Analogico: un futuro per la fotografia (lo conferma Tetenal che…)

Tetenal futuro della fotografia analogicaEmiliano Vittoriosi

I millenians – ma ancora di più la successiva generazione Z (nati tra la metà degli anni ’90 e i primi anni 2000) – la chiamano “l’analogica”, e la considerano come una delle cose più cool e desiderate. Noi, quelli vecchi, parliamo di pellicola… per assurdo di “non digitale”; sì, suona meglio sulla bocca dei giovani… l’analogico. Poco importa che quasi tutti vedano in questa soluzione solo un “effetto” e meno un linguaggio, perché il vero linguaggio è più profondo da comprendere.

In questi anni, ci sono stati segnali di crollo e di tiepida rinascita, un esempio evidente è quello di Polaroid che ha dimostrato che il mercato non li aveva abbandonati, ma era il management incapace di capire il cambiamento, da prodotto di massa a quello di élite. Ma non siamo qui a tracciare linee con il passato, questo è un posto dove si guarda al futuro, e questi ultimi giorni hanno offerto diversi spunti per fare delle valutazioni in prospettiva.

Quella più rumorosa è stata la dichiarazione di bancarotta di Tetenal. Una storia che all’apparenza e guardandola con la consueta superficialità tipica dei nostri giorni (dove il pollice scrolla e dove quello che conta sono i soli titoli e le apparenze, e dove si commenta senza leggere) appare ovvia, inevitabile e figlia dei tempi come conclusione, ma non è così… per niente. Tanti considereranno così “senza effetto” una chiusura come questa, eppure evidentemente se così si pensa si cade in un grande errore. Ci sono molte tracce, da seguire online, cosa che abbiamo fatto e che vi riassumiamo, che partono da questo articolo pubblicato su Petapixel, ma scritto da Ludwig Hagelstein, fotografo e docente di fotografia tedesco e dalla collaborazione “localizzata” della rivista Photoklassik Magazine. In questo articolo, che abbiamo trovato anche mal riassunto e senza citazione di fonte in italiano (non mettiamo il link, perché è la conferma di un pessimo giornalismo che non merita la storia di una importante testata di fotografia italiana) dice che Tetenal è così importante, anche nel mondo attuale, che non può e non deve fallire. Una dichiarazione figlia di un sognatore e di opinioni poco concrete? No, ci sono dettagli che non si conoscono, per esempio che uno dei requisiti per partecipare agli Academy Awards è quello di consegnare una copia su pellicola (che viene sviluppata appunto con prodotti Tetenal), e che la stessa Kodak –  che come vedremo sta tornando sui sui passi riaprendo alla pellicola – potrebbe subire pessime conseguenze, visto che ha affidato a Tetenal molti business, per non parlare delle possibili ripercussioni per quei laboratori che sviluppano la carta con il trattamento RA-4. Ma la questione più “profonda” è che secondo fonti vicine al management dell’azienda tedesca, riprese dal caporedattore di Photoklassic, Marwan Mozayen, il crollo finanziario di Tetenal non deriva dal suo business sull’analogico, che è ampiamente redditizio, ma dalla divisione digital, che produce carta per getto di inchiostro. In ogni caso, come già successo per Ilford, si sta lavorando internamente per ricostruire Tetenal attraverso una azione di buyout, alcuni manager sono al lavoro per poter rilevare l’azienda, con il contributo di tanti (anche di investitori che, pro bono, hanno coperto in questi mesi gli stipendi di questi manager per sviluppare il progetto di questa importante rinascita). Il nuovo sito di Tetenal, dove si preannuncia questa nuova strada, è già online e sono molti che sono sicuri (noi tra questi) che questa operazione andrà a buon fine, permettendo di far rifocalizzare l’azienda su quello che vale (il business analogico), cedendo i rami “digitali” che probabilmente non fanno parte del DNA di questa azienda e che pesano. C’è fretta, entro aprile 2019 tutto deve essere a posto, altrimenti nulla potrà fermare la chiusura totale.

Analogico: ancora (e sempre) tra noi, e Tetenal non chiuderà

L’analogico fa parte della nostra vita, della vita di tutti, ma non lo notiamo, ci facciamo delle idee che sono figlie della mancanza di abitudine all’analisi. Certo, qualcuno prenderà questa dichiarazione per potersi definire “alternativo”, e anche questo è sbagliato: non è vivendo nel passato che si guarda al futuro, ma bisogna capire con sensibilità cosa succede attorno a noi, e quando sfruttare percorsi che puntano in avanti, nel futuro, e quando il futuro può restituire valori che sembrano assopiti. Dicevamo di Kodak: è notizia di pochi giorni fa, sulla pagina Facebook della divisione Professionale, della “risurrezione” della pellicola Kodak Ektachrome 100 nei formati 120 e addirittura nelle pellicole piane. Altre fonti segnalano che probabilmente tornerà anche nel formato 120 la pellicola bianco e nero negativa TMax P3200.

Come dobbiamo interpretare queste notizie? Come un ritorno al passato? Come un fallimento del digitale? Come un recupero dei “valori”?

No, queste sono tutte parole buttate al vento, inutili e poco costruttive, che fanno scena in una chiacchierata al bar, ma che non permettono di guardare con nitidezza le cose. Il senso è che le “tradizioni” non scompaiono mai, ma semplicemente vengono nascoste dalle tendenze di massa, specialmente quando cambiano i comportamenti, le tecnologie e le esigenze. La fotografia “analogica” non serve più a nulla, dal punto di vista pratico; proprio per questo è forte e coinvolgente, perché diventa una scelta, un percorso alternativo, ispirato. Vediamo tutti i giorni come i professionisti cercano, spesso in modo goffo e impreparato (perché si capisce che è un approccio del tutto forzato e poco assimilato dal punto di vista culturale) di imitare le nuove generazioni usando canali come Instagram, Facebook e altro. Sono come le “mamme che usano Whatsapp” (famosa e buffa raccolta degli errori che per persone “adulte” fanno usando gli strumenti digitali). E quelli che si atteggiano con approccio di superiorità – i social fanno schifo, gli smartphone fanno fotografie orribili, i selfies sono tremendi… – diventano solo noiosi, sgradevoli, e vengono allontanati, facendoli poi irritare ancora di più amplificando le reazioni acide o snob.

Quello che secondo noi andrebbe fatto è trasformare tutto questo appeal – specialmente dei giovani, ma di tutti in generale – in prodotto da vendere. Conosco fotografi che hanno spostato la produzione dei servizi di matrimonio da digitale ad analogico, ma quelli che hanno ottenuto un successo lo hanno fatto con altissima qualità perché non basta dire le cose, bisogna farle bene sul serio. E siamo sicuri che chi vuole avere successo, potrebbe togliere dall’armadio il proprio banco ottico, la propria Hasselblad o Mamiya e proporre un servizio di grande lusso, dove il prodotto è una sola foto, un momento magico, stampato con raffinatezza. Davvero ancor di più il banco ottico, con il telo nero per inquadrare, la lentezza dei movimenti, la liturgia della preparazione, la creazione di una luce di vero impatto, un lavoro di ritrattistica che richiama il valore assoluto del “congelare” il momento perfetto, da ricordare tutta la vita.

Su eBay le offerte di banchi ottici sono tante, da circa 500 euro senza o anche con ottica (per esempio questa Fatif oppure questa Toyo), ma anche modelli top come questa Sinar X con ottica e vari accessori, a 1200 euro con la valigia originale, oppure questa meravigliosa Linhof Master Technika con mirino multifocale, anche se in questo caso tornare al fotogiornalismo dei tempi d’oro vi farà sborsare oltre 3000 euro. Certo, le pellicole e i trattamenti… sembrano essere un problema. No, in realtà per esempio si trovano pellicole Ilford HP5 formato 4×5 pollici su Amazon, oppure Ilford Delta 100 Iso, sempre in 4×5 pollici, i costi dai 50 ai 60 euro per 25 scatti (poco più di 2 euro per ogni “click”), la consegna è gratis con Amazon Prime. Per il trattamento, sempre su Amazon si trova di tutto, a prezzi stracciati: tank di sviluppo, chimici, bacinelle. Ingranditori per pellicole grande formato sono più difficili da trovare, ma per esempio qui c’è un DeVere, a 800 euro fino al formato 13×18 cm, ma si può anche pensare di fare stampe in formato 1:1, a contatto… quindi non servirebbe ingranditore.

Inutile dire che, poi, tutto questo processo di ripresa, di sviluppo, di stampa può affascinare un pubblico allargato che potrebbe richiedere anche corsi di formazione. Lo sappiamo: molti hanno seguito questa strada, alcuni con successo, altri con risultati scarsi. Ma quello che importa è “come” tutto questo viene proposto, e dove viene raccontato, con quale impatto, con quale emozione, con quali risultati. Se si usano gli “oggetti” come effetto speciale, ma non si costruisce nulla di davvero prezioso, allora i trucchi funzionano poco. Già, perché non si può raccontare qualcosa di valore senza usarlo, il valore… altrimenti si cade nell’errore della superficialità che si vuole combattere, e invece poi si finisce con usare lo stesso metro e le stesse misure di chi vogliamo / vorremmo / pretendiamo di combattere.