In questi giorni sui giornali si è parlato molto del decreto “CieliBui”, una delle tante soluzioni ipotizzate per ridurre una serie di sprechi e quindi per migliorare la situazione economica del nostro Paese. Come sempre, sono state scritte tante cose, molte delle quali senza un’analisi concreta del problema: da un lato chi ha applaudito per l’iniziativa (ogni spreco va evitato, e l’inquinamento luminoso è un problema serio, non solo perché ci impedisce di vedere le stelle), dall’altro chi invece ha gridato contro questa iniziativa, perché potrebbe causare un effetto di depressione collettiva, e anche creare problemi di sicurezza nelle città, già violente, già pericolose quando sono ben illuminate. Il problema, come sempre, è che tutte le iniziative “innovative” non sono semplici, non c’è mai solo un effetto positivo o solo negativo.

Personalmente, non ho visto bene questa proposta, ad istinto e senza analizzarla (analizzandola, poi, ci possono essere motivazioni sensate, specialmente se si va a fondo: da come è stata raccontata sembrava che di colpo saremmo tornati all’era precedente a quella dell’elettricità, alle vie completamente buie, ad un panorama apocalittico o post atomico, come mostrato nei film del genere catastrofico). Alla fine, si tratta – probabilmente – di ridurre l’intensità luminosa, evitare di proiettare Kw di energia luminosa in luoghi che non hanno senso… ed usare il buon senso, che però è raro in questo Paese… e quindi forse è lecito preoccuparsi non tanto delle dichiarazioni, bensì delle sfumature. Però, il lato emotivo ci porta a dire che le città meno illuminate mi piaceranno meno di quelle illuminate. Sarà che il mio mestiere – e quello di gran parte di voi che ci leggete – è fatto di luce e quindi sono di parte, ma mi sembra che in un momento di “oscurità” come quello che viviamo in questo periodo, forse sarebbe più strategicamente utile puntare su risparmi che possano non portarci anche solo ad una sensazione di depressione, su qualcosa che possa non toglierci un po’ di brillantezza; vedere nell’oscurità aiuta a ridurre la paura dell’ignoto che ci avvolge in questo periodo, di vedere “oltre”, di trovare sensazioni luminose. Lo so, sono un romantico, ma credo che chi deve prendere delle decisioni così complesse come quelle del nostro futuro, dovrebbe pensare alle conseguenze non solo “ragionieristiche”, ma anche psicologiche: cerchiamo di togliere qualcosa da un lato, per lasciarci un sorriso dall’altro.

Visto che non sono però solo un romantico, ma cerco anche soluzioni, e visto che non abbiamo in questa sede certo il potere per sovvertire un decreto legge o una decisione governativa, quello che pensiamo è che sia utile dare un segno che possa contrastare con “l’oscurantismo” ed è legato a qualcosa di più luminoso. Qualcosa che affascina, e che però dobbiamo cercare di interpretare nel nostro mondo. Questo elemento di fascino luminoso è legato ad un processo che nell’informatica di consumo sta portando ad un costo sempre più basso dell’hardware, quasi gratuito. Finora l’accesso al mondo digitale è stato in parte bloccato dal costo di accesso: un computer che costa non meno di 500 euro, un tablet che costa non meno di 400 euro, uno smartphone che costa non meno di 300 euro. Se vogliamo, possiamo anche aggiungere: una fotocamera che costa non meno di 300 euro (non c’entra direttamente con l’informatica, ma fa parte del nostro mondo).

Beh, oggi leggevo un articolo interessante, che dice come i computer stiano diventando più economici dei mattoncini Lego, citando le esperienze della piattaforma Arduino e del già noi trattato progetto Raspberry PI, un mini computer grande quanto una carta di credito, acquistabile a poco più che 30 euro. Non so se è più educativo per dei bambini giocare con il Lego o con un computer, e oggettivamente vorrei evitare di trasformare questa in una discussione di carattere pedagogico. Quello che vogliamo dire è che il digital divide è finalmente superabile, in quasi tutti i Paesi del mondo, e sebbene l’informatica non sia certo la soluzione a tutti i problemi del mondo (prima ci mettiamo la sete, la fame, le malattie… eccetera), se diamo la giusta definizione alla parola Informatica, ovvero Scienza dell’informazione, allora il valore di questa evoluzione tecnologica a basso costo diventa davvero qualcosa di importante, di promettente, di luminoso: l’informazione può far crescere la conoscenza, creare difese contro molti dei mali del mondo, ci apre le strade e blocca invece quelle che tendono ad allontanare la democrazia. Non a caso, i Paesi che sono più controllati e dittatoriali hanno grande paura del propagarsi dell’informazione, senza tra l’altro riuscirci (basta un cellulare di vecchia data – non uno smartphone – a Yoani Sanchez per pubblicare sul suo account di Twitter eludendo la sorveglianza governativa). L’informazione, che è fatta di parole, ma sempre e sempre più di immagini (foto e video) può essere veicolata sempre di più, in ogni angolo del mondo, in ogni realtà socio economica, e questo sarà sempre più prezioso ed importante.

C’è un altro aspetto che colleghiamo a questo discorso, e che riguarda un modello di business che non si può certo definire “nuovo”, ma che cresce di importanza e ha come simbolo Amazon. L’azienda-simbolo dell’e-commerce ha dichiarato ufficialmente quello che da sempre si ipotizzava (ma sentirselo dire fa un effetto diverso): dai tablet e ebook reader della famiglia “Kindle”, che saranno tra qualche giorno disponibili nelle loro versioni più nuove anche in Italia (Jeff Bezos è stato in Italia qualche giorno fa), Amazon non guadagnerà “direttamente” un solo dollaro, verranno venduti al costo di produzione. I modelli tablet Kindle Fire HD, da 7 pollici, con schermo a colori, potenti, connessione Wifi, audio Dolby, avranno infatti costi al pubblico a partire da 199 euro, il modello più economico addirittura costerà solo 159 euro. Tranquilli, non vogliamo dirvi di comprarne uno (noi lo abbiamo prenotato, per i motivi che spiegavamo: uscirà appena avremo modo di testarla sul device, la versione Kindle della nostra rivista): diciamo che il modello di business di Amazon è “Vogliamo guadagnare soldi dalle persone quando useranno il Kindle, non quando lo comprano”, e questo significa che il valore passa dall’hardware ai contenuti. Amazon vuole vendere libri digitali, film, musica… e questo aspetto porterà a volere avere il maggior numero di contenuti da proporre, perché è da questi che Amazon farà soldi. La cosa bella, di tutto questo, è che noi tutti produciamo contenuti, e abbiamo un partner che sarà sempre più interessato a rivenderli per noi. Un vero “agente” davvero interessato, che ha messo in campo un sacco di soldi per creare la fascia di utenti, di acquirenti. Il vincolo alla popolarizzazione dei contenuti digitali era la mancanza dei device? Eccoli… arrivano!

Se vogliamo, in questo excursus, andare oltre possiamo leggere questo articolo dal titolo “L’hardware è morto”, dove si parla di una esplorazione nelle vie del commercio dei gadget elettronici in Cina, dove si può comprare un tablet a 45 Dollari, oppure potete dare un’occhiata all’azienda tedesca che ha annunciato un ebook Reader che si chiama Beagle che costerà SOLO 9.90 euro, che userà batterie stilo in grado di garantire un anno intero di lettura senza cambiarle (12–15 libri… considerando che la media italiana è di 1 libro all’anno, queste batterie potrebbero durare 15 anni…).

Insomma, quello che avrà valore, non solo dal punto di vista della cultura, ma anche “solo” del business, saranno i contenuti, e visto che nessuno di noi (poche eccezioni escluse) produce hardware, ma contenuti, è una gran bella notizia, dalle grandi prospettive, di grande impatto per il futuro e di grande potere luminoso. A questo punto, azzardiamo un passo successivo per questa economia basata sui contenuti: sarebbe bello che anche i mezzi per produrre i contenuti potessero essere fruibili sulla base dei contenuti prodotti (e venduti). Pensate come sarebbe bello se potessimo avere fotocamere e obiettivi al prezzo di reale costo, per poi “pagare” la differenza alla casa produttrice sotto forma di percentuale sui contenuti venduti e/o fruiti dal mercato. Se proponessimo questa iniziativa economica alle aziende fotografiche, qualcuno potrebbe anche accettare la scommessa, ma la domanda è: chi dovrà sopportare il maggiore rischio? L’azienda che accetterà di non monetizzare sull’oggetto, ma sulla potenziale vendita del contenuto realizzato con esso, oppure il produttore del contenuto (il fotografo), che rischierebbe di “pagare” troppo l’attrezzatura se la sua capacità di creare e vendere contenuti sarà molto elevata? Difficile capirlo, in anticipo, vero? Per questo, probabilmente, questo modello di business non potrebbe funzionare, ma non per questo può essere relegato in un angolo, tra le cose non utili. Specialmente perché ci permette di interrogarci sul valore di quello che usiamo per il nostro lavoro e anche il valore di quello che vendiamo.

2 responses

  1. Io invece la prima “austerity” la ricordo. Sostanzialmente consisteva

    1) Nell’accensione “uno si uno no” dei neon nella metro n.1 e n.2 di Milano
    2) Nell’accensione dei lampioni tardissimo
    3) — questa la parte migliore — nella “FINE DELLE TRASMISSIONI RAI” alle 22.45. –cosi si poteva ascoltare RadioLussemburgo in onde medie senza il fastidioso ronzio innescato dalle tv accese dei vicini.

    Per quanto riguarda i Kindle, ho preso il Fire HD negli usa due settimane fa, e devo dire che lo schermo e’ ottimo, bellissimo–se qualcuno vuole acquistarlo non faccia l’errore di risparmiare due soldi a prendere la versione non HD.

    Anche le foto vengono visualizzate meravigliosamente (per non dire del fatto che quando lo si accende la prima volta (gia’ personalizzato) “esso” chiede se deve importare le foto da…da….non ricordo se flickr o facebook…in ogni caso, le inserisce direttamente nella Cloud Amazon per consultazione da tablet.

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