I selfies uccidono (anche il mestiere dei fotografi)

Morire di selfies

Il fenomeno dei selfies lo conosciamo tutti: le persone amano fotografarsi, e non essere “semplicemente” fotografate. E quando lo permettono (farsi fotografare) vogliono comunque avere il controllo della regia; di fatto, desiderano braccia più lunghe, e si affidano ad altre braccia più lontane, ma non a menti e occhi diversi. Camminando per le vie del centro, questa attività è davvero evidente, nelle piazze dei principali monumenti si è passati dallo scansare i piccioni allo scansare le persone che si immergono in un mondo in cui esistono solo loro, il loro smartphone e la loro inquadratura ideale, e ci vengono addosso perché la loro realtà è virtuale, o aumentata e noi – esseri umani passanti – non siamo stati inclusi, siamo semplici invasori, stalker del loro campo visivo.

I selfies uccidono: lo dice un report che segnala che dal 2011 al 2017 sono morte 259 persone per “uso indebito” dei selfies . La media delle persone coinvolte in questa tragedia è di circa 23 anni, il 72.5% sono uomini e i casi sono stati denunciati principalmente in India, Russia, Stati Uniti e Pakistan. Non fa parte di questa triste lista la coppia che qualche giorno fa è deceduta (lo riporta AP ma ovviamente è stata ripresa poi ovunque sul web e sui social). Moorthy (30 anni) e il marito Vishnu Viswanath (29 anni), indiani che vivevano in California sono caduti da un burrone di circa 300 metri al Yosemite National Park mentre scattavano dei selfies. Il tutto per una disattenzione, ma anche per un approccio maniacale all’attività di riprese “adrenaliniche” che sembra essere stata la causa della loro morte. Ovviamente, il tema selfies si incastra con l’altra abitudine, sempre più comune, della pubblicazione sui social, che non è più da tempo una semplice segnalazione di esperienze vissute e condivise con gli amici, ma come una – si può dire malsana, in questo caso più del solito – illusione di notorierà, fama e soldi facili che il meccanismo dei followers, delle sponsorizzazioni, dell’essere “Influncer” ha innescato come una bomba esplosiva nella mente di giovani e meno giovani. Le immagini “fatali” scattate in questo caso, dovevano finire qui: TravelCreatives❤️Minaxi+Vishnu (@holidaysandhappilyeverafters), per la “felicità” di 25 mila followers (non sappiamo quanti erano prima della tragica notizia, probabilmente molti meno). Questi ragazzi facevano l’occhiolino ai possibili sponsor, dove per esempio qui segnalavano con un PS che la maglietta indossata da Moorthy non era “sponsored “ ma di uno specifico brand (taggato). Non ci sono riusciti, non hanno avuto il tempo di farlo, non hanno capito che non era quella la strada giusta.

Si muore di illusione, ancor più che di selfies: tutti sperano di fare una bella vita, e inseguono questo sogno: faccio foto, che attraggono un pubblico, che mi fanno apparire migliore e desiderabile, dimostro di fare una vita bella, che genera desiderio di essere seguito, i numeri dei fan aumentano, io divento un media, le aziende mi riempiono di soldi per sponsorizzare sul mio “media” i loro prodotti. E’ successo, succede… ma così come da sempre solo pochi diventano attori di fama, cantanti osannati, abitanti della casa del Grande Fratello, rapper invidiati… anche in questo campo le illusioni uccidono, si cerca di estremizzare perché è più facile trovare un istante di attenzione nell’eccesso che non in un percorso più profondo.

Ora si parla di queste morti, ed è sempre troppo facile banalizzare: sono casi, la violenza della notizia genera conclusioni e analisi banali, perché anche questa attività fa parte del circo della vita: si vuole apparire intelligenti, non solo belli e desiderabili e persone che vivono esperienze memorabili e adrenaliniche, e si commette lo stesso errore: i leoni della tastiera, come li canta la brava Levante, ma che è un termine che ormai è da anni comune, e cu cui vi consigliamo il documentario del Guardian, ovviamente in inglese (se avete difficoltà con questa lingua potete leggere un commento ben scritto qui, in italiano, pubblicato dalla piattaforma Prismo che purtroppo ha interrotto la sua attività un anno fa). Scrivere di queste morti da selfie, commentandole con falsa saggezza e superiorità e farlo invece usando esattamente gli stessi meccanismi che generano il fenomeno ovvero cercare di fare le cose semplicemente, puntando ad immagini e conclusioni affrettate, non è utile e non aiuta a far riflettere. C’è qualcosa di più complesso, servono persone in grado di farlo bene, e quindi non possiamo sperare di salvare un mestiere legato alla comunicazione e ai contenuti (fotografi, giornalisti, scrittori, videomaker) se non si è disposti ad andare più in fondo, più in profondità.

 

 

Una volta eravamo noi gli “influencer”. Una frase che abbiamo ascoltato durante un evento dedicato all’editoria di qualità, a Londra la settimana scorsa, dove eravamo come ogni anno presenti. Si parlava di “riviste”: erano le riviste, una volta, i veri “influencer”, quei canali in grado di “influenzare”, provocare, stimolare, far riflettere. Poi è successo qualcosa: le riviste hanno inseguito i desideri del mercato, delle aziende, della pubblicità; sono diventate meno libere, meno “pensanti”, meno trasgressive, e si sono svuotate. Chi cercava riferimenti, per ispirarsi e per voler essere influenzati, ha guardato oltre e ha trovato il fenomeno dei blog (quelli originali, quelli bravi, ai quali oltre quindici anni fa abbiamo dedicato un’iniziativa editoriale chiamata BlogBook), e poi l’esplosione degli influencer su Instagram e su altri canali. Non si muore solo perché qualcuno ci uccide, ma perché decidiamo di suicidarci, l’arma che ci colpisce mortalmente è la mancanza di guardare oltre, il credere che nulla cambia, che sono gli “altri” a non capire, e non noi. Oggi le riviste cercano di risuscitare e, sempre a questo evento, era interessante vedere che le “grandi riviste” finalmente sembrano accorgersi, almeno a livello internazionale, che serve fare “grandi riviste” e non solo dire di farle, per competere con i tanti che oggi progettano e realizzano piccoli gioielli che sono i figli di quella passione e senso concreto per un prodotto che deve trasmettere emozione, storie, contenuti e non solo markette e odiose banalità. Ma questa storia e questa evoluzione non riguarda solo le riviste… ma anche voi che state leggendo.

Una volta, come le riviste, erano i fotografi che scattavano fotografie per influenzare e raccontare storie. Ora, di colpo sembra che quasi tutti abbiano abdicato, le loro armi potenti sono arrivate nelle tasche e nelle mani di tutti, la forza di poter trasformare un’immagine in una storia che illumina emozioni e che fa spiccare il volo (le leggende della cameriera fotografata che diventa poi una modella famosa, uno scatto che genera attenzione e tendenze) non hanno più bisogno di canali esclusivi (le copertine dei giornali e riviste, la Tivù, i cartelloni pubblicitari), anzi: basta una pagina su Facebook o su Instagram, e vince chi ha più utenti, chi sa come spostare l’attenzione delle masse. Oggi non conta la storia che abbiamo scritto, quello che si è fatto, importa quello che si fa oggi. Ma questo non vuol dire che tutti debbano seguire la strada della massa, anche perché non si diventa famosi e meritevoli di attenzione usando le formule che funzionano, perché i meccanismi/ingredienti che portano al successo non sono gli stessi che abbiamo davanti agli occhi. Mentre tutti – milioni e milioni di persone – inseguono la facilità e gli estremi, copiano i trucchi di chi oggi è sulla cresta dell’onda – chi vuole ancora avere un ruolo in questo mondo deve pensare a come reinventare quello che dovrà essere e non quello che “è stato”, e non certo scimmiottare male i fenomeni già evidenti a tutti. C’è una rivoluzione da fare, ancora una volta, e le rivoluzioni sono complesse, dure, portano dolore, scelte estreme. Bisogna essere capaci di mettersi alle spalle tutto e di ripartire senza quella garanzia e sicurezza che forse abbiamo costruito in tanti anni. Ma così come forse siamo riusciti a costruire qualcosa di importante e di forte, possiamo ripartire e rigenerarci. Ma se ci facciamo condizionare dal mondo che abbiamo attorno, che ci dice che non serviamo più, allora giù da quella rupe del Yosemite National Park potremmo finirci noi, e anche se non ci accorgiamo del quanto sia sbagliato farlo, al quanto sia inutile rischiare per ottenere un debole “wow”, e sarà solo evidente la caduta e l’inevitabile tragedia. Serve una mappa da seguire, per questa rivoluzione, sarebbe bello disegnarla insieme.