In questi giorni, è tornata attuale la domanda sulla memoria della nostra storia. In questo caso, chi ha messo in dubbio la possibilità di preservare quello che è la nostra cultura contemporanea, catturata ed archiviata sotto forma di bit, non è un professore di storia dell’arte, o qualcuno che desidera mettere in contrapposizione il mondo “del passato” con quello “del futuro”, ma un uomo che è al centro del mondo digitale, visto che è un manager di vertice di Google con tanti anni di storia tra i computer (anzi, che la storia ha contribuito a farla).

Questo commento, di cui ora parliamo, ovviamente è stato stravolto e riscritto per trarne semplici conclusioni, ma era in origine ben più ampio e merita di essere trattato per quello che è: un segnale forte e non una soluzione semplice. Cerchiamo – per chi vorrà leggere – di superare quell’approccio tipico del mondo dell’informazione dozzinale, veloce, che vive e sopravvive proprio grazie al fatto che, per fortuna, di quello che scrivono nulla rimane e si scioglie come la neve al sole. Se rimanessero in vista limiti e trucchi maldestri, se non ci fosse questa “putrefazione dei bit” di cui si parla oggi, allora sarebbe grave.

Ecco i fatti: Vint Cerf, uno degli informatici che ha fatto nascere Internet (ha scritto lui, insieme a Bob Kahn, il protocollo TCP/IP), e che oggi è uno dei vice presidenti di Google, ha dichiarato in un suo intervento al meeting annuale dell’American Association for the Advancement of Science (AAAS):

Dietro di noi un deserto digitale, un altro Medioevo. Se tenete a una foto, stampatela.

Grazie. Ci ha fatto un piacere, a tutti noi della categoria, ovviamente. E ci ha fornito una strategia solida dal punto di vista della proposta commerciale: a tanti che oggi puntano solo sul digitale, possiamo proporre “per far durare le nostre emozioni e la nostra storia” di stampare le immagini più importanti. E’ uno buono slogan che si aggiunge alla sua conclusione, ancora più forte: se ci sono foto a cui davvero tenete, createne delle copie fisiche. Stampatele.

Si, decisamente è un buon consiglio, e funzionerà dal punto di vista commerciale se saprete proporla bene, con la giusta enfasi, cercando di far capire che deve apparire un consiglio e non una strategia per vendere un prodotto: enfasi e sentimento sono elementi imperativi, quando si sta dicendo: “Hey, vuoi far sopravvivere la tua storia e le tue emozioni?”, non può apparire come una televendita.

Fotografia e futuro, atto secondo

Siamo tutti contenti di avere trovato una motivazione per vendere delle stampe, o una stampante? Siamo contenti, ma non possiamo fermare il discorso a questo, se no qual è la differenza con quel sensazionalismo mediatico che si legge in giro (e che speriamo possa essere dimenticato velocemente, altro che “preservare”)?

Leggiamo insieme quello che ha detto Vint Cerf, al di là delle frasi sensazionalistiche. Il “papà di Internet” ha parlato di come poter recuperare le nostre immagini e la nostra storia scritta in bit non tra 5, dieci, cento anni. Parla di 1000, 3000 anni… un futuro così lontano che solo gli studiosi possono azzardarsi a cercare di prevedere; il mercato, per esempio, tende a preoccuparsi del prossimo trimestre delle aziende, per soddisfare gli azionisti; nelle attività private, il problema è quello delle bollette di fine mese… altro che millenni! Pensare a prospettive così lontane fa impallidire qualsiasi concetto di “durata”: vero, ci sono stati documenti, immagini e manoscritti che ci sono arrivati da un passato di mille e più anni fa, ma la fragilità degli oggetti fisici ha richiesto attenzioni e sistemi di protezione gestiti da grandi esperti. Se pensiamo ad una stampa come la soluzione sufficiente per superare molti secoli, allora possiamo solo sorridere.

Se si vuole leggere fino in fondo il pensiero di Vint Cerf, si capisce che la sua mira non era quella di dare una forma “stampa” al futuro, ma il suo pensiero raffinato andava molto oltre: quello che ha detto è che, in assenza di una soluzione efficace per proteggere i contenuti e la storia per i “bit”, allora quasi quasi conviene affidarsi a soluzioni analogiche, e quindi stampare. Quantomeno, la protezione dei documenti cartacei e fisici è una questione che si appoggia su secoli di esperienza, non su qualche annetto come i documenti digitali. Ma il suo obiettivo era quello di focalizzare l’attenzione verso una soluzione informatica più completa, che comprende non solo il salvataggio dei dati, ma anche dell’ecosistema che l’ha generato (composto da hardware e software). Questa soluzione, sulla quale stanno lavorando gli studiosi della Carnegie Mellon University di Pittsburgh, potrebbe dare in futuro una risposta più completa al problema. Non sono i bit che invecchiano e diventano illeggibili, ma la separazione degli stessi dal macrosistema composto dai supporti, dai loro lettori, da un file system che può gestirli e indirizzarli.

Il supporto analogico/fisico che sarà molto rivalutato – ne siamo sicuri, e in piccolo saremo anche impegnati nel fare il nostro ruolo – negli anni a venire, ha una sua specifica valenza e anche una sua strategia che non si può circoscrivere banalmente all’essere “la soluzione più semplice per preservare” (in attesa di altro), ma sarà e dovrà essere qualcosa di più prezioso, non la dimostrazione del fallimento del dato digitale. Siamo sicuri che quel volpone di Vint Cerf è il primo a saperlo, ma gli ha fatto molto comodo dare in pasto un osso così succulento ai media per portare avanti il suo messaggio e obiettivo. Anche perché non si può non fare un riferimento e un collegamento all’azienda che – anche solo indirettamente – questo personaggio rappresenta: Google. Questo ci permette di aggiungere un capitolo importante, anzi: fondamentale.

Fotografia e futuro: atto terzo

Il maggiore pericolo per il futuro dei dati (se vogliamo, possiamo parlare di “immagini” visto il contesto e i lettori di questo sito, ma sempre di dati parliamo), non riguarda tanto la questione fin troppo vecchia dei supporti e dei formati che possono diventare obsoleti. Siamo in un’era che già fa a meno dei supporti, i dati circolano liberamente in rete, e la rete si evolve, è viva. Non abbiamo più contenuti che rimangono intrappolati in dischetti o sistemi proprietari. Per assurdo, però, questo ci porta ad un pericolo ancora superiore.

Pensiamoci bene: oggi abbiamo deciso di perdere il controllo dei nostri dati e delle nostre immagini, e le abbiamo affidate a realtà esterne sulle quali non abbiamo alcun controllo (pur pensando di averlo). Stiamo parlando di tutti quei social network, Facebook in primis, che si impossessano di tutta la nostra vita, e noi gliela mettiamo su un piatto d’argento. Recentemente, Tim Cook – Ceo di Apple – ha fatto una dichiarazione molto dura circa questi giganti (Facebook, Google e altri) che sviluppano strategie dove:

Gli utenti che usano questi servizi non sono i clienti, ma il prodotto.

Facebook e altri sono degli immensi database che alimentiamo ogni giorno, ma se domani mattina questi server dovessero spegnersi, dove andrebbero a finire tutti questi contenuti? Sarebbero persi per sempre. E come facciamo a fare in modo che questo non accada? Non possiamo farci nulla, se non salvare questi contenuti in spazi che ci permettono di gestirne l’accesso e il controllo. Non siamo dei clienti, anche perché questi servizi non li paghiamo quasi mai (o se ci sono costi, stiamo parlando di cifre davvero piccole). Ma in realtà paghiamo tantissimo, perché ci trasformiamo in prodotto, e veniamo rivenduti a caro prezzo: il nostro tempo, le nostre idee, i nostri contenuti, le nostre immagini: tutto questo diventa semi per far crescere un mondo dove il nostro unico diritto è quello di poter continuare ad alimentarlo a vita. Ma non possiamo vantare diritti, o reclamare. E se domani dovesse tutto sparire, non avremmo alcuno strumento per poter rivendicare nulla.

Ovvio che lo stesso problema esiste anche con i servizi Cloud (Dropbox, iCloud, Google Drive… eccetera). Qualche tempo fa – esattamente il 19 gennaio 2012 – un famoso servizio chiamato Megaupload (a dire la verità, usato principalmente per la pirateria di contenuti protetti da diritti, come musica, video, foto) dalla mattina alla sera è stato bloccato dall’FBI, e tutti i suoi contenuti sono spariti dalla rete; tanta gente che usava questo sistema per archiviare online i propri files ha perso semplicemente l’accesso e la proprietà dei propri dati.

Abbiamo difeso e difendiamo tutt’ora i sistemi di archiviazione online, ma qui stiamo facendo un discorso più complesso. Il vero problema è che preservare i contenuti di valore che abbiamo in formato digitale è dannatamente difficile, è una professione (che nessuno ci insegna), costa molto. E porta a fare delle scelte, e dei relativi compromessi, nonché usare la testa perché una cosa è sicura: non possiamo salvare tutto. I soli selfies fatti in un’ora nel mondo sono probabilmente di più che tutte le immagini e tutti i documenti che l’umanità ha fatto nei primi mille anni della Storia: i metodi del passato che ci hanno permesso di preservare e portare fino ad oggi alcuni di questi documenti non funzionano più (e quindi anche le soluzioni come quelle della trasformazione/ritorno all’analogico non funzionerebbero, a lungo termine). Se stampassimo tutte le foto pubblicate in 12 ore raggiungeremmo l’altezza del monte Everest, lo mostra questa interessante animazione, che poi ci mostra dove potremmo arrivare conteggiando un anno intero di foto pubblicate sullo stesso social network (di proprietà di Facebook, tanto per rimarcare il pericolo concentrato).

Quello che ci salverà non saranno le scorciatoie, e nemmeno le frasi ad effetto, ma la coscienza, la saggezza, la capacità di separare quello che non possiamo davvero perdere, quello che vorremmo trasferire nel futuro, e quello che possiamo anche affidare ad altri, magari però scegliendo meglio i partners e i servizi. E, tanto per concludere con un consiglio pratico: smettiamo di salvare i nostri files in formati proprietari. Quanta sicurezza diamo ai nostri files Raw, di proprietà delle Case produttrici delle fotocamere? Troppa! E anche la soluzione univesale, quella del DNG che è un formato non proprietario ma che è molto poco popolare e quindi sono molti i software che non lo supportano già oggi. Anche questa è solo una parziale risposta, ma tante piccole risposte generano consapevolezza, che è l’arma migliore per proietterci nel futuro.

Fotografia: © Eugenio Marongiu / Shutterstock

14 responses

  1. MaH?!
    E’ strano, bizzarro e singolare…. questo dubbio atroce ed i pensieri conseguenti sulla fragilità della tecnologia digitale ed anche sull’ultimo tema affrontato del RAW… l’ho sempre espresso in prima persona sin dagli albori della fotografia digitale e dagli albori del dibattito RAW/jpg (personalmente ho sempre scattato in jpg e solo rari casi in cui il contrasto era elevato, jpg+raw) … ed è un pensiero cmq sollevato diverse altre volte dalla platea popolare MA spesso la risposta da ogni parte fu diametralmente opposta a questo articolo.

    Ora arrivano i “guru” ed allora ci si accorge di questa fragilità digitale e del possibile “medioevo”

    Imbarazzante :)

    Saluti Giovanni

  2. Per quanto possa comprendere determinate caratteristiche e meriti progettuali…Mac PC, Canon Nikon, Raw Jpg, Ferrari Lamborghini…a me interessa il risultato.
    Scattare in Raw o jpg è un metodo di lavoro. C’è chi si può trovare bene in un modo chi nell’altro e non mi sento un cretino perchè i miei Jpg fanno schifo, preferisco avere a disposizione un Raw da cui ottengo più facilmente quello che voglio.
    Avete tutti presenti i file Mp3, da qualche mese ho scoperto i lossless Flac, cavolo, una bella differenza.
    Eppure l’Mp3 pesa poco, viene letto da qualsiasi dispositivo, si trova ovunque. Lettore FIIO X1 per file lossless progetto e produzione, beh questa scontata, cinese. Non torno all’Mp3.

    Del problema di far vivere i nostri file se ne sta parlando da tempo e per ora cancellare i file Raw…non riesco, non ce la posso fare. Poi in futuro quando forse ci saranno le idee più chiare ci potrò pensare, tanto è un attimo…click e non c’è più nulla!! HARG solo al pensiero che mal di stomaco :-)

    1. Ciao Flavio. Inmagino che il tuo commento, bella sua parte iniziale sia derivata dal commento di Giovanni, che però ha messo insieme due tematiche, una delle quali non legata al tema in questione: io parlo di durabilità nel tempo e del pericolo di affidarsi a soluzioni proprietarie (nessun sistema di archiviazione seria si può avvalere di un sistema proprietario), mentre nel commento si parla di ripresa e della filosofia di scattare in raw o jpeg. riprendere in raw o jpeg è determinato – come giustamente dici – da una scelta personale e non è “giusto” o “sbagliato” un percorso rispetto all’altro. E specialmente non è una delle due scelte che ci porta ad essere più intelligente (a meno che non ci sia un processo sbagliato rispetto alle esigenze che si hanno…. Ma in questo caso trattasi di non competenza).

      Più complesso il terzo fattore, che non è la ripresa (ognuno fa quello che vuole e che lo fa stare meglio con se stesso), un conto è l’archiviazione nel tempo (e consiglio soluzioni basate su standard non proprietari e molto popolari e adottati da tutti), il terzo fattore è invece la fruizione quotidiana che deve far preferire files di dimensioni non eccessive e facilmente distribuibili per vie digitali. Sono un amante della musica, so bene cosa vuoi dire quando metti a confronto i formati compressi (mp3) e lossless (Flac), ma serve un flusso di produzione e fruizione in grado di percepire la differenza. Le mie cuffie permettono di ascoltare un buon livello di qualità, al tempo stesso ho scelto di avere in Spotify il “mio” modo di ascoltare musica e la musica in streaming non può essere troppo “pesante”, per ovvi motivi. Anche la fotografia ha lo stesso problema: i media sono sempre più a bassa qualità e quindi avete files per l’attività quotidiana che hanno quantità di infoemazione immensamente superiore alla potenzialità dei mezzi sui quali verranno fruiti genera solo complicazioni.

      È un terreno complesso, ostico dal punto di vista culturale. Il 90% dell’uso della fotografia avviene su schermo, eppure si continua ad affidarci a certezze di un’era passata. I monitor mobile non gestiscono il colore, richiedono metodi di esportazione che dipendono dalla loro risoluzione… Tutte cose che non hanno a che fare con il raw. Questo è un settore che ha bisogno di capire davvero i cambiamenti in atto, ma troppo spesso si finisce col parlare e discutere di tematiche sono superate dal presente e che avranno un peso ridottissimo in futuro.

      Bisogna uscire dalla zona di confort, è questo il nostro compito e non certo per creare fastidio :-)

      1. Ciao Luca, erano risposte a più considerazioni di più persone :-)
        Ascolto con attenzione, leggo con attenzione, rifletto, brontolo, provoco e come già successo cambio (vedi per es. l’ultimo in ordine di tempo il sito).
        Questo dei Raw è un boccone che per non riesco ad ingoiare.
        Per quanto riguarda la preparazione dei file per device mobili…esco oggi da un’influenza di una settimana e resto ancora in zona confort post influenza, da domani si esce…
        Buona serata Luca

  3. il paradosso è che e anche se mai abbiamo prodotto tante immagini., il nostro sarà un tempo senza memoria, sia perchè non potremmo più leggere i file prodotti decine di anni fa, sia perchè non sarà possibile fare un editing di miliardi di immagini ancora leggibili per selezionare quelle significative

    1. Roberto, hai centrato il punto… il vero problema non è nemmeno la durata o il formato, ma la quantità di contenuti che stiamo creando. Dovrebbe esserci una legge che limita la creazione di Bit ;-)

      1. La quasi totalità dei contenuti merita l’oblio, c’è solo da sperare che avvenga, piuttosto! ed avverrà, per ragioni tecniche. Di opportunità tecnica (lo faranno avvenire) ma anche di limitatezza tecnica (provate anche solo a leggere CD di dati auto masterizzati 20 anni fa).
        Sono perfettamente d’accordo con l’approccio, che è la mia posizione da sempre (ragione per cui non ho e non avrò un account FB), ma cercare di far ragionare chi ci sguazza è come dire ad un tossico di smettere… è inutile.
        E bravo Luca, riesci sempre a centrare l’essenza dei problemi (ci stava bene un “scripta manent”, come sottotitolo :-)

  4. Mah che dire… non riesco ad avere paura dei formati proprietari.
    Forse sbaglio io ma, se nella cartella d’archivio che decido di tramandare ai posteri, memorizzo anche l’immagine disco del SW che gestisce i files e del relativo OS, un domani posso sempre rileggere il mio file.
    Per l’HW la tecnologia del futuro sarà sempre di più l’uso delle macchine virtuali (tipo Parallel per intenderci).
    Anche se, poniamo per assurdo, Microsoft dovesse sparire (non lo auguro assolutamente) e il mio SW gira sotto Windows, basta che mi setto una bella machina Windows sul mio Mac, la carico e mi leggo i files…
    E se dovesse sparire Mac (me lo auguro ancor meno…), credo che potremmo usare Unix o Linux per fare una macchina virtuale Mac ecc. ecc.
    In questo modo trasmetteremo ai posteri il contenuto (messaggio) e il mezzo (SW e HW anche se virtuale), facendo anche un lavoro di preservazione della storia della tecnologia.
    Del resto, nel mondo dei bit, virtuale è reale e viceversa…
    Penso poi che ci sarà sempre un programmatore (umano o robot) in grado di scrivere qualche riga di codice per interpretare il file.
    Esistono siti dove ci si collega a una macchina virtuale Atari e si giocano i vecchi videogiochi…
    Meglio avere comunque memorizzato da qualche parte un SW freeware in grado di leggere il formato in questione (Gimp ad esempio…).
    Poi Luca, tu che ne sai più di me, se un domani il Joint Photographic Experts Group decidesse di fare qualche scherzo?
    La licenza JPEG è Royalty Free, è diversa da Creative Commons?
    Vuol mica dire che non mi fanno pagare, ma se qualcuno decide di non farmela più usare?
    Non è che devo trasformare tutto in TIFF?
    Che peraltro, leggo su Wikipedia:
    “Il Tagged Image File Format, detto anche TIFF, è un formato immagine di tipo raster sviluppato da Aldus e piuttosto diffuso. Le specifiche del formato erano di proprietà della Aldus, in seguito assorbita dalla Adobe. Ad oggi, TIFF è un marchio registrato dalla Aldus, ma detenuto dalla Adobe.”
    Poi il RAW ha un indubbio vantaggio: man mano che la potenza di calcolo migliora vengono migliorati gli algoritmi di demosaic ecc.
    Quindi se apriamo un RAW di anni fa con uno sviluppatore attuale il risultato è migliore.
    Comunque esistono sviluppatori RAW liberi in rete, ad es:
    http://www.stepok.net/RawImporter.htm
    giusto se avete paura che DPP o View NX2 spariscano…
    Beh scaricatevi la versione file e memorizzatela nel cloud…
    Giusto e se sparisce il cloud?
    Qui sta il punto Luca che, come al solito hai centrato:
    il cloud non esiste, è solo un sito a cui affidiamo tutto.
    Imparate dalle banche: backup fisici in luoghi diversi lontani fra loro.
    A prova di furto e catastrofe (che simultanei è difficile).
    Il cloud per me è un mezzo, non un fine.

    1. Quello che penso, caro Guido, è che nessuno di noi ha idea di quello che succederà tra mille anni, ma di sicuro tutto quello che stiamo (stai, sto, stiamo) dicendo ha un senso molto relativo. Io credo che servano menti più acute e visionarie delle nostre, di poveri mortali, per guardare oltre, e credo che possa essere di aiuto ascoltare o quantomeno riflettere su cosa hanno in mente alcuni personaggi che il mondo lo hanno davvero cambiato. Quello che Vint Cerf ha abbozzato, ovvero l’idea di un archivio che unisce non solo i dati ma l’ecosistema che l’ha generato, nel momento preciso in cui l’ha generato credo che possa avere delle basi molto sensate. Specialmente perché, al contrario di noi, qualcuno potrebbe anche svilupparla dal punto di vista tecnologico questa visione.

  5. L’articolo che è uscito nei giorni scorsi mi sembra “lanciato” nel momento giusto; momento in cui si parla sempre più spesso ti stampa immediata stile polaroid, sarà un caso?
    Non mi aspetto che i miei file arrivino ai pronipoti, mi basta condividerli adesso che sono in vita e posso interagire con chi le vede. In fondo dentro di noi c’è una Vivian Maier, magari avremo la fortuna, non potendone godere, di diventare famosi.

    Di rivoluzioni nel digitale ne abbiamo vissute molte e non credo siano le ultime, chi si ricorda il Tga, poi è arrivato il jpg (nessuno sa quanto durerà…). Un giorno la Macromedia lancia flash che diventa desueto da un giorno all’altro.
    Quante scatole di negativi abbiamo che pensiamo di conservare al meglio e magari tra 15/20 anni scopriremo tutti attaccati insieme.
    Chissà tutti i psd che abbiamo negli hd quanto dureranno, se la Adobe durerà in eterno… Sinceramente non me ne preoccuperei

    Nulla è per sempre ;)
    Viva la vita

    buona settimana

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