Essere controcorrente è parte della nostra vita, ma non lo facciamo apposta, e specialmente non lo facciamo per essere “alternativi” (abbiamo la barba, ma non siamo hipster, non usiamo l’auto ma non andiamo nemmeno in bicicletta: preferiamo la metropolitana), ma solo perché evidentemente pensiamo in modo diverso, e svolgiamo un mestiere che prevede il fatto di parlare e di raccontare, quindi questi pensieri controcorrenti “vengono fuori”.

Siamo stati al Photoshow 2015. Sì, quello che in tanti abbiamo sentito criticare negli stand (con noi parlano i professionisti, che ci conoscono bene, che ci fermano tra i padiglioni, che amano condividere con noi idee e opinioni, quindi sono questi i commenti e le critiche che abbiamo raccolto), ma è stato il Photoshow 2015 che mi è piaciuto di più degli ultimi anni. Probabilmente in tanti faranno polemica su questa mia affermazione, perché hanno “giustamente” percepito che questa fiera non ha più la dimensione di “fiera”, ma è poco più che un salotto di amici; io dico che però questa è e dovrebbe essere la dimensione della fotografia. Il nostro non è più un “settore”, non lo è più da anni e solo qualcuno crede invece che lo sia ancora. Non ci “meritiamo” una fiera “vera”, perché siamo un sotto-settore di un macro mondo che è quello dell’immagine e della comunicazione digitale, il quale – quando e se vuole mettere in campo i muscoli – mette in mostra numeri che ci fanno oggettivamente impallidire. Meglio uno spazio piccolo, ma adeguato, che uno sovradimensionato che rende tutto “vuoto”.

Gli spazi scelti per questo Photoshow 2015 erano giusti, adeguati, e l’effetto è stato anche quello di “tantissime persone” che mette di buon umore. C’era oggettivamente tanta gente, almeno il venerdì quando siamo andati noi (immaginiamo ancor di più il sabato e la domenica): poco prima delle dieci, a padiglioni chiusi, la coda per entrare era davvero lunga, e comunque l’affluenza è stata continua e massiccia per tutta la giornata. Certo, magari all’interno degli spazi fieristici standard lo stesso numero di persone si sarebbe diluito e non avrebbero fatto lo stesso effetto, ma ripetiamo che il tutto ha funzionato; in uno stadio, 10 mila persone portano a dire che gli spalti sono vuoti, 100 persone in un salotto sono invece un numero che non consente di respirare.

Dimensioni, luogo e specialmente spazi sono, secondo noi, stati quindi azzeccati. Saranno scelte sufficienti per portare a dire che è stato un successo? Dipende da che lato lo vediamo. Cerchiamo di capirlo insieme:

1) Se pensiamo al pubblico: più composto da anzianotti armati di reflex a caccia di ragazze sorridenti agli stand (storia vecchia), ma c’erano anche giovani: forse erano principalmente studenti di scuole che hanno organizzato la giornata “fuori porta”, ma c’erano. C’erano tante donne, anche loro con la reflex al collo, e questa è quasi una novità (non che ci fossero tante fotografe, che anzi sono un fenomeno ben conosciuto da anni in crescita, ma che ostentassero anche loro una fotocamera, di solito le donne sono meno amanti del mettere in mostra le fotocamere, di solito le usano…non le “mostrano”)

2) Se pensiamo all’ottimizzazione costi/benefici, crediamo che sia stata una buona formula (ma lasciamo fare i conti alle varie aziende: a quelle che c’erano e a quelle che hanno detto di no)

3) Se pensiamo ai marchi, ci sono state appunto mancanze e stonature importanti (specialmente se consideriamo quei brand che hanno fatto eventi paralleli), quindi non è stata una fiera che ha riunito “tutti”, ma anche questa potrebbe essere una buona cosa: in questo microcosmo ci sono infiniti e ulteriori microcosmi che sembrano non essere più affini, l’uno con l’altro. Per esempio, ho cercato per una persona che me lo chiedeva, un proiettore 4k da comprare (non un depliant… da vedere, toccare, comprare) ma sembrava oggetto fuori dal mondo. Comunque, pensiamo che chi ha snobbato il Photoshow non ha fatto una buona scelta.

4) Se pensiamo al settore professionale, è (quasi) totalmente mancato… eppure c’erano tanti professionisti in giro per i padiglioni, con lo sguardo un po’ perso. Ovviamente c’erano fotocamere professionali (quelle dei grandi brand globali), ma non c’erano luci, non c’erano software, non c’erano computer. Le cose più professionali presenti – oltre alle reflex “top” – erano forse le borse…

5) Se pensiamo al lato “culturale” è stato fatto davvero poco anche se si è tentato da mitigare con delle mostre di nomi “prestigiosi” che hanno dimostrato una cosa: che la pellicola, rispetto al digitale, aveva una qualità pessima (anche se le foto belle sono belle, a prescindere dalla tecnica).

6) Se pensiamo al lato dell’innovazione, delle nuove idee, del “think different” non possiamo dire di avere visto nulla al Photoshow 2015.

Maledizione, mi ero ripromesso che avrei parlato bene, di questo Photoshow 2015. Ho iniziato bene, perché comunque come detto mi è piaciuto parzialmente e anche perché  sono anche davvero annoiato di parlare male da decenni di questa manifestazione. C’è però un problema di fondo: che lo stesso spazio scelto dal Photoshow 2015 è famoso per tante altre iniziative, ma una in particolare alla quale sono molto affezionato: il Fuorisalone. Ho visitato molte edizioni di questa manifestazione che è parallela al Salone del Mobile e che si propone come un’esplorazione di creatività più spontanea degli “stand tradizionali”, che mette in evidenza le idee e le tendenze della creatività giovane e fresca, che crea eventi in ogni orario, anche serale, perché è “fuori” e non “dentro”. Ed è quello che è mancato, al Photoshow 2015…

Certo, non era previsto che il Photoshow 2015 fosse un “fuori salone della fotografia” (anche perché è “il salone”, non “l’alternativa”), ma probabilmente viverlo negli spazi di questo evento milanese di forte ispirazione lascia l’amaro in bocca. Anche di questo non faccio una colpa a “questo” Photoshow, che è un “oggetto-evento” organizzato dalle aziende (AIF) per gli interessi delle aziende. Il fatto è che le aziende hanno, come interesse primario, non solo vendere macchine fotografiche, ma anche e specialmente attrarre pubblico, nuovi utenti, dimostrare come la fotografia è di fatto (e ancor di più) un mezzo nuovo, con un grande futuro davanti a sè. Sono le aziende (molte) che a questo approccio non ci credono, che puntano solo sul marchio e sul prodotto (cose che si trovano su Internet senza fatica… non serve andare ad una fiera) ed è per questo che forse devono (dovrebbero/potrebbero) fare un passo indietro. Non sono le aziende che dovrebbero organizzare/gestire il Photoshow 2015, se vogliono che diventi davvero un grande evento (e forse a quel punto, però, neanche essere solo loro a “pagarlo”).

 

Photoshow 2015: cosa fare per il futuro

I prodotti, nella fotografia, sono una commodity, non sono l’attrazione primaria: tolte qualche migliaia di persone “old style” che amano gli “oggetti” e che li discutono con passione sui forum per decidere se un obiettivo dell’azienda A è meglio di quello dell’azienda B (e che vanno al Photoshow a “toccare” questi oggetti), la massa (aka: il vero mercato) è fatta di persone che amano la forza dell’immagine, che vogliono divertirsi, che vogliono trovare nuove ispirazione, che amano dire agli amici “che siamo qua, ed è davvero cool”). In questo, il Photoshow 2015 ci è riuscito grazie ad un paio di iniziative interne agli stand (davvero carina l’installazione di Canon con il “Palazzo sdraiato” dove posizionarsi e farsi fotografare grazie ad uno specchio a 45% per sembrare “appollaiati” sui davanzali, oppure intenti a “scalare” la parete, e poi lo spettacolare sistema di ripresa con 24 fotocamere di Nikon360°, dove novelli personaggi di Matrix venivano congelati in una posizione ed “esplorati” a 360 gradi appunto. Ma è solo stato un assaggio di quello che potrebbe/dovrebbe essere la prossima, le prossime edizioni.

Tanto si dice che la strategia di comunicazione più interessante del periodo è lo storytelling (argomento che noi di Jumper discutiamo, professiamo, insegniamo da tanti anni). Ecco, questo grande punto di forza non c’era, al Photoshow 2015. Pensare a fare un ambiente che racconta tante storie sotto forma o grazie alle immagini è probabilmente una chiave su cui riflettere, e invece si usano le fotografie “solo” per fare “cultura”, per “darsi un tono”, ma non per avere voglia di parlare, di raccontare, di raccontarsi, di stupire e di emozionare.

Il settore della fotografia ha bisogno di imparare l’uso della fotografia, quello che è sulla bocca di tutti, che riempie gli occhi e le emozioni, quello che fa sognare. Una volta che facciamo sognare, venderemo i prodotti che permettono di creare questi sogni. E una fiera che vuole supportare questo mercato della fotografia deve ricordarselo. Ah, a proposito: una fiera della fotografia deve coinvolgere il mercato di quelli che di fotografia vivono: non hanno un ruolo solo quando devono/vogliono comprare una fotocamera… ma anche quando la fotografia va messa in mostra e venduta.

Ci sarebbero tante cose di cui parlare, quando e se ci fossero interlocutori che vogliono ascoltare.

2 responses

  1. Ancora con gli scatoloni di ritorno dalla fiera che ingombrano il pavimento della Sede, condivido in pieno l’analisi di Luca.
    TAU Visual era presente con un suo stand al Photoshow, perché crediamo moltissimo nell’importanza del contatto con le persone. Certo: le fiere non sono più l’unico modo di contattare il pubblico di massa, come era qualche decennio fa; e del fatto che esistono alternative dovrebbero prendere nota coloro i quali studiano a tavolino i costi di noleggio degli spazi fieristici, perché rendere più accessibile l’acquisto degli spazi espositivi agevolerebbe nei fatti, e di molto, la partecipazione di chi, ora, decide di non partecipare più proprio in ragione dei costi, ritenendo preferibile destinare quei budget ad altre operazioni.
    Tuttavia, l’occasione di contatto diretto, personale, ma anche “comunitario” come quello che si verifica in fiera è molto, molto differente dalle occasioni impersonali della Rete, o quelle dirette, ma “monotematiche” ed un po’ appartate degli eventi monomarca.
    Permettere all’operatore fotografico – amatore e professionista – di avere dei contatti con i suoi interlocutori concentrandoli in una giornata ed in un luogo, è una cortesia nei suoi confronti, oltre che un modo di stringere il rapporto con la persona.
    E’ una cortesia nei confronti del singolo, perché si rispetta il valore del suo tempo, non mettendolo dinnanzi alla necessita’ di frequentare dieci diversi incontri, per avere il contatto con dieci fornitori.
    Ed è un’occasione non ripetibile in altra maniera, perché “vivere” una propria passione insieme a molti altri trasmette percezioni di appartenenza amplificate. Andare ad un concerto coinvolge in modo completamente diverso, rispetto all’ascoltare la stessa musica nella propria camera; brindare in compagnia ad un festival è altra cosa che farsi un boccale in birreria; vedere uno spettacolo teatrale o un film al cinema è altra cosa che guardare la stessa cosa a casa propria, anche se su un megaschermo.
    Grazie, Luca, e grazie a tutti coloro che continuano a credere in iniziative come questa.

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