Jumper

Cuor di Leone, speriamo di averlo anche tutti noi…

L’11 giugno è mancato Edoardo Mari, amico prima di tutto, fotografo per vocazione, passione e temperamento. Erano tanti anni che non lo vedevo e non lo sentivo, e mi mancava, ma si sa che la vita è complicata, ci scorre veloce sotto i nostri piedi e dietro ai nostri pensieri che non riusciamo a fermare. Rimane un vuoto che fino a quando non si chiude una porta definitivamente sembra colmabile, e invece…

Non voglio fare di questo Sunday Jumper un momento di commemorazione, non è nel mio stile e non lo era nemmeno quello di Edoardo, specialmente considerando che non tutti i nostri lettori lo conoscono. Vorrei cercare però di raccontarvi cosa mi ha insegnato questo amico, perché è un insegnamento importante e credo utile. Gli dicevo tanti anni fa che forse avrebbe dovuto sedersi su una sedia, e raccontare ai giovani la storia e le storie che ha vissuto, ma lui non voleva sentirci: era roba da vecchi, e lui era un Cuor di Leone, che lottava sul campo, spada sguainata, quando invece già aveva l’età per mettersi tranquillo, per godersi la pensione, uscire al mattino tardo per comprare il giornale e le caramelle. Ma lui no, lui non era un signore attempato… lui era “il Fotografo Edoardo Mari“, come citava la sua segreteria telefonica, e quando telefonava lui, e magari rispondeva una pur gentile ragazza che non si accontentava di sentire il suo nome per capire subito l’importanza dell’interlocutore, aggiungeva: “Ragazza, lei forse non sa, ma io sono un grande fotografo!“. E non lo diceva con presunzione, so che potrebbe suonare così, per lui era naturale, anche Fellini avrebbe detto “Signorina, lei non sa, ma io sono un importante regista“.

Fellini non l’ho citato a caso: Edoardo Mari era un fotografo stile “La Dolce Vita“, nei suoi estremi, nel suo vivere la vita al massimo, nello splendore (splendido) e nelle cadute (molto… ripide). E’ stato interprete sapiente e illuminato nel boom economico, quando la pubblicità stava abbandonando l’illustrazione per sposare la fotografia che consentiva di raccontare una verità da toccare con mano (mentre il disegno la lasciava solo immaginare), ed era quello che serviva in quel momento: prodotti da toccare, da vivere, da comprare. Mari è stato un sapiente tecnico, riusciva a fare immagini che nessuno nemmeno si poteva sognare, ma non era solo un esperto della materia fotografica, era un artista capace di flettere tutto per farlo entrare alla perfezione nello spazio della pellicola.

Per riuscirci, il suo studio è sempre stato gravido delle più sofisticate attrezzature: quando qualcuno voleva introdurre in Italia qualche novità davvero rivoluzionaria, la strada passava, prima di tutto, dallo studio di Edoardo Mari: la Sinar (con tutti i suoi accessori, come il “mitico” sistema di esposizione sul piano della pellicola con sonda), gli Strobe, i Briese (c’ero… che meraviglia quei flash gialli con quei bank-un-po’-ombrelli), e poi il digitale, e poi gli illuminatori programmabili via computer della Martin (altra storia che meriterebbe di essere raccontata, anche in questo caso l’ho vissuta in prima persona!). E poi un’attrezzeria sofisticata, dove trasformandosi in fabbro, in elettricista, in alchimista… costruiva pezzi e soluzioni per le sue invenzioni. Se c’era una foto impossibile, quella era una foto per Edoardo Mari. Per certi versi – visto da fuori – il suo carattere sembrava altrettanto “impossibile”, ma era solo questione di prenderlo dal lato giusto, e allora diventata la persona più dolce e gentile del mondo. Con me lo era, lo è sempre stato.

Perché vi racconto di tutto questo? Perché volevo rivederlo, proprio di recente pensavo a lui, mi dicevo: ora lo chiamo, lo vado a trovare, voglio raccogliere un po’ di quelle storie che in parte conoscevo, ma volevo che ce le raccontasse lui in prima persona, perché io non posso essere e non potrò mai essere bravo come lui a raccontarle. Perché lui diceva cose serie, ma poi ci rideva su, e faceva ridere le persone che aveva attorno. E poi si arrabbiava, come un ragazzino, come anche io mi arrabbio, ma a lui veniva meglio. Allora sono qui, da solo, a dirvi quello che avrei detto insieme a noi, scherzandoci, e non mi viene da ridere…. porca la miseria, non mi viene proprio da ridere.

Ho intitolato questo Sunday Jumper “Cuor di Leone”, perché Edoardo era così. Un Cuor di Leone, uno che non si arrendeva, ed è questo l’insegnamento che volevo trasmettervi. Aveva più di settantanni, a metà degli anni ’90 quando io cercavo di raccontare al mondo l’ispirazione che avevo compreso, quell’evoluzione digitale che oggi è normale, ma che all’epoca era incomprensibile quasi a tutti. E lui era lì, in prima fila, letteralmente, a dare dei “deficienti” a quei giovani che all’epoca non capivano, perché lui aveva capito, ed era pronto ad una nuova battaglia. Al punto di cambiare tutto: lo studio, il modo di lavorare, la tecnica. Per riuscirci ha fatto impazzire tutti: la Kodak aveva paura a farlo entrare nella loro sede (dove era di casa, faceva tutte le campagne pubblicitarie) perché lui voleva provare tutte le fotocamere, le confrontava tra di loro, e diceva a tutti quello che era buono e quello che faceva schifo (all’epoca c’era tanta roba che faceva schifo, un po’ dappertutto…), nelle fiere arrivava come una furia, voleva avere tutto in studio da lui, e verificare, comprendere, sperimentare. Alla fine ha fatto le sue scelte, investito un sacco di soldi, ma non gli bastava: voleva uno studio moderno, il più moderno di tutti. Per riuscirci ha fatto patti con il diavolo (metaforicamente…) ma non tutti potevano capire (o volevano capire…) che lui non era “un fotografo”, ma “il Grande Fotografo Edoardo Mari”, e non puoi mettere un personaggio così in una gabbia. Il Leone, con il suo cuore, non ci riusciva a stare. Si è consumato per cercare di sfuggire da una prigione, subendone le conseguenze. Ma non importano le ferite, il Cuor di Leone viene sempre fuori, affronta sempre la durezza della battaglia. E se si perde, ci si rialza e si continua, fino alla fine.

Quanti giovani ho visto che, pur avendo muscoli, freschezza di mente, ormoni in abbondanza si sono dimostrati deboli: ci sono le crisi e quindi ci si spegne, si abbandona il campo, si sventola bandiera bianca. E di fronte alle innovazioni, cercano conforto nel passato cercandone il lato affascinante, invece che guardare con entusiasmo al nuovo, affrontando con curiosità quello che non si conosce.

L’ultima volta che l’ho visto, girava ancora in motorino. Cadeva, spesso, ma si rialzava. Borbottava, ma solo per nascondere la debolezza del suo fisico che mal sopportava, e quindi preferiva inveire o, nei casi migliori, ci rideva su. Diceva che stava andando da un cliente (che forse era un ex-cliente), e che poi doveva fare delle foto importanti, però non si ricordava bene come si accendeva il dorso digitale, perché tutti lo avevano lasciato, e lui ogni tanto si confondeva (naturale, ci confondiamo anche noi, tutti i giorni). Ma era una roccia, e non c’era modo, o perlomeno io non l’ho scoperto, per offrirgli una spalla sulla quale appoggiarsi. E allora lo guardavo andare via, verso una meta che forse neanche lui conosceva bene.

La mia ammirazione per lui era enorme. Era puro, nel suo modo di essere: imperfetto perché umano, ma ricercatore della perfezione nel suo lavoro, ma anche nella sua vita. Negli ultimi anni, le battaglie le ha combattute negli ospedali, non per sè, ma per comprendere come poter aiutare la moglie, Monika, afflitta da uno di quei mali devastanti. Lui non accettava di perdere una battaglia, e quindi quando i medici – i migliori, forse al mondo – hanno decretato che non c’era più nulla da fare, lui non ci ha creduto, si è messo a studiare libri di medicina, perché lui poteva forse trovarla la strada. Quella battaglia, purtroppo, l’ha persa, ma nemmeno in quel caso è crollato del tutto.

Continuo, perché so che alla chiusura di questo Sunday Jumper sarà come dirgli addio. Questo lavoro consente, maledettamente, di allungare di un pochino la storia. La storia si chiude quando si racconta la storia e la si porge al lettore, a quel punto è finita. Per questo, ancora una volta, cerco forza nell’insegnamento dell’amico Edoardo. Cuor di Leone, ci vuole… bisogna andare avanti, nuove battaglie ci aspettano e si affrontano a testa alta. Lasciate anche voi che viva un po’ di Edoardo Mari in voi: non lasciatevi abbattere dalle difficoltà, che sono tante, specialmente in questo periodo. Si superano, se si affrontano con vigore, con passione, con la certezza che non ci sarà mai nulla che potrà essere più forte di noi. Ci saranno muri da abbattere, ci saranno innovazioni da capire e non da evitare, ci saranno cavalli nuovi da cavalcare, anche se all’inizio sembreranno selvaggi.

Ciao Edoardo, grazie di tutto, e grazie a voi se sarete riusciti a leggere tra le righe il messaggio di questo Sunday Jumper. E per tutti, negli archivi, ho tirato fuori un’immagine tra le più celebri di Edoardo Mari, la freccia che attraversa la mela. Ovviamente, tutto in ripresa, su pellicola, costruendo un sistema per sincronizzare il movimento e l’apertura dell’otturatore. L’impossibile è possibile, basta volerlo. Basta avere un Cuor di Leone…