Marketing per creativi e l’arte del non sapere di non sapere

Marketing per creativi

Quello che sappiamo di sapere è una sicurezza, quello che sappiamo di non sapere è un ponte verso l’ignoto “conosciuto”, e anche la migliore piattaforma aspirazionale per la nostra evoluzione; il problema (e l’occasione da sfruttare) è tutto quello che “non sappiamo di non sapere” e ancora “quello che pensiamo di sapere ma che è falso”.

Stiamo vivendo in un’era complessa. Mia nonna diceva (come tante nonne, zie, papà, mamme…):

“Lo hanno detto in televisione, quindi è vero”.

In questa era, in cui i social cercano di chiuderci in una bolla di informazione influenzata e che “decide per noi”, la problematica diventa ancora più grave. Riceviamo sempre più informazioni non sulla base di una selezione fatta a monte, ma sullo studio di “algoritmi” che non conosciamo, ma che influenzano quello che ci arriva e che addirittura noi trasmettiamo (mandiamo qualcosa e le persone non ricevono…). Una volta avevamo l’informazione “di parte” e se conoscevamo la parte dalla quale proveniva (Emilio Fede, i giornali di partito o di proprietà di qualcuno), sapevamo quanto prendere di “vero” e quello che era invece “di parte; ora questa sicurezza non l’abbiamo più, e diamo per scontato che il flusso di informazioni è quello “sicuro”. In pratica, non cerchiamo, veniamo raggiunti.

Siamo sicuri che quello che ci arriva  deve essere “vero”, che non esiste “altra verità” (visto che non ci raggiunge, siamo impermeabili, veniamo appunto raggiunti, non facciamo fatica), quando vogliamo scegliere un prodotto ci affidiamo ai giudizi della massa (recensioni di acquirenti, commenti su TripAdvisor, eccetera), quando vogliamo sapere qualcosa ci affidiamo a Wikipedia. E non pensiamo che è tanto facile “barare”, che è così facile convincere di quello che si vuole semplicemente agendo come degli Hacker. Possiamo farlo nel bene (come per esempio abbiamo scritto sul precedente SundayJumper), ma possiamo farlo con una specifica intenzione, come scriveva Ryan Holiday qui . Possiamo credere al nostro flusso di informazioni scrollate che Facebook impone e che potrebbero essere delle vere Fake news (sembra che adesso Facebook se ne stia preoccupando, ma anche Google lo sta facendo inserendo nuovi algoritmi che correggono vecchi algoritmi, ma lo fanno solo perché il problema sta venendo a galla e i lettori/clienti potrebbero cominciare a pensare che quello che arriva come informazione non è poi la cosa giusta). Questi stessi meccanismi sono quelli che pensiamo possano esserci utili per essere “scoperti”, ma non è così, e sarà sempre peggio.

Marking per creativi: come farci trovare? Oggettività o sorpresa?

Da tanto tempo, diciamo che chi si occupa di immagine non è distante da chi fa “notizie”, online (e non solo), perché l’informazione diventa sempre più visuale. Dobbiamo quindi indagare a fondo su questa questione, lavorando per essere più vicini a chi studia e approfondisce le tematiche legate alla corretta informazione in rete: sul web, sui social, ovunque. Le immagini possono portarci a raccontare storie (facile definirsi “storytellers”, difficile è essere in grado di farsi ascoltare quando raccontiamo ipotetiche storie). Per farlo, con le immagini, dobbiamo costruire percorsi che possano offrire e garantire informazioni concrete: le nostre immagini devono essere accompagnate da opportune informazioni (nome del file, attributi testuali – Alt Tag – una didascalia che possa essere riassuntiva del messaggio che si vuole trasmettere o della testimonianza che motiva il fatto che quelle immagini abbiano un senso di esistere); questo ci aiuta nella ricercabilità oggettiva (quella che ci permette di raggiungere un utente che sa cosa sta cercando).

La scelta della quantità di immagini è anche altrettanto importante, ma siamo sempre più convinti che le “galleries” non abbiano più senso, così come i siti aggregatori di “creativi”. Quante sono le opzioni? Quando e quanto sono diverse le immagini che scattiamo noi rispetto a quelle di tanti (altrettanto buoni) fotografi? (o grafici, illustratori…). E comunque, ancora una volta, le ricerche oggettive sono quelle più prive di senso. Se cerco foto di gatti cerco foto di gatti, ma se cerco qualcosa che possa interpretare la “pigrizia” forse arrivo alla conclusione che quello che davvero mi serve è la foto di un gatto sdraiato e contento. Quello che non sappiamo di non sapere… si rivela la cosa e la scelta migliore, quasi sempre.

Marketing per creativiQual è la strategia giusta? Stiamo lavorando ad un corso che parla al come posizionarsi, promuoversi, come fare un portfolio, come fare marketing della propria creatività. Siamo sicuri che sia necessario un approccio nuovo: i siti non riescono a raccontare nulla (o quasi nulla), i social – quasi tutti – ci impongono rapidità e “trucchi” per rubare l’attenzione, e non c’è un modo per creare un dialogo interessante e profondo con utenti o potenziali clienti, e non riescono ad aprire nuove opportunità e collaborazioni. Pensiamo a spazi / storie, a piattaforme di dialogo e non di vendita (dove non si vende). E non servono trucchi, ma prendere coscienza – per tornare all’inizio – di parlare di quello che “le persone non sanno di non sapere”. E magari potete cominciare a riflettere su questo leggendo questo bellissimo libretto (costa in versione cartacea solo 1,70 euro su Amazon, oppure 0,99 euro in versione digitale… si può fare, no?).