenti che più preferisco del processo di produzione di Chickpea.

Pensi che ci sia un certo modo di rappresentare visivamente un certo tipo di cibo alle persone interessate? Intendo dire… esiste secondo te una hipster photography per ritrarre l’hipster food?

Assolutamente sì! Puoi preparare e fare lo styling di foto che parlano a chiunque tu voglia. Per il giovane hipster, puoi fare scelte più trendy nel cibo e nei materiali, per la mamma indaffarata puoi scegliere qualcosa di pulito e semplice, per i conservatori selezionare invece una ricetta e uno stile fotografico più tradizionali. Tutto dovrebbe essere intenzionale in un’immagine, in questo modo si illustra un concetto in modo più efficace.

Questa intervista fa parte di uno speciale dedicato all’editoria indipendente del settore food pubblicato su JPM 7