Il vinile è il grande successo nel settore della musica, lo dichiarano i dati, per esempio quelli riportati dalla FIMI (Federazione Industria Musica Italiana), che segnalano che in un settore “tutto digitale”, la crescita del vinile ha proporzioni che si attestano ad oltre il 54% in media mondiale, e in Italia questa crescita (2014 rispetto all’anno precedente) è stata ancora superiore.

Il fascino del vintage invade un po’ tutto, perché si ricercano valori più profondi, per combattere una dispersione culturale, e una sensibilità per i dettagli, che inevitabilmente (sembra) sono legati a quello che possiamo toccare e avere tra le mani. La fotografia, ovviamente, non è lontana da tutto questo, anzi: è proprio al centro del fenomeno, e la strategia dei fotografi professionisti sembra non accorgersene completamente. Certo, conosciamo tanti fotografi che cercano di impreziosire, agli occhi delle persone, il proprio ruolo inventando teorie (e, ahimè, anche cercando di trasferirle come insegnamento) sul fatto che per fare delle belle foto “digitali” bisognerebbe sapere come si scattava su pellicola, come si sviluppava con i trattamenti chimici, come si stampava. La confusione, spesso voluta (ma qualcuno ci crede davvero mentre lo dichiara) è quella di identificare in un trattamento chimico fisico le competenze (culturali, tecniche, espressive) che servono per fare delle buone / ottime fotografie. Il fatto che Photoshop, che i sensori, che gli obiettivi che usiamo oggi derivino in larga parte dalla storia (senza dubbio è così), non richiede che sia necessario partire dal come si stendeva la gelatina sul supporto della pellicola, quello che conta è sapere “cosa si faceva” in termini di resa, di effetti, di cultura visiva (e di cultura, punto).

Tornare alla produzione “tradizionale”, al “passato” non è un percorso “di qualità” (il digitale non può essere più messo in dubbio), ma di marketing. Le persone amano i prodotti che rispondono a schemi e culture “vintage”; questo vuol dire che si possono vendere, ad un prezzo più alto. Il fotografo che si sente superato (specialmente nel settore della fotografie per privati, ma anche in qualche attività/lavoro con e per clienti) perché “tanto tutti ormai con un cellulare fanno quello che vogliono) può aprire un orizzonte di proposta molto raffinata ed esclusiva, in cui il fascino dell’analogico può davvero fare la differenza.

Abbiamo preso in prestito il titolo di questo articolo da un post che abbiamo trovato qui, e che parla di un esempio (ma qui ne faremo altri) di uso di un processo che unisce sia il digitale (ripresa) con una delle tecniche di riproduzione più antiche e preziose al mondo, la serigrafia. Dell’autore si può dire tutto, meno che sia un “nostalgico”, si tratta di Michael Rosenblum, fondatore di CurrentTV, ex presidente del NY Times TV, esperto di ripresa 360 gradi e VR che racconta come ha realizzato con soddisfazione delle fotografie ad altissima risoluzione con una Hasselblad digitale, ritratti che poi ha deciso di stampare ad altissima qualità usando appunto la serigrafia. Il prodotto finale è un quadro, di altissimo valore (emotivo e… commerciale), viene percepito come il frutto di un processo artistico/artigianale di altissimo profilo, e proposto con eleganza, raffinatezza e intelligenza può trovare un riscontro notevole.

La sensazione è però quella che ogni dettaglio, se ben raccontato, spiegato e promosso per toccare emozioni forti di un pubblico che cerca (o nemmeno sa di cercare, ma che sa riconoscere e ne rimane coinvolto) qualcosa di veramente speciale, può dare un risultato positivo. Bisogna trovare il giusto equilibrio, anche in funzione del pubblico che ci possiamo permettere di raggiungere. Qui di seguito, vi riportiamo alcune cose interessanti, tutte legate alla realizzazione di progetti fotografici e video che possono essere offerti a diversi prezzi, ma che possono permettervi di proporre voi e il vostro lavoro in modo più originale, e in linea con questa logica del “Vinile fotografico”.

1) Fate una foto con un libro.
Un bellissimo progetto che propone di usare una fotocamera che esce come un pop-up da un libro. L’autrice, l’artista Kelli Anderson, ha pensato a questa idea che si ricollega al passato, che propone di usare non pellicola ma carta fotografica bianco e nero, da “caricare” ovviamente al buio, e poi da sviluppare in camera oscura. Ovviamente, si usa la tecnica del foro stenopeico, e ancora più ovviamente, visto che la carta da stampa è “negativa” (diventa scura nelle zone chiare, e viceversa) quello che otteniamo è un’immagine negativa… che rovina un po’ tutto il processo, perché per avere l’immagine positiva è necessaria una scansione/fotografia che poi viene “invertita”, con una normale funzione di Photoshop o similare.
Ovvio, stiamo parlando di un giochino, ma potreste comunque vendere la stampa “Originale” (che è la matrice, unica, come il negativo originale) con abbinata la foto digitale da usare ovunque (Social e compagnia). Il libro/fotocamera si può preordinare qui, costa 29 dollari con l’aggiunta della spedizione in Italia si arriva a 41 dollari (meno di 40 euro). Di sicuro sarà divertente proporla come soluzione…

2) La fotografia analogica fa “rumore”.
A volte non ci pensiamo, ma le emozioni arrivano anche da molti fattori che non valutiamo. Per esempio, i suoni, i rumori. Oggi abbiamo fotocamere digitali che simulano i suoni degli otturatori, perché di fatto l’elettronica non fa rumore, e questa assenza di percezione rende tutto più “freddo”. Robert Marshall ha deciso di sintetizzare, in un video, i suoni dell’intero processo di produzione di un trattamento fotografico tradizionale, usando i suoni. Emozionante, simpatico, ma ci deve far pensare: a volte anche i rumori e i suoni sono nostri alleati!

The Sound Of Film from Robert Marshall on Vimeo.

 

filmomatheader

3) L’invenzione della “macchina per sviluppare”
Fa un po’ sorridere, perché questo simpatico tedesco ha di fatto “inventato” nel 2015 il minilab, strumento che quasi è scomparso dal mercato. Ma se si smette di sorridere, si può anche pensare che sia una “genialata”, sempre nell’ottica dell’offrire un prodotto che strizza l’occhio al marketing, e non certo alla produttività (ci sono centinaia di laboratori che lo fanno molto bene, e a prezzi molto contenuti). Il progetto è quello di uno strumento che permette lo sviluppo automatizzato per ogni tipo di pellicola, da un rullino 35 mm bianco e nero ad una diapositiva 5×7 pollici (13×18 cm), viene spiegato in questo articolo, (se volete la versione originale della spiegazione in tedesco, cliccate qui). Si parla di una cifra attorno ai 2000 euro per questa macchina, poi bisogna valutare cosa costerebbe l’acquisto della chimica (e se potrà essere acquistata in piccoli lotti).

4) Guardare oltre le dimensioni tradizionali
E’ parecchio che collaboriamo con aziende che si occupano di sistemi di stampa per grandi formati e per applicazioni speciali. Per esempio, i sistemi Hp Latex che possono stampare davvero su mille tipi di materiali, ma specialmente possono creare “prodotti” finiti che contengono le vostre fotografie. Qualche esempio:
a) Quadri (di qualsiasi formato e su qualsiasi tipo di materiale)
b) Oggetti di design e arredamento (tavoli, sedie rivestite, mobili, frigoriferi: ogni oggetto può essere rivestito)
c) Tappezzerie: una parete intera con vostre immagini: avete mai pensato di proporre questo tipo di prodotto?

Certo che sono oggetti costosi, ma … se qualcuno ve li compra vi tirate indietro? Certo che possono richiedere competenze di installazione, ma potrete chiedere aiuto a chi vi stamperà questi prodotti (magari all’inizio non comprerete una stampante/plotter, ma vi appoggerete a dei fornitori esterni, ma in futuro magari deciderete di cambiare completamente la vostra visione e diventare totalmente “makers”).

5) Guardando indietro (anche su Jumper)
Spesso diamo dei segnali di tendenze… ma magari quando lo scriviamo non è il momento giusto, forse eravamo “troppo avanti”, forse tra le mille cose alle quali pensare, ci si dimentica e non si ricorda. Visto che più di un anno fa abbiamo scritto un articolo che mostrava studi americani che stavano addirittura recuperando tecniche antiche crediamo che sia un link da riproporre in questo contesto. Leggete, perché è davvero affascinante.

Kodak Super8

6) Super 8 che torna
Una delle novità già interessanti del CES2016, l’evento per eccellenza dell’elettronica di consumo, ci ha raccontato che Kodak ha deciso di tornare a calcare la strada della pellicola… non nella fotografia, ma nell’immagine in movimento. E’ in arrivo una nuova “cinepresa”, che userà la pellicola, sarà Kodak a gestire il processo di sviluppo. Fa sorridere, ma anche queste sono strade che possiamo decidere di lasciare da parte con un sorriso, o usare con una logica di puro marketing (esattamente come lo sta facendo Kodak).

Come vedete, sono tante le sfaccettature, e l’abbinata intelligente di vintage, marketing, coraggio, e capacità di comunicazione sono e saranno la chiave per aprire una delle tante porte che il mercato ci sta proponendo, e che forse abbiamo solo paura (o si fa fatica) di attraversare.

3 responses

  1. Bella la sviluppatrice, mi sembra una valida evoluzione della JOBO ATL 1500 che usavo una ventina di anni fa per sviluppare E6 / 220 quando ero in viaggio in locations esotiche dal bagno di un hotel o di una nave … :-)

  2. Beh… 15 o più anni or sono, nel pieno della inutile fuorviante diatriba fra fotografi pro pellicola e fotografi pro digitale, lo dicevamo: “la pellicola e la fotografia chimica non moriranno mai, come non è morta la pittura, ma diventeranno qualcosa di particolare e prezioso”.
    Io personalmente dichiaravo che era sbagliato identificare la pellicola ciribiribì con la “vera” fotografia, in quanto la fotografia è nata con lastrine di metallo, acidi, collodio, ecc.
    Sono nato fotograficamente sviluppando e stampando il B&N, ma prediligo il digitale, la sua immediatezza, la possibilità di manipolarlo infinite volte con rapidità.
    Ritengo che tutto ciò che ho studiato, praticato e insegnato di fotografia chimica mi dia una visione molto più ampia della fotografia.
    Ma sono assolutamente d’accordo: non serve partire dall’età della pietra per studiare la storia della tecnologia.
    Come mi insegnarono al corso di storia della storiografia all’università: il valore dello studio della storia (anche della storia della tecnologia) sta nell’identificare ciò che serve sapere del passato per relativizzare il presente.
    A chi inizia a studiare fotografia e a chi la pratica già, ricordo due grandi frasi (mi si passi l’accostamento non proprio in linea con un atteggiamento accademico classico): “siamo nani ma salendo sulle spalle dei giganti vedremo più lontano” (Abelardo) e “think different” (Steve Jobs – Apple).
    Saliamo sulle spalle della pellicola quando serve e cerchiamo di vedere lontano e in modo diverso.
    Avanti tutta Luca !!!

Comments are closed.