Tecnologie e responsabilità dell’immagine nel futuro dell’umanità

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Una delle evidenze del nostro secolo è che la fotografia è il focus di molte delle evoluzioni che hanno contraddistinto l’evoluzione di moltissime innovazioni che oggi troviamo attorno a noi. Non è tutta una gioia, a dire la verità, e ovviamente quando parliamo di “fotografia” intendiamo in senso ampio la cattura di immagini dalla realtà.

Pensiamo all’immagine digitale. Noi l’abbiamo vissuta – spesso con difficoltà e titubanza – come una perdita della fisicità della pellicola (e poi della stampa), ma questa “invenzione” che di fatto ha molteplici “inventori” (proprio come la fotografia: Daguerre, Talbot, Niepce) è stata usata in molteplici campi: non dimentichiamoci che tutti i sistemi di puntamento missilistico, il controllo tramite satelliti sono governati da sistemi di visualizzazione che si basano su immagini. Ma è storia vecchia.

Le evoluzioni ci sono state propinate come evoluzioni per fare fotografie migliori, ma non potevamo minimamente capire cosa sarebbe successo dopo. Ricordo – chissà perché, di fatto era un prodotto che non ha segnato per nulla il mondo della fotografia e ancor più del mondo – che avevo partecipato ad una conferenza stampa per la prima presentazione di una fotocamerina compatta di un marchio – Chinon – che è stato famoso in Italia solo per il grande lavoro fatto all’epoca dal suo distributore (Fowa), ma ricordiamo che una parte rilevante della presentazione spiegava come l’azienda aveva fatto una ricerca molto profonda sui risultati delle foto scattate dagli utenti e “venute male” nei fotolaboratori. Questa ricerca aveva individuato un “pattern” per trovare soluzioni automatizzate per evitarli in fase di ripresa. Cosa era questa, se non una prima versione di Machine Learning e di intelligenza artificiale?

Ovviamente anche i sistemi di esposizione automatica, non più basati su una analisi “media”, ma con un confronto accurato della resa di tantissime zone; ricordiamo, andando sempre indietro con la memoria, il sistema “Matrix” di Nikon che proponeva ancora negli anni ‘90 questa “rivoluzione”; si apriva l’idea che una comparazione di molteplici zone consentiva – in quel caso con una analisi solo legata alla luminosità – di capire quando una scena era inquadrata in controluce, e si provvedeva automaticamente alla correzione, al capire quando una scena aveva una predominanza di bianco o di nero e inviava al processore indicazioni per evitare di ottenere un pessimo risultato come la neve grigia e un gatto nero slavato.

La manipolazione delle immagini? Una ovvietà, e già venti anni fa si discuteva dei pericoli di questa manipolazione nel settore dell’informazione. I fotoreporter che hanno “falsificato” la realtà hanno subito attacchi violentissimi, e ci fa ridere che ancora si cerca di trovare strumenti per “proteggere la verità”, usando per esempio il trucco di richiedere il RAW originale, per comprovare la veridicità di quanto ripreso. Il trucco non è solo digitale, e ormai sono così tante le tecnologie di ripresa che si rende impossibile una analisi seria, se non usando strumenti così potenti che non sono accessibili di sicuro agli utenti finali, ma neanche ai più potenti mezzi di informazione. Siamo nell’era del Deep Fake, video che permettono di manipolare la realtà rendendola impossibile da scoprire. Se venisse fatto un video dove voi dichiarate che avete ucciso dei bambini, questo varrà come prova e confessione, perché siete voi – ripresi e senza evidente “trucco”- a dichiararlo. In rete ci sono esempi pazzeschi, di cui vogliamo parlare in futuro (abbiamo già “in canna” un podcast sull’argomento, chissà quando riusciremo a registrarlo…), ma il vero problema è anche opposto: visto che non è più possibile ormai avere certezze, nulla potrà essere una certezza… Abbiamo creato la difesa del Fake, rendendo impossibile da distinguere non l’inganno, ma… la realtà.

Vecchia, ma sempre più attuale, è il riconoscimento facciale: quando lo abbiamo visto sulle nostre fotocamere abbiamo urlato al miracolo: il nostro sistema autofocus poteva distinguere un viso e, di conseguenza, ottimizzare su quel soggetto la ripresa, seguendo la logica – sempre valida – che se c’è un viso, la messa a fuoco deve andare a “cercare” gli occhi”. Dove ci ha portato questa tecnologia? Verso il riconoscimento facciale che sta diventando il sistema di controllo della nostra privacy grazie all’identificazione del nostro viso per poter accedere ai nostri device, ma per assurdo – viviamo in un mondo assurdo – è anche il sistema più invasivo della nostra privacy, le telecamere ormai sparse in tutto il mondo sono in grado di identificarci, di controllarci, di schedarci. Sarebbe opportuno cominciare a far nascere una moda che ci fa andare in giro con dei simpatici adesivi sugli zigomi per evitare di essere individuati e identificati, come propongono questi due ragazzi in questo video di YouTube che hanno scoperto come “ingannare” questi sistemi.

Lo sappiamo, molte persone (forse quasi tutte) pensano: ma cosa mi importa, non ho nulla da nascondere, non sono mica un delinquente. Siamo troppo bombardati dall’idea che ormai il mondo è quello condiviso in rete, che le nostre immagini, i nostri selfies più si propagano e meglio ci sentiamo, appagati da una incredibile, maldestra e ignorante (nei confronti dei rischi digitali) visione egocentrica: se appariamo, siamo… e più “siamo” e più “valiamo”. Mamme e papà solerti non vogliono pubblicare le foto dei propri bimbi (perché ci sono i cattivi, i pedofili…) ma poi passano le giornate a fotografare se stessi, regalando a potenti algoritmi digitali la possibilità di sapere proprio tutto di noi, macchine che possono e potranno sempre più riconoscerci tra milioni di facce, grazie proprio alle migliaia di immagini da ogni inquadratura, e al tempo stesso tracciando grazie ai dati di geolocalizzazione, dove abitiamo, le strade che facciamo per andare al lavoro, le persone che conosciamo e incontriamo, le nostre preferenze in tutto, i cibi che mangiamo… Tutto questo può non valere nulla, come “pericolo”? Se è così, pubblicate pure il vostro indirizzo e tutta la vostra vita sul vostro profilo Facebook, così oltre che a dirlo a Facebook (che, tanto, lo sa già e non certo perché glielo avete detto voi), lo sapranno anche tutti i vostri “amici”, gli “amici degli amici” e i miliardi di persone connesse.

Se volete approfondire alcune tematiche che mettono in evidenza il fatto e il perché la società della sorveglianza digitale non è più accettabile, vi consigliamo questo articolo che è stato realizzato da una di quelle fonti che sono “seriamente autorevoli”, non come i post che trovate in giro e che, nella loro superficialità, ci offrono garanzie basate sul nulla (o, peggio ancora, sul desiderio di condizionarvi): dedicate del tempo ad approfondire… anche qui sul Sunday Jumper facciamo una operazione per aprire gli occhi dei nostri amici lettori che spesso non vengono presi in considerazione con attenzione, perché non parliamo di argomenti che sembrano, ad occhi “disattenti”, cose “da fotografi”…

Se pensate che “essere fotografi” vi impegni solo per fare “begli scatti”, allora forse non percepite che proprio perché voi queste tecnologie le avete viste nascere o comunque crescere prima che diventassero così universali, potreste dare una mano alle persone meno “competenti” per capire questi rischi. Sempre più vediamo – nel ruolo del fotografo – una consapevolezza del “quando non scattare”, più che di “quando farlo”. Pensateci, e trasformatevi, se credete, in persone che sensibilizzano anche su questi temi.