In questi giorni, il web è impazzito per colpa di un vestito, o meglio: per il suo colore: alcuni lo vedono blu e nero (e lo vedono giusto), altri bianco e oro (e, ci dispiace, lo vedono sbagliato). Si sono fatte molte discussioni, sono stati messi in gioco scienziati e esperti di oftalmologia, il succo è che i nostri occhi sono ancora un universo tutto da approfondire, ci sono reazioni diverse delle specifiche sezioni dell’apparato visivo (coni e bastoncelli) che si preoccupano dell’operazione della fotoricezione anche e specialmente nelle situazioni della luce ambiente: se si vede questo vestito con delle tonalità bianche e oro, significa infatti che il nostro occhio lavora meno bene in condizioni di luce scarsa (anche una foto sottoesposta ci pone nella condizione di “ricevere poca luce”). Non che sia grave, forse sarebbe meglio parlare del fatto che il vestito è proprio brutto, e qualcuno ha scritto che dall’epoca in cui Monica Lewinsky era una stagista alla Casa Bianca che non si discuteva tanto su un vestito blu…

vestito blu nero bianco oro

Cambiamo discorso, rimanendo sulla stessa tematica: mercoledì verranno discusse alcune tesi che ho seguito come relatore. Una mia studentessa (vai, Giulia!) ha dedicato la sua al creare un libro illustrato di storie su iPad per persone non vedenti. Anzi… anche per persone non vedenti. Anzi… anche per quelle che ci vedono poco. Il percorso di studio e di comunicazione è stato complesso e profondo ed affascinante. La ricerca di questa tesi ha permesso di scoprire le tante funzionalità che sono incluse nel sistema operativo dell’iPad e dell’iPhone per supportare le persone con handicap visivi, sono state analizzate le soluzioni e le app nate per i non vedenti (tantissime!). E’ stato trasferito un messaggio di ringraziamento di un famoso “non vedente”, Steve Wonder, a Steve Jobs per avere creato soluzioni che hanno migliorato la vita delle persone non vedenti.

Terzo tema: l’altro giorno ero in Olanda, e ho fatto una lezione di cinque ore filate parlando in inglese. Peccato che io, formalmente, non parli inglese (in realtà non lo parlo come vorrei, lo parlo meglio di Renzi però!). L’ho detto a questi studenti olandesi, facendo capire loro che la lingua parlata è importante per farsi capire, ma che non è l’unica forma di comunicazione, che ci si può capire in tanti modi: basta essere capaci di comunicare, e ho promesso che avrebbero tutti capito tutto… la promessa è stata mantenuta, è stato un successo e quello che volevo trasmettere è “passato”.

Il nostro mestiere si basa su quello che “si vede”, o almeno questo è quello che abbiamo sempre pensato. La fotografia è un linguaggio visivo, ci si affida agli occhi di chi crea e di chi “fruisce” il successo di questo meccanismo. E’ arrivato il momento di affrontare un argomento importante: la vista non è un elemento che possiamo dare per scontato, e non certo solo perché una percentuale consistente della popolazione mondiale ha problemi visivi (non ci vede, ci vede in modo distorto, ci vede poco). Non c’è cecità peggiore di chi non è capace di guardare.

La nostra cultura è un bombardamento di immagini, e le persone passano più tempo a cercare di evitarle, più che ad assorbirle o a capirle. In una bella intervista Carmen Consoli (tornata con il nuovo disco, come sempre profondo e affascinante) dice:

“Mi sento vecchia, a 40 anni: oggi i fan non vogliono più autografi, solo selfies”.

Viviamo le immagini come trofei, per raccontare di noi, ma troppo spesso non ci soffermiamo a guardare e a cercare di capire quello che ci viene mostrato, se non nella superficie; non si guarda in profondità. E se non si riesce a superare il primo livello dell’informazione visuale, quella che scorre via in una frazione di secondo, allora tutto quello che è il nostro mestiere sparisce e non vale più. Bisogna allenarsi a creare immagini che non solo “contengano 1000 parole”, ma che possano essere trasferite. Come? Abbiamo una proposta di un training che pensiamo sia efficace, ma per farlo, dobbiamo chiudere gli occhi.

Fotografia cieca? Prima della vista, soddisfiamo la forza narrativa!

Per fare una bella fotografia, un bel servizio, un racconto visuale di impatto, prima di tutto va progettato. E’ un argomento molto discusso e consigliato da maestri ed esperti, e non ci sono dubbi su questo elemento. Una storia – anche di una sola foto – deve essere la sintesi di un processo di comunicazione, dove sensibilità e capacità narrativa si fondono con estetica, gusto e stile. Se non si riesce ad unire tutto insieme (solo chi è davvero bravo ci riesce), al primo posto bisognerebbe posizionare il focus su “quello che si vuole raccontare”, mentre l’abitudine dilagante in questo settore sposta l’asse sulle componenti puramente visive, e ancor di più sullo “stile” (siamo sicuri che il “nostro stile” sia così importante, ego personale escluso? E cos’è lo “stile”? Forse un preset di Photoshop, di Lightroom o di un’app dell’iPhone? Oppure usare l’obiettivo a tutta apertura per “avere uno sfuocato plastico”?).

Chiudete gli occhi, e pensate a quello che sta “dentro” una (vostra) fotografia. Non quello che si “vede”, quello che si “sente”, e che si può “ascoltare e leggere”. Quali sono gli elementi che ci devono essere nelle immagini che volete realizzare per riuscire a trasmettere intensità e forza comunicativa? Cosa potete fare per rafforzare queste emozioni/sensazioni? Cercate di non farvi ingannare dagli occhi. E se scoprite che forse quello che volete raccontare solo con gli occhi, se pensate che gli occhi possono essere tratti in inganno (come con il colore del vestito), che gli occhi (e la mente) possono essere distratti allora potete iniziare a pensare che un “fotografo” potrebbe avere anche armi più importanti per catturare l’attenzione e trasmettere un messaggio.

La mia tesista, Giulia, ha usato altri sensi per catturare all’interno del suo “libro illustrato” persone non in grado di “guardare”: udito e tatto (valutate che il vetro dell’iPad è fatto di freddo vetro, e non può trasmettere sensazioni… quindi il tatto è stato sfruttato in modo diverso). Di cosa possono avere bisogno le vostre immagini per comunicare di più e meglio? Valutate che oggi oltre il 90% della comunicazione avviene su un monitor, e quindi le potenzialità di unire alle fotografie suoni, movimenti e altri elementi potrebbe essere una strada perseguibile, ma alla base di tutto c’è un progetto: non illudetevi che unendo “tanti media” sia possibile ottenere una formula più vincente della “semplice” fotografia, perché non è così, anzi: un brano suonato da un’orchestra funziona solo se tutti i suoni si uniscono e si rafforzano, uno con l’altro, e non se uno strumento tenta di sostituire la carenza di un altro, magari sovrastando tutto. Riuscire a fare un contenuto dove vari sensi vengono coinvolti contemporaneamente è molto più difficile, e non è una scorciatoia. Ma è una strada possibile, da valutare…

Quello che vogliamo è che non vi facciate ingannare dai vostri occhi, perché la fotografia è fatta di contenuto, prima che di esperienza visiva. E, in giro, vediamo quasi unicamente foto che si affidano alla struttura visiva, un po’ come gli articoli sul web si riducono a titoli, che sono quelli che attraggono le masse e che non costruiscono però un messaggio completo. Si pensa che sia sufficiente “uscire” allo scoperto, senza capire che questo risultato fa vincere solo i motori di ricerca, non si crea forza, valore e consistenza. Le vostre foto sono “belle” perché c’è una bella faccia o un bel corpo fotografato (madre natura ringrazia)? Perché avete usato un filtro diverso ed originale senza avere cercato di aggiungere un valore al di là della “novità”? Se analizzate una vostra foto e provate a descriverla a parole, cosa riuscite a raccontare? Fatelo, sul serio. Perché se riuscite, descrivendo – come se lo faceste per una persona non vedente – il contenuto visuale e ne viene fuori una storia interessante, vuol dire che avete colpito nel segno. Se, invece, non trovate sufficienti parole per descriverla in modo affascinante, forse il problema è:

  • La vostra foto non è poi così interessante.
  • La vostra foto non racconta una storia.
  • La vostra foto verrà dimenticata tra una frazione di secondo.

Non è grave, se vi accorgete della necessità di lavorare sulla vostra capacità progettuale e narrativa con maggiore impegno, anzi: siete sulla strada giusta! Cominciate da ora: chiudete gli occhi, raccontate a voce quello che volete comunicare, sintetizzate i punti principali, all’inizio su un foglio, analizzate foto davvero eccezionali e cercate di fare altrettanto. Non in pochi secondi, dedicateci un bel po’ di tempo, ad ogni foto, cercare di assorbire quello che è “contenuto” e non solo “quello che vedete”. E scattate meno foto… lo stress del fare click disturba il lavoro di narrazione e di composizione. Tutto questo si chiama Storytelling… un tema a noi caro da tanti anni, e che avremo modo di approfondire a breve, per ora segnatevi in agenda il 30 marzo. Ci muoviamo noi, quindi non sarà a Milano (ma di questo vi parleremo a breve… sappiate che sarà una cosa molto cool).

 

Fotografia © Kaponia Aliaksei / Shutterstock

3 responses

  1. “Non c’è cecità peggiore di chi non è capace di guardare.”

    Questo, a mio parere, caro Luca, è l’argomento più interessante del tuo articolo: la cecità che tocca anche noi che ci definiamo o crediamo “esperti dell’immagine”. Gabriele Basilico indicava quale finalità primaria di chi fa fotografia il saper condividere una certa “sapienza” dello sguardo: farsi educatori e promotori di uno stile, di una modalità diversa di vedere il mondo, più attenta, profonda, che sa scegliere cosa guardare e come. “Guardare il mondo, guardarlo meglio!”. Al riguardo mi viene in mente un quadro splendido di Hopper intitolato “Mattino a Cape Cod” dove è raffigurata una donna nell’atto di protendersi verso ciò che sta contemplando.

    La pratica fotografica, ed ogni altra pratica che conduca la persona ad osservare la realtà in “modo prolungato” (dipingere, disegnare, scrivere…), ha il “potere” di condurre il nostro sguardo oltre le apparenze, oltre le forme esteriori, per “gustare” il sapore delle cose e coglierne il senso più profondo, più vero. L’urgenza fondamentale per tutti, oggi, è accrescere questa sensibilità: recuperare la capacità di sostare sulle cose, di contemplarle utilizzando tutti i nostri sensi per poterne apprezzare l’unicità e la ricchezza.

    Credo e spero sia ancora possibile vivere l’esperienza di una visione profonda, uno sguardo che è capace di “andare oltre” la forma esteriore, il pregiudizio, che non cade nella tentazione di catalogare e definire. Solo così si attiva un contatto diretto tra l’osservatore e ciò che è osservato mentre le percezioni si arricchiscono e si completano vicendevolmente attraverso il coinvolgimento di tutti i sensi.
    Si produce così una esperienza più intensa, capace di lasciare nella nostra memoria una traccia, una sorta d’impronta interiore di quanto vissuto, che è destinata a durare a lungo e che, anche a distanza di tempo, produce in noi un certo piacere fisico e spirituale.
    Allora ci sentiamo più vivi, più partecipi e presenti a noi stessi, sentiamo e capiamo di aver ricevuto in noi qualcosa: non solo un’immagine ma un significato, un senso. Questo ci dà gioia, ci emoziona profondamente.

    C’è una frase bellissima di un filosofo italiano, Giuseppe Pellegrino, il quale dice che il mondo si vede bene solo attraverso degli occhi bagnati di lacrime: se non c’è coinvolgimento, se non c’è cuore, compassione, empatia, se lo sguardo è distaccato, tutta la realtà, col suo mistero e la sua poesia, si banalizza in un concetto, tutto viene valutato semplicemente in funzione delle sua utilità, del profitto.

    Una pratica creativa come la fotografia può rivelarsi un’ottima maestra perché aiuta a guardare il mondo come fosse sempre la prima volta, lo guardiamo meglio, con più attenzione, con stupore. Il fotografo, animato dal desiderio di realizzare un’immagine significativa, è sempre alla ricerca del punto di vista migliore, che valorizzi il soggetto: questo atteggiamento lo può avvicinare alla realtà che vuole raffigurare, alla natura, alle persone, alle loro storie, alle loro vite, gli permette di sentire e non solo di capire!

    Ciao, Battista.

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