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Finalmente possiamo smetterla di parlare di macchine, e di dedicarci alla fotografia (finalmente… di nuovo!)

Martina Colombari - Foto di Fabrizio Ferri -Courtesy Max Italia

(foto Fabrizio Ferri – Courtesy Max Italia)

A volte passo del tempo (che non ho) su alcuni forum che parlano di fotografia. Anzi… che parlano di macchine fotografiche, non di fotografie. Appassionati (e anche professionisti) che discutono animatamente sulle prestazioni di un apparecchio, rispetto all’altro. Si litiga tra nikoniani e canonisti, e, all’interno di queste macrocategorie, tra chi dichiara che l’unica macchina giusta è la D3, altri che dicono che è stupido chi compra la D3 visto che c’è la D300 o la D700 che “costano meno e sono altrettanto fighe”. Dall’altra parte, chi dichiara che la 5D Mark II è tutto quello che serve nella vita, e chi invece dice che è stupido chi la compra, che al mondo esiste solo la 1Ds Mark III, chi difende il fullframe come “unica scelta per chi ci capisce di fotografia”. 

Avrei voluto parlare di Obama, questa domenica: era un tema interessante, abbastanza profondo, e specialmente non aveva a che fare con la politica, si parlava di immagine (come è comune in questa sede). Ma, invece, sono qui a raccontare di qualcosa che ci porta dieci passi indietro pur di poterne fare uno in avanti. Dieci passi fa, io ero un giovane che “da grande voleva fare il fotografo”, che studiava fotografia in una di quelle scuole prestigiose, erano gli anni ’80 e per me esistevano due miti: Giovanni Gastel e Fabrizio Ferri. Sapevo poco, all’epoca (non che io sappia molto, adesso), ma amavo Gastel per l’uso del banco ottico nella moda, la Polaroid 20×25 come materiale definitivo, i flash Elinchrom di elevatissima potenza (quelli che il mio portafoglio non poteva permettersi). E amavo Ferri, perché usava gli studi daylight, e quella luce era meravigliosa, ancora più inavvicinabile dei flash Elinchrom… perché gli studi daylight erano pura fantasia, per me.

Gastel mi è capitato di seguirlo meno, negli anni… la mia strada è stata diversa, mi sono allontanato da alcuni mondi, ed avvicinato ad altri. Fabrizio Ferri, invece, mi è capitato di incontrarlo diverse volte, ho anche fatto una lezione di fotografia digitale presso la sua scuola (e, lui non lo sa, per l’onore non gli ho mai nemmeno conteggiato le ore del mio lavoro: allora era anche ancora il periodo dell’entusiasmo, e si facevano le cose per passione). Ma, specialmente, ho seguito a distanza la sua evoluzione digitale: conosco bene – e lui nemmeno forse lo ricorda, perché sono un osservatore che spesso non si butta nella mischia e non si fa fotografare nel gruppo, per dire “c’ero anch’io” – il suo percorso. Un suo libro, Aria (che ha segnato l’incontro tra il grande fotografo Ferri, Fabrizio e la grande ballerina Ferri, Alessandra) è stato un momento di storia, perché è stato il primo, o uno dei primi, ad essere realizzato con tecnica di ripresa digitale. All’epoca, un dorso digitale Dicomed Big Shot. La troupe a supporto è stata scelta tra chi era più preparato e competente, e i problemi per scattare in esterni a Pantelleria erano tantissimi.

Sono passati dieci/undici anni, da quel libro. E l’evoluzione non richiede certo di essere rimarcata e raccontata: è storia che tutti conoscono. Sta di fatto, però, che fa impressione vedere che oggi Fabrizio Ferri sta lavorando con una compatta digitale, una Canon G9, quasi un giocattolino (che in altre occasioni abbiamo segnalato come un vero e proprio gioiello) con la quale si stanno facendo servizi di pregio, addirittura copertine o calendari (quello di Max, protagonista Lola Ponce, in edicola in questo periodo, è scattato con la G9 e anche il servizio a Martina Colombari di cui proponiamo un’immagine in questo SJ). Ferri dice di avere scoperto questa macchina che gli consente di essere “solo” con la modella, trova eccezionale la resa di questa macchina, i file che produce non li ritocca (se non in via eccezionale), scatta in Raw, i risultati sono quelli che si possono vedere sulle riviste patinate.

In dieci anni, siamo passati da sistemi dal costo di un centinaio di milioni, gestiti da una troupe di persone, ad una compatta che sta in tasca, che fa sorridere modelle e attrici riprese, che costa poche centinaia di euro. Il mondo in effetti non è così cambiato, ancora oggi servono sistemi costosi, macchine professionali, ottiche prestigiose, investimenti concreti; sarebbe stupido dire il contrario. Ma, al tempo stesso, si può dire che la produzione professionale e di pregio ha ancora solo un punto di riferimento: la professionalità, la capacità artistica, la sensibilità. Se è vero che un “nome sacro” come Fabrizio Ferri può permettersi libertà che altri non potrebbero permettersi, è anche vero e sacrosanto che i risultati ci sono, e questo ci deve permetterci di andare oltre, di superare gli atteggiamenti che mettono davanti a tutto tecnica e apparecchi.

In questi anni abbiamo perso molto, in fotografia. Ci siamo affidati a qualcosa che non conoscevamo, che non dominavamo, abbiamo voluto stupire, più che emozionare. Abbiamo investito in pixel, invece che in cultura. In processori, invece che in sensibilità. In funzionalità invece che in tempo per capire, per scoprire, per amare. Se oggi possiamo anche – non solo… ma anche – scattare con qualcosa che è poco più di un giocattolo (che giocattolo non è… ogni giorno che la uso ne sono più innamorato: da quando la uso con un fantastico mirino Zorki, ancor di più), allora dobbiamo finalmente superare questa era di transizione, dove il tecnicismo era la parola d’ordine, dove ogni macchina che usciva doveva sostituire la precedente perché la differenza qualitativa era tale da non reggere il confronto. 

Oggi, possiamo cambiare fotocamera quando ci farà comodo, quando troveremo ingredienti creativi che aggiungeranno valore alle nostre foto (o ai nostri video, una delle novità è proprio quella  della possibilità di realizzare eccezionali video con le reflex di nuova generazione), e non per un’esigenza assoluta. Forse ne compreremo anche di più, ma lo faremo con coscienza, non con la frenesia della necessità di innovazione. Torneremo a valutare l’immagine, senza preoccuparci della sua costruzione tecnica. Saremo forse più rilassati, perché sapremo di non avere più limiti, solo quelli che abbiamo sempre avuto, che stanno dentro di noi (professionali, artisti, creativi).  La fotografia non è mai stata legata al “manico”, ma ora questo potrà essere più evidente. La discussione da bar possiamo lasciarla agli appassionati di fotocamere, sui forum, tra noi possiamo ricominciare a parlare di fotografia. Era ora, no?

di Luca Pianigiani