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Libertà per la cultura: che mondo vogliamo per il nostro futuro?

Senza che molti lo stiano notando, la cultura e i contenuti digitali stanno mettendo a rischio una serie di diritti che dovrebbero essere inalienabili, e persino quello che forse si sta dibattendo in modo più forte in questo periodo: quello della privacy. La nostra vita è quasi del tutto pubblica, sia per nostra volontà (su Facebook spesso vengono pubblicate, per nostra scelta, “confidenze” che una volta erano privatissime, con FourSquare ci abituiamo a dire sempre dove siamo e quali luoghi frequentiamo, con il tracciamento della nostra posizione GPS diventiamo rintracciabili in tempo reale, con i nostri giudizi e commenti dichiariamo quali sono le nostre preferenze e le nostre opinioni), sia in altre modalità che nemmeno immaginiamo. Vi siete, per esempio, mai domandati perché il Telepass – comodissimo strumento che ci permette di risparmiare tempo in autostrada ai caselli – non abbia un tasto “off”? Qualcuno se lo è domandato e ha denunciato il rischio di essere seguiti, localizzati, tracciati nei nostri viaggi. Paranoia? Un po’ si, il problema però è che in pochi hanno meditato su questi “rischi”.

Senza voler trovare dietro ogni dettaglio una cospirazione, senza voler diventare appunto paranoici, è necessario che l’utente digitale  capisca in che mondo e in che modo debba relazionarsi con questa distribuzione delle informazioni personali, e con i diritti che guadagna e che perde. Da tanti anni seguo con attenzione e con sensibilità le denunce dell’EFF – Electronic Frontier Foundation, una fondazione che si interroga e che agisce contro una serie di tematiche correlate ai diritti digitali (dal 2004, quando quasi tutti noi eravamo lattanti dell’era digitale e nemmeno immaginavamo quello che stava per succedere e che, nel frattempo, è successo) e pur non condividendo a volte l’eccesso di preoccupazione e l’estremismo devo dire che mi hanno fatto molto riflettere in questi anni e mi hanno aiutato a prendere una coscienza “social” abbastanza profonda. Alcune lotte che hanno combattuto all’interno di questa Fondazione (dove partecipano da attivisti persone di cultura, di scienza, esperti in legge… ) hanno contribuito ad avere un mondo digitale migliore, anche se ben distante dall’essere perfetto.

L’ultima denuncia che non arriva dall’EFF ma da un personaggio che si chiama Richard Stallman – il padre del Free Software (che non significa “gratis“, ma “libero“, lui lo ripete sempre) riguarda la metodologia distributiva degli eBook. A causa dei sistemi di “protezione” (i DRM) e del pagamento tramite carta di credito, viene registrato a “vita” il fatto che siamo stati noi a comprare determinati libri, che non possiamo quindi comprare in modo anonimo. Questo limita la libertà delle persone, che hanno ovviamente il diritto di leggere quello che desiderano, anche se questo magari potrebbe essere moralmente discutibile. Vi prego di seguire il discorso il termini generali e concettuali: non si vuole nè difendere coloro che cercano informazioni proibite o pericolose, tutt’altro… vogliamo dire che non è corretto, in linea di principio, che qualcuno possa sapere cosa io desidero leggere: pensate a Paesi dove la libertà di espressione e di pensiero sono limitate, e concorderete che non è corretto poter dare così tanto potere di “censura”, anche se fosse di tipo psicologico. Con questo, di sicuro, Stallman – uomo digitale per eccellenza, non certo un tradizionalista e un feticista dei libri “analogici” – non vuole andare contro l’evoluzione dei libri digitali, ma vuole denunciare una metodologia che potrebbe portare a delle grandi limitazioni per la libertà dell’individuo. Basterebbe combattere il DRM (vero pericolo di libertà, perché un libro o un disco acquistato non può essere ceduto, prestato, venduto, regalato e, come abbiamo visto, nemmeno distrutto, almeno dal punto di vista della tracciabilità come abbiamo appena detto); coloro che vendono opere protette dal DRM dovrebbero scoprire che è così controproducente per il loro business che dovrebbero desistere. Inoltre, bisognerebbe creare una metodologia di acquisto di libri in modo anonimo. In che modo? Magari creando delle tesserine a consumo, che si potrebbero acquistare ovunque per contanti e che permetterebbero poi – anche in modalità di connessione anonima (conoscete TOR?) – di acquistare quello che si vuole on line, purché privo di DRM (se no, la tracciabilità ci sarebbe).

Qui il gioco in palio non è “scegliere di tornare indietro“, ma di andare avanti. Qualcuno dirà: “A questo punto, io comprerò sempre libri cartacei“… e sbaglierà, perché proprio nella distribuzione digitale c’è la libertà di poter trovare contenuti che escono dagli schemi “mainstream” e quindi molti contenuti trasversali e di interesse molto verticale esisteranno sempre più solo in digitale. Non possiamo quindi combattere un’innovazione che è buona, che è sana, che è il nostro presente e il nostro futuro di cultura. Dobbiamo interrogarci su quelle che sono le priorità di un mondo che costruiremo anche grazie alla nostra sensibilità e alle scelte che vogliamo prendere, per noi e per i nostri figli. E in questo, abbiamo un compito doppio: quello di “cittadini digitali” che hanno diritti (e doveri), ma anche quello di “autori“, perché gli autori, prima di tutto, devono decidere se vogliono “predicare bene e razzolare male“. Se vogliamo combattere la libertà di espressione, di cultura libera, di diritto all’anonimato, allora non possiamo poi pretendere una protezione becera, insensata, che pretende di voler detenere un controllo sugli utenti delle nostre opere. Quello che si potrebbe “guadagnare” nel proteggere le nostre opere si trasformerà in una perdita, prima di tutto di ritorno economico perché le menti più sensibili, intelligenti, colte (alle quali tutti noi, crediamo, vogliono rivolgersi) capiranno che è giusto combattere ogni forma repressiva e di “controllo” all’uso dei beni digitali.

Vogliamo per il nostro futuro un mondo migliore, dobbiamo farne parte, non solo per pretendere, ma anche per essere i primi a volerlo costruire, questo mondo migliore. Pensateci… è un quesito così profondo che meriterebbe una discussione approfondita, anche a partire dai vostri commenti. Sappiamo di toccare punti delicati, preoccupazioni, paure… ma proprio per questo dovremmo parlarne per capire come muoverci e chi vogliamo essere.