Vi proponiamo una bussola per orientare chi crea, progetta e sviluppa contenuti in questo 2015 che si è appena aperto. Perché se ci perdiamo subito all’inizio dell’anno siamo davvero finiti… E’ una bussola – che usa, come di consueto, 4 punti cardinali – che ci auguriamo possa essere un po’ utile per tutti voi: fotografi, videomaker, ma in generale tutti coloro che operano nel settore dei “contenuti”: storyteller, scrittori, editori, comunicatori.

1) Aprire al diritto di “uso” delle nostre opere di ingegno

Il caso del Corriere della Sera che ha pubblicato in un libro (a scopo benefico, è corretto segnalarlo), senza richiedere l’autorizzazione, le vignette di molti artisti che hanno manifestato a modo loro – disegnando – il proprio pensiero sul web (social, blog, siti), dimostra che, ormai, il diritto d’autore è merce da calpestare. Lo sapevamo, ma i signori del Corriere sono riusciti a stupire per qualcosa che non può essere certo definita ingenuità, ma pura forma di strafottenza. Se non sapete cosa è successo date una lettura qui (ma il dubbio che viene è: dove eravate, se non l’avete sentito?) e se non avete ancora le idee chiare sul fatto che ormai non ci sia più rispetto per tutto questo, leggetevi il tweet della responsabile Marketing del Corriere, personalmente non posso ancora credere che l’abbia scritto…

Come difendersi? Cambiando tutto: non più diritti riservati, ma sistemi aperti. Leggetevi Lawrence Lessig (proprio oggi, per coincidenza, è uscito su Repubblica un’intervista), in versione cartacea se preferite (costa poco, li vale tutti), oppure scaricate il PDF gratis (è un atto legale, autorizzato e concesso dall’autore). Sono anni che diciamo che la strada della liberalizzazione delle opere di ingegno, gestendole con un approccio di totale rispetto sia per l’autorialità che dello sfruttamento economico grazie a soluzioni come la CreativeCommons, potrebbe aiutarci, ma sono pochissimi, specialmente nel settore della fotografia, quelli che poi, di fatto, hanno realmente adottato questa strada (ma la “libertà” non è fatta solo di licenze, bensì anche di tecnologie). Questo perché, a parole, tutti sono moderni, ma poi nei fatti è difficile guardare oltre. Ma bisogna farlo: nella nostra società, il furto d’autore è un male comune e totale, dove tutti sono (siamo) colpevoli. Si rubano immagini, parole, musica, vignette. Bisogna urlare quando chi lo fa – nell’esempio citato poco fa, i responsabili del principale giornale italiano – dovrebbe essere chi dovrebbe essere il principale paladino dell’etica (e sarebbe da inoltrare una richiesta di “licenziamento” del direttore se non fosse che… è già dimissionario da mesi). Tutti in carcere, tutti coloro che hanno una foto nell’hard disk di cui non hanno una liberatoria o una cessione d’uso? Tutti davanti al giudice coloro che hanno anche solo un mp3 di dubbia provenienza, un software craccato? Sarebbe la fine, tutti colpevoli… oppure tutti innocenti. Entrambe le soluzioni (sbagliate) non risolveranno nulla, bisogna cambiare le leggi, ma ancor più la cultura. Dobbiamo cominciare da “noi”, e non aspettarci che si muovano le cose accanto a noi.

2) Cronaca? Una questione marginale, dobbiamo diventare storyteller

Siamo spesso chiamati per raccontare la cronaca. Non solo i fotoreporter, anche chi – e sono tantissimi, in assoluto e in percentuale – viene incaricato di essere narratore di un evento in tempo reale (si, amici fotografi di matrimonio, di eventi, eccetera). Bene, i fatti ci dimostrano che ormai la “cronaca” sta perdendo potere nel mondo dell’informazione, per esempio se volete leggete questo articolo che parla dei più letti articoli del New York Times nel 2014: quasi nessuno è di cronaca. Il successo è tutto per storie raccontate, (quindi costruite per trasmettere valori e concetti più approfonditi rispetto alla “notizia pura”) o per contenuti basati sull’interattività, come per esempio questo bellissimo articolo che mostra le fotografie, scattate ogni anno, di 4 sorelle: un progetto semplice, e al tempo stesso di una fortissima intensità narrativa e documentale. Un lavoro che dovrebbe essere di ispirazione perché parla la lingua dei fotografi e degli storyteller e fa capire che dobbiamo andare oltre all’essere presenti e pronti a scattare una foto al momento giusto: questo non è più sufficiente (e se volete, qui trovate il libro pubblicato, davvero un bell’esempio da tenere in libreria). Dobbiamo essere narratori, dobbiamo costruire percorsi che possano creare emozioni da ricordare. La cronaca è passato: nel giornalismo, e anche nella fotografia. Questo non significa che non serve più la “notizia in tempo reale”, ma che questa battaglia l’abbiamo già persa. Dobbiamo essere ben più di un click e di un titolo, non dobbiamo rincorrere la violenza degli “strilloni”, ma seguire la suadente e avvolgente (sotto)voce del raccontare storie che abbiamo scritto con tanto impegno e con tanta cura, e che siamo bravi a raccontare.

3) Non esistono (più) strumenti professionali per i fotografi

Non fatevi più influenzare da concetti che sono solo commerciali: gli strumenti “professionali” non esistono; se sono esistiti, ora non esistono più. O meglio: diventano professionali, non nascono tali. E per diventare professionali, richiedono la testa, il cervello, l’esperienza e la sensibilità di un professionista. Ci sono tecnologie “amatoriali” che negli ultimi 5 anni sono cresciute ad una velocità 10 volte (100 volte) superiori rispetto ai prodotti “professionali”. Perché? Qualcuno potrebbe dire che il motivo è che le tecnologie amatoriali avevano una qualità così bassa che la crescita è stata facile, mentre quelle professionali erano già eccellenti, cinque anni fa. Non crediamo che sia questa la risposta: il problema è che i prodotti “amatoriali”, nel mondo della fotografia, hanno un mercato molto più florido e quindi gli investimenti e l’innovazione è motivata, mentre non è la medesima cosa per i prodotti professionali. Se rimaniamo ancorati a prodotti che strizzano l’occhio a quello che pretendiamo di essere, rischiamo di rimanere al di fuori da una corsa che invece potrebbe vederci in prima linea, come protagonisti.

Oggi stiamo entrando in un periodo in cui alcune tecnologie “amatoriali” risultano non più solo “simili” e “paragonabili” a quelle delle attrezzature professionali, ma addirittura superiori: il problema è capire da che parte guardare: a volte, ci hanno insegnato a guardare da una parte, un determinato dettaglio, mentre invece dovremmo guardare altrove, e con una visione più globale. Oggi, con strumenti “amatoriali” possiamo:

 

1) Riprendere un video ad una velocità 4 volte superiore rispetto ad una fotocamera/videocamera professionale. Pensiamoci, se dobbiamo fare degli slow motion.

b) Riprendere video a 4K, potendo quindi catturare sequenze che poi si possono trasformare in un “frame” stampabile. In questi giorni di “vacanza” abbiamo fatto delle prove che fanno davvero rabbrividire. Oggi, una fotocamera professionale in grado di realizzare video si ferma (poche eccezioni escluse, del tutto particolari o troppo costose) al full Hd.

c) Oggi è possibile realizzare con mezzi “amatoriali” video perfettamente stabilizzati anche salendo delle scale, seguendo un soggetto in movimento, facendo delle carrellate… tutto a mano libera.

 

Stiamo dicendo che gli apparecchi professionali non hanno motivi di esistere? No, certamente no. Ma dobbiamo avere la flessibilità di usare quello che ci serve, quando ci serve, per il motivo che ci serve. Se lo facciamo, anche un prodotto di livello assolutamente amatoriale si trasforma in strumento di livello professionale. Smettiamo di etichettare le cose, smettiamo di farci “grandi” con gli strumenti, diventiamo grandi con la nostra capacità di fare e di conoscere.

4) Digitale Vs Analogico: se facciamo la guerra, abbiamo perso.

C’è ancora qualcuno che combatte questa guerra. Da qualsiasi parte sarà posizionato, può avere una unica certezza: perderà. Abbiamo passato 20 anni a lottare per trovare nel digitale il “futuro”. Venti anni e siamo ancora qui… come se 20 anni fossero 20 mesi. 20 anni fa dicevamo: chi se ne importa del confronto, ora la questione è molto più profonda. Stiamo avendo una inversione di rotta, e questo sembra far felice chi il digitale non l’ha digerito, perché all’epoca era un esperto e ora è un incompetente. Non ci sono esperti o incompetenti di un settore, se non si conoscono i vantaggi, i limiti e specialmente i linguaggi di entrambe queste sfaccettature, si è solo incompetenti, e non è poi un grande problema (alla fine, siamo tutti “incompetenti”, e questo ci porta/ci dovrebbe portare alla continua ricerca), purché si capisca che bisogna recuperare il terreno perso.

Attorno a noi si stanno materializzando milioni di opportunità che hanno a che fare con la fisicità degli oggetti. In un’era in cui il digitale è la normalità, gli oggetti fisici diventano occasione di sensazioni e interazioni, addirittura motivi di incontro e di aggregazione. Dai fenomeni della stampa 3D, ormai esplosa (attorno a casa mia, sono già due i centri che si occupano di scansionare, acquisire, disegnare, stampare, vendere stampanti e prodotti di consumo… e non abito a Tokyo…), ai fenomeni che sono quelli delle legatorie artigianali, alla stampa su materiali di ogni genere. Addirittura libri che parlano dell’oggetto libro. Oppure fotocamere da costruire in cartone, per produrre foto su pellicola. E dirò di più… riviste di carta (il tono scanzonato di questa ultima dichiarazione, detta da noi, potrebbe creare stupore, ma è quello che vorremmo creare: stupore… per il resto, vedremo).

Il vero problema, di questa “guerra da non combattere” è avere le idee chiare su quello che è il business model per entrambi questi lati. Non si vende il digitale con la stessa logica dell’analogico, non si usano le stesse logiche di marketing per una e per l’altra. Anzi, il contrario.

In sintesi…

Abbiamo scritto tanto, e forse alcune cose possono sembrare scontate, ma il compito che abbiamo tutti – in questa Era complicata – è di andare oltre le apparenze. Abbiamo cercato di condividere dei punti che reputiamo fondamentali, in prima battuta per noi. Li abbiamo espressi guardando però alla vostra prospettiva. Vi assicuriamo, però, che adotteremo  (e vi consigliamo di adottare) questa bussola per operare, in breve sintesi, per:

a) Per liberare con la massima flessibilità i contenuti e le idee che abbiamo ovunque.

b) Per dedicarci meno alle “notizie” e più alle storie da raccontare. E le storie hanno un titolo, richiedono un percorso e anche un contenitore.

c) Per esplorare qualsiasi strada che ci consenta di esprimerci. Qualsiasi.

d) Per integrare contenuti, strumenti e percorsi per unire il mondo digitale e il mondo “fisico”.

Ci sembra un buon piano per il 2015. Per questo ci dedicheremo al suo sviluppo, e chi avrà voglia di seguirci potrà avere in cambio orientamento, consigli, proposte, formazione. Si, perché un altro elemento determinante di questa ricerca della “strada giusta” include anche una buona compagnia: insieme, anche la strada più lunga e complessa diventa una bella passeggiata.

 

(Foto articolo: @Shutterstock – Photo Eugenio Marongiu)

7 responses

    1. Ciao Chiara, sono sicuro che sai tradurre queste parole nel modo migliore, nelle tue foto :-) buon anno!

    1. Di Steller ne abbiamo parlato spesso, insieme a Storehouse, a Exposure e a tante altre soluzioni per creare storie unendo foto, video e parole ;-) Buon anno a te, Giorgio!

  1. Bentornati, tutto giusto, come sempre i vostri commenti ci risvegliano dal torpore e ci fanno aprire gli occhi per guardarci intorno ed andare avanti. Grazie, grazie!

Comments are closed.