Don Draper, il personaggio centrale di Mad Men, pubblicitario che cerca nuove idee.
Un po’ come noi tutti?

La fotografia è un regno, ormai, senza monarca. Detto fuori dai denti, questa è una cosa positiva: perché dovremmo avere un re che ci dice quello che dobbiamo fare? In realtà, c’è un lato che potrebbe essere comodo (e lo è stato, in passato): che dall’alto, in teoria, ci potrebbe non solo dire quello che dobbiamo fare, ma si dovrebbe preoccupare di noi, plebe, in modo da poterci far sopravvivere. Senza controllo, senza una direzione (criticabile quanto si vuole, unicamente basata sul vantaggio del re e della sua corte, ma pur sempre direzione), alcuni di noi potrebbero sentirsi persi, ed è quello che a volte si percepisce nel dialogo con questo settore che ha perso negli anni i punti di riferimento.



Una volta c’erano i clienti. I nostri re erano le aziende che ci commissionavano i lavori, gli editori che facevano le riviste, i clienti diretti che ci chiedevano i ritratti dei bambini e le foto nelle cerimonie, le agenzie di pubblicità (piccole o grandi), le agenzie stock. Ora, questi “re” non ci sono più, o sono spompati. Specialmente perché loro, ormai senza trono, cercano qualsiasi strada possibile per sopravvivere, e chi ci fa le spese siamo noi, la plebe, che dipendeva da un loro gesto di magnanimità. Un esempio eclatante lo abbiamo segnalato l’altro giorno qui: quando un grande editore si guarda nelle tasche e le vede vuote, si dimentica che forse una parte del suo successo passato deriva dal lavoro di eccellenti fotografi, ma da “creativi”, da “risorse” diventiamo “spese da tagliare”.

Oltre ai clienti, una volta c’erano le aziende del settore che ci facevano, se non da “re”, quantomeno da “mamme”. Non mi toglierò mai dalla mente una frase di un importante manager di Kodak che, all’inizio dell’evoluzione digitale, in Photokina, ci aveva detto: quest’anno non vengono a chiederci quali sono le novità dei prodotti, ci chiedono dove “dobbiamo andare“. Col senno di poi, spero che non abbiano ascoltato quello che, all’epoca, l’azienda gialla diceva che sarebbe stato il futuro: Kodak la seguito la strada del re che ha dovuto salvare il proprio regno decidendo di dimenticarsi dei propri “sudditi”, semplicemente ha girato le spalle per occuparsi di altro, sapendo bene che questo avrebbe ridotto dimensioni e ruolo della società. L’altro giorno Canon ha annunciato che non sarà presente al PMA, preferendo il CES (fiera di elettronica): anche questo è un segno dei tempi, che in realtà ben condividiamo: che senso hanno le fiere di fotografia, quando il mercato dei prodotti fotografici è perfettamente e totalmente integrato nel mondo più allargato di quello dell’elettronica? Se è “scoppiato” un fenomeno come lo SMAU, che si è richiuso nelle strette pareti del settore “professionale”, perché il mondo consumer dell’informatica non significa solo “computer”? Quello che dobbiamo capire è che la fotografia (quella che è fatta di macchine fotografiche, stampanti, eccetera) non è separata dai televisori, dal software, dai gadgets… e quindi viva il CES, e lasciamo alle fiere di settore il compito (se ci riescono) di dedicarsi ai mercati super verticali, guadagnando credibilità e uscendo dal facile meccanismo del “mercato”, facendo cultura: tra qualche settimana ci sarà la nuova edizione di “Fotografica”, per esempio, intelligente evento che mette in prima fila la cultura e la passione per la fotografia, non i prodotti che pur essendoci (è appunto un evento Canon) diventano corollario piacevole ed interessante, ma non il centro dell’interesse.

Siamo soli: evviva l’anarchia. Possiamo fare tutto quello che vogliamo per disegnare il nostro futuro. Non dobbiamo subire la dittatura o anche solo le decisioni di un re: possiamo fare, nei limiti del lecito, quello che vogliamo. In questo stato di libertà, dove nessuno ci comanda, ma nemmeno ci orienta, ci troviamo a volte senza la capacità di scegliere la strada, non abbiamo un TomTom che ci dice che strada prendere. La nostra evoluzione ci impone di trarre vantaggio da questo momento storico: non ci sono soluzioni preconfezionate, non ci sono leggi, non ci sono obblighi. Siamo responsabili del nostro successo o del nostro insuccesso, non possiamo nemmeno prendercela non nessuno. Non abbiamo un ruolo definito, se non nei preconcetti della nostra cultura o della nostra mente, ma sono cose passate.

A pensarci bene, questo è splendido, ma lo stiamo vivendo (molti di noi, non tutti… per fortuna) come un limite, quasi quasi ci diciamo che era meglio quando era peggio, quando per pochi denari accettavamo di essere quello che forse non ci sentivamo di essere. Ora la contrazione del mercato, la mancanza di figure guida invece ci stanno lasciando la possibilità di essere “esattamente” quello che vorremmo essere. Ovvio che dobbiamo scontrarci con la realtà dei fatti, con la nostra competenza, con la nostra capacità di essere davvero quello che vogliamo essere, ma questo pone l’unico limite dentro di noi, non all’esterno. Conosciamo bravi fotografi che, non trovando lo spazio in Italia per la loro creatività, hanno deciso di trasferirsi: why not? Bisogna avere un dannato coraggio, ma il coraggio e la fiducia in se stessi non si trovano all’esterno, non si comprano, non ci cadono come concessione o come decreto legge: sono dentro di noi. Ne conosciamo altri che hanno deciso di spostare l’asse dell’attenzione su altri dettagli, e di essere quindi riferimento di nuovi modi di intendere la fotografia. Ieri ho visto la prima puntata di un telefilm chiamato Mad Men, che parla del mondo dei pubblicitari negli anni ’60. Si discuteva della “problematica” delle sigarette diventate di colpo prodotti “non sani” agli occhi di tutti e quindi era impossibile usare la comunicazione pubblicitaria che ne enfatizzasse lati salutari positivi. Alla fine, l’idea, geniale, del pubblicitario più sagace, è stata quella di evitare totalmente l’argomento “salute” che nessuno avrebbe più potuto cavalcare e quindi diventava un problema per tutti, e ha cambiato il punto dell’attenzione, parlando di “tostatura”. Le LuckyStrike erano meglio perchè il loro tabacco era “toasted”. Non so se rendo l’idea… spero di si: il futuro sta nel trovare una strada nuova, e per riuscirci bisogna essere sul campo, guardarsi attorno, essere costantemente aggiornati su tutto quello che succede, specialmente nelle sensazioni.

Malgrado tutte le difficoltà, che non coinvolgono solo “voi”, ma tutti noi (quindi noi compresi), abbiamo deciso di investire sforzi enormi per la nostra minuscola realtà, e di monitorare quello che succede, condividendola con voi tutti. La strada da trovare richiede molto sforzo, molti pensieri, una visione globale, non si può rimanere alle opinioni e agli atteggiamenti del passato, quando c’erano i re (clienti, aziende, tendenze) che ci mostravano o ci chiedevano e noi facevamo, e ci sembrava che questa “obbedienza” ci portava la felicità, oltre che i soldini per la sopravvivenza. Se volete davvero avere una visione (parziale, ma appassionata) di quello che succede, delle vere tendenze (avete sentito parlare di Augmented reality? di Multitouch interface, siete in attesa di sapere quello che verrà raccontato a Max che si apre domani… oppure nemmeno sapete cosa sia Max?), allora avete bisogno di un aiuto. Noi non possiamo essere certo re di nessuno, e nemmeno vogliamo esserlo. Siamo solo dei piccoli “Hobbit” che escono dal villaggio per la curiosità di voler scoprire quello che succede, lì fuori, e poi provano a raccontarvelo: non più solo una volta alla settimana, ma ogni giorno. Chiedici come, te lo spieghiamo…Ovvio che non è sufficiente (non abbiamo il potere di cambiare il mondo…), ma è comunque un aiuto, speriamo utile.



17 responses

  1. —–e pensa che il peggio deve ancora venire. Io penso seriamente al suicidio ……. Ti abbraccio Ando

  2. —–e pensa che il peggio deve ancora venire. Io penso seriamente al suicidio ……. Ti abbraccio Ando

  3. Caro Luca, sono molto felice che tu ti senta così “libero”, senza re, il bicchiere mezzo pieno ecc. ….
    Io, francamente, avrei fatto a meno di queste crisi epocali; servono sicuramente come stimolo x cercare nuove strade, nuove forme espressive ecc. ecc. …. tutto quello che ti pare, ma quando viene messo in dubbio il mio lavoro e tutto ciò che ho costruito (ne parlo anche solo come mezzo di sostentamento, non come espressione di una creatività ecc.)è per me molto difficile essere ottimista e ammiro il tuo, di ottimismo.
    Comunque meglio ottimisti che suicidi, per cui …. avanti, a combattere.
    Nunzio

  4. Caro Luca, sono molto felice che tu ti senta così “libero”, senza re, il bicchiere mezzo pieno ecc. ….
    Io, francamente, avrei fatto a meno di queste crisi epocali; servono sicuramente come stimolo x cercare nuove strade, nuove forme espressive ecc. ecc. …. tutto quello che ti pare, ma quando viene messo in dubbio il mio lavoro e tutto ciò che ho costruito (ne parlo anche solo come mezzo di sostentamento, non come espressione di una creatività ecc.)è per me molto difficile essere ottimista e ammiro il tuo, di ottimismo.
    Comunque meglio ottimisti che suicidi, per cui …. avanti, a combattere.
    Nunzio

  5. Il digitale ha, secondo me, operato una metamorfosi nei diversi linguaggi espressivi, fotografia compresa. L’evoluzione non è stata solo tecnologica.

    Se, come afferma McLuhan , il fatto che attraverso un solo codice, quello matematico-binario, si traducano tutti i possibili linguaggi, significa che scrittura, suono e immagine vivranno in una stretta simbiosi.

    Percio’ piu’ che verso la fotografia pura il mio pensiero è ora orientato verso la multimedialità, verso un prodotto che si articola su piu’ livelli, con diversi linguaggi espressivi..e lo trovo molto stimolante.

    Mi sembra che la fotografia pura, quella stampata, faccia fatica a sopravvivere scissa da altre forme di espressione. Può essere una spiegazione del perchè Canon quest’anno non partecipa al PMA mentre sara’ presente al CES.

    Con questo non volgio assolutamente dire che la fotografia e’ morta o non abbia più ragion d’essere, ma solo che il linguaggio delle immagini si sta evolvendo.

    Mi chiedo percio’ se si puo’ parlare ancora di fotografia per le nuove forme ibride che sono nate dall’evoluzione digitale, o se bisognera’ trovare nuovi concetti che esprimano le nuove forme di espressione, protesi della fotografia analogica.
    Maria

    Maria

  6. Il digitale ha, secondo me, operato una metamorfosi nei diversi linguaggi espressivi, fotografia compresa. L’evoluzione non è stata solo tecnologica.

    Se, come afferma McLuhan , il fatto che attraverso un solo codice, quello matematico-binario, si traducano tutti i possibili linguaggi, significa che scrittura, suono e immagine vivranno in una stretta simbiosi.

    Percio’ piu’ che verso la fotografia pura il mio pensiero è ora orientato verso la multimedialità, verso un prodotto che si articola su piu’ livelli, con diversi linguaggi espressivi..e lo trovo molto stimolante.

    Mi sembra che la fotografia pura, quella stampata, faccia fatica a sopravvivere scissa da altre forme di espressione. Può essere una spiegazione del perchè Canon quest’anno non partecipa al PMA mentre sara’ presente al CES.

    Con questo non volgio assolutamente dire che la fotografia e’ morta o non abbia più ragion d’essere, ma solo che il linguaggio delle immagini si sta evolvendo.

    Mi chiedo percio’ se si puo’ parlare ancora di fotografia per le nuove forme ibride che sono nate dall’evoluzione digitale, o se bisognera’ trovare nuovi concetti che esprimano le nuove forme di espressione, protesi della fotografia analogica.
    Maria

    Maria

  7. Sono sotto la cinquantina e mi sento troppo giovane per suicidarmi. Ritengo la tecnologia binaria e la rete delle risorse e non degli ostacoli. La storia dell’uomo ha avuto ciclicamente delle crisi epocali. Sono nato in una città che da sempre ha fornito risorse umane al settore dei trasporti marittimi e ricordo la fine dei grandi liners transatlantici periti sotto i colpi del più rapido mezzo aereo. Persone orgogliose che contribuivano a far navigare navi-mito si ritrovavarono da un momento all’altro senza lavoro. Tutta la città iniziò a tremare, poi mano a mano quasi tutti trovarono una nuova strada sia nel proprio settore che in altri settori. Gli unici che rimasero “a terra” furono quelli che non vollero accettare che i tempi erano cambiati. Ecco questa è la strada. Prendere coscienza che è finita un’epoca e che bisogna raccogliere la nuova sfida, anche se una parte del mondo fotografico continua nell’esercizio del piangersi addosso. La lucida analisi di Luca, a cui faccio i complimenti , deve essere uno stimolo a trovare una nuova strada per la professione nel terzo millennio.

  8. Sono sotto la cinquantina e mi sento troppo giovane per suicidarmi. Ritengo la tecnologia binaria e la rete delle risorse e non degli ostacoli. La storia dell’uomo ha avuto ciclicamente delle crisi epocali. Sono nato in una città che da sempre ha fornito risorse umane al settore dei trasporti marittimi e ricordo la fine dei grandi liners transatlantici periti sotto i colpi del più rapido mezzo aereo. Persone orgogliose che contribuivano a far navigare navi-mito si ritrovavarono da un momento all’altro senza lavoro. Tutta la città iniziò a tremare, poi mano a mano quasi tutti trovarono una nuova strada sia nel proprio settore che in altri settori. Gli unici che rimasero “a terra” furono quelli che non vollero accettare che i tempi erano cambiati. Ecco questa è la strada. Prendere coscienza che è finita un’epoca e che bisogna raccogliere la nuova sfida, anche se una parte del mondo fotografico continua nell’esercizio del piangersi addosso. La lucida analisi di Luca, a cui faccio i complimenti , deve essere uno stimolo a trovare una nuova strada per la professione nel terzo millennio.

  9. E’ ovvio che il tema sia caldo, ma comincerei anche a pianificare un certo ritorno a regime. Intendo dire che anche un eccesso di analisi e riflessione alla lunga possono risultare nocivi, instillando in ciascuno la sensazione di una provvisorietà permanente che rende difficile trovare serenità e concentrazione.

    E’ più un sommesso pensiero a voce alta che una affermazione perentoria; tuttavia ho la sensazione netta che i nuovi equilibri che si vanno delineando non obbediscano a dinamiche senza fine. Certi cambiamenti non sono reversibili. Certe sforbiciate non troveranno rimpiazzi. Il mercato che ci spartiremo sarà definitivamente meno opulento. E la gran parte dei giochi oramai è fatta, la griglia di partenza è quasi definita.

    Nell’ottimismo di Luca, che condivido appieno, non mi sembra ci sia l’illusione che le cose possano tornare come prima. C’è al contrario la prova della vitalità creativa di chi ama surfeggiare tra le sfide di un mondo che cambia in fretta. Chi scrive ad esempio ha beneficiato in modo tangibile dal rimescolamento di carte, raggiungendo, grazie anche alle nuove tecnologie, clienti che un tempo potevano essere appannaggio solo di grandi studi. Se una volta per esaudire certe esigenze di velocità dovevi metterti in casa un laboratorio, oggi può bastare una connessione internet. In un certo senso la capacità individuale nuda e cruda riconquista uno spazio un tempo riservato solo a chi poteva disporre di mezzi tecnici faraonici.

    Ma ripeto, oramai la situazione è forse più delineata di quanto appaia a molti, specie a quelli che confidano che con la fine della crisi economica tutto tornerà rose e fiori. Ecco: questa è l’unica cosa nella quale un malfondato ottimismo può rivelarsi pericoloso. Quando le nebbie della crisi si diraderanno, i clienti avranno esigenze e riferimenti diversi rispetto a qualche anno fa; si guarderanno intorno, e sceglieranno chi gli sembrerà davvero moderno.

  10. E’ ovvio che il tema sia caldo, ma comincerei anche a pianificare un certo ritorno a regime. Intendo dire che anche un eccesso di analisi e riflessione alla lunga possono risultare nocivi, instillando in ciascuno la sensazione di una provvisorietà permanente che rende difficile trovare serenità e concentrazione.

    E’ più un sommesso pensiero a voce alta che una affermazione perentoria; tuttavia ho la sensazione netta che i nuovi equilibri che si vanno delineando non obbediscano a dinamiche senza fine. Certi cambiamenti non sono reversibili. Certe sforbiciate non troveranno rimpiazzi. Il mercato che ci spartiremo sarà definitivamente meno opulento. E la gran parte dei giochi oramai è fatta, la griglia di partenza è quasi definita.

    Nell’ottimismo di Luca, che condivido appieno, non mi sembra ci sia l’illusione che le cose possano tornare come prima. C’è al contrario la prova della vitalità creativa di chi ama surfeggiare tra le sfide di un mondo che cambia in fretta. Chi scrive ad esempio ha beneficiato in modo tangibile dal rimescolamento di carte, raggiungendo, grazie anche alle nuove tecnologie, clienti che un tempo potevano essere appannaggio solo di grandi studi. Se una volta per esaudire certe esigenze di velocità dovevi metterti in casa un laboratorio, oggi può bastare una connessione internet. In un certo senso la capacità individuale nuda e cruda riconquista uno spazio un tempo riservato solo a chi poteva disporre di mezzi tecnici faraonici.

    Ma ripeto, oramai la situazione è forse più delineata di quanto appaia a molti, specie a quelli che confidano che con la fine della crisi economica tutto tornerà rose e fiori. Ecco: questa è l’unica cosa nella quale un malfondato ottimismo può rivelarsi pericoloso. Quando le nebbie della crisi si diraderanno, i clienti avranno esigenze e riferimenti diversi rispetto a qualche anno fa; si guarderanno intorno, e sceglieranno chi gli sembrerà davvero moderno.

  11. A conferma di quello che dice Sante, sarei dell’opinione di cambiare il termine “crisi” con “cambiamento”. Non siamo in periodo di crisi, sono solo cambiate le cose, in tutto il mondo. Possiamo sognare nel ritorno al passato solo in periodo di revival, in uno show televisivo condotto da qualche vecchio presentatore. Ma i cicli del vintage non si misurano in mesi, ma in decenni, e comunque – anche qualora tornassero all’insegna dei “bei tempi” avranno la vita di una stagione, prima che un nuovo vintage ne prenda il posto. Quello che serve per vivere ogni giorno, invece, è capire che, visto che le cose sono cambiate e non sono solo banalmente in crisi, dobbiamo cambiare anche noi.

  12. A conferma di quello che dice Sante, sarei dell’opinione di cambiare il termine “crisi” con “cambiamento”. Non siamo in periodo di crisi, sono solo cambiate le cose, in tutto il mondo. Possiamo sognare nel ritorno al passato solo in periodo di revival, in uno show televisivo condotto da qualche vecchio presentatore. Ma i cicli del vintage non si misurano in mesi, ma in decenni, e comunque – anche qualora tornassero all’insegna dei “bei tempi” avranno la vita di una stagione, prima che un nuovo vintage ne prenda il posto. Quello che serve per vivere ogni giorno, invece, è capire che, visto che le cose sono cambiate e non sono solo banalmente in crisi, dobbiamo cambiare anche noi.

  13. “L’uomo che semina vento raccoglie tempesta”.
    Non c’è niente di peggio che cercare capri espiatori dei propri stessi errori.

    Viviamo in un paese dove la libertà spesso viene confusa con l’anarchia e il dovere con il diritto. Quindi i risultati non possono essere che distruttivi.
    Il forte individualismo e la riluttanza a seguire le regole sono state e sono ancora fonte di guai per molti italiani, di qualsiasi categoria essi pensino di appartenere.
    È lo stesso motivo che ha creato le condizioni in merito alla liquidazione di Grazia Neri e l’anonimato dichiarato, da parte di tutti gli editori, sulle opere fotografiche (argomenti trattati sulle ultime due edizioni di Jumper).

    Chi desidera, davvero, trovare una corsia di emergenza non deve analizzare questi casi con il senno del fotografo. Questi sono avvisi per imprenditori e vanno risolti come tali.
    Non c’è speranza per chi non ha fede. Nemmeno per quelli che rientrano nel branco solo al momento dei pasti.
    Si erano presentate delle opportunità, in passato (dopo la crisi del ’93), che ci avevano messo in allarme, che ci avevano dato speranza ma, solo se avessimo contato sulla forza associativa (escludendo ogni tendenza politica), ovvero sulla capacità di stimare e rispettare i nostri colleghi ma non solo; anche i nostri clienti, i nostri fornitori i nostri “tutti”.
    Ma, alla fine si è rivelato tutto come il mal di denti. Arriva di notte e ci fa giurare che la prima cosa che faremo sarà andare dal dentista ma, al mattino,
    quando il dolore se né andato pensiamo ad altro.
    •C’erra una volta il GADEF (c’è ancora!). Era una vera potenza perché essendo riuscito a riunire univocamente tutte le agenzie fotografiche italiane, era riuscito a far capire agli editori il valore delle immagini che essi utilizzavano.
    •C’era una volta l’AFIP e il SIAF che avevano ottenuto, a loro volta, riconoscimento dalle agenzie del Gadef che, in molti casi, non pagavano i diritti ai fotografi.
    •Hanno dimostrato parità professionale, tecnica e creativa tra i fotografi del “nord” e quelli del “sud” insegnando loro che le regole possono essere fonte di vita e di rigenerazione.
    •Sono state le uniche associazioni fotografiche professionali con un codice deontologico. Che pochi fotografi hanno letto e applicato.
    Abbiamo avuto dei “Re” che hanno dato parte della loro vita, professionale e privata, per dare conoscenza, immagine e onore alla nostra categoria.
    Ma poi, come è successo, quando uno pensa di saperne a sufficienza sputa su tutto e se ne va per i fatti propri.

    Non prendiamo d’esempio la pubblicità (le sua tecniche o le sue strategie).
    La pubblicità lavora sull’effimero e sul vano. Dobbiamo invece cominciare o ricominciare a comunicare. La comunicazione si basa esclusivamente sulla capacità di porsi nei termini degli altri. E ne abbiamo veramente bisogno.
    Abbiamo insegnato a fare, continuamente, auto analisi proprio per evitare corse fuori pista o con compagni sbagliati.
    Qualcuno invoca libertà. Ma l’unica libertà che ci manca è quella spirituale e mentale che ci permetterebbe di giudicare cose, fatti e “re” con perspicacia e discernimento.

  14. “L’uomo che semina vento raccoglie tempesta”.
    Non c’è niente di peggio che cercare capri espiatori dei propri stessi errori.

    Viviamo in un paese dove la libertà spesso viene confusa con l’anarchia e il dovere con il diritto. Quindi i risultati non possono essere che distruttivi.
    Il forte individualismo e la riluttanza a seguire le regole sono state e sono ancora fonte di guai per molti italiani, di qualsiasi categoria essi pensino di appartenere.
    È lo stesso motivo che ha creato le condizioni in merito alla liquidazione di Grazia Neri e l’anonimato dichiarato, da parte di tutti gli editori, sulle opere fotografiche (argomenti trattati sulle ultime due edizioni di Jumper).

    Chi desidera, davvero, trovare una corsia di emergenza non deve analizzare questi casi con il senno del fotografo. Questi sono avvisi per imprenditori e vanno risolti come tali.
    Non c’è speranza per chi non ha fede. Nemmeno per quelli che rientrano nel branco solo al momento dei pasti.
    Si erano presentate delle opportunità, in passato (dopo la crisi del ’93), che ci avevano messo in allarme, che ci avevano dato speranza ma, solo se avessimo contato sulla forza associativa (escludendo ogni tendenza politica), ovvero sulla capacità di stimare e rispettare i nostri colleghi ma non solo; anche i nostri clienti, i nostri fornitori i nostri “tutti”.
    Ma, alla fine si è rivelato tutto come il mal di denti. Arriva di notte e ci fa giurare che la prima cosa che faremo sarà andare dal dentista ma, al mattino,
    quando il dolore se né andato pensiamo ad altro.
    •C’erra una volta il GADEF (c’è ancora!). Era una vera potenza perché essendo riuscito a riunire univocamente tutte le agenzie fotografiche italiane, era riuscito a far capire agli editori il valore delle immagini che essi utilizzavano.
    •C’era una volta l’AFIP e il SIAF che avevano ottenuto, a loro volta, riconoscimento dalle agenzie del Gadef che, in molti casi, non pagavano i diritti ai fotografi.
    •Hanno dimostrato parità professionale, tecnica e creativa tra i fotografi del “nord” e quelli del “sud” insegnando loro che le regole possono essere fonte di vita e di rigenerazione.
    •Sono state le uniche associazioni fotografiche professionali con un codice deontologico. Che pochi fotografi hanno letto e applicato.
    Abbiamo avuto dei “Re” che hanno dato parte della loro vita, professionale e privata, per dare conoscenza, immagine e onore alla nostra categoria.
    Ma poi, come è successo, quando uno pensa di saperne a sufficienza sputa su tutto e se ne va per i fatti propri.

    Non prendiamo d’esempio la pubblicità (le sua tecniche o le sue strategie).
    La pubblicità lavora sull’effimero e sul vano. Dobbiamo invece cominciare o ricominciare a comunicare. La comunicazione si basa esclusivamente sulla capacità di porsi nei termini degli altri. E ne abbiamo veramente bisogno.
    Abbiamo insegnato a fare, continuamente, auto analisi proprio per evitare corse fuori pista o con compagni sbagliati.
    Qualcuno invoca libertà. Ma l’unica libertà che ci manca è quella spirituale e mentale che ci permetterebbe di giudicare cose, fatti e “re” con perspicacia e discernimento.

  15. Al di la di ottimismi e pessimismi, mi sembra che la questione richieda “un di più” di approfondimento. Non tanto sul versante tecnologico, che mi sembra ben presidiato, almeno nelle varie situazioni che proponte, ma sul versante dell’analisi dei sistemi di produzione.
    Se di cambiamento si tratta, e credo che ce ne siano pochi dubbi, non credo che il futuro di questa come di altre professioni, dipenda solo dalla volonta individuale. Certo, il singolo deve capire come muoversi in questo panorama, fare ciò che é nelle sue possibilità per meglio esserci, ma il web se risolve tanto non risolve tutto (ad esempio il proprio posizionamento relativo alla territorialità non é questione di solo web).
    Un sistema produttivo non é solo fatto di singoli individui che si organizzano da soli, vuoi per gli investimenti che sono richiesti in molti casi, per l’ottimizzazione dei processi produttivi, per le sinergie possibili, per l’accesso al credito, ecc, ecc.
    Dicendo questo sto guardando al sistema poduttivo. Certo é che il singolo la può sfangare allegramente se ha idee, forza, soluzioni e altro ancora.
    Insomma, la risposta tecnowebbiana é assolutamente da seguire e da praticare, ma non credo sia sufficiente per questa professione.
    L’ho messa giù come un affermazione, ma in realtà é una domanda.

    Rispondendo anche in parte a maria, sui linguaggi…(a proposito mi ricordi dov’è che McLuhan dice quella cosa…non me la ricordo) aggiungerei che nella loro analisi il contesto/canale va considerato altrattanto e forse più della sua natura (digitale/analogico). Nei linguaggi audiovisivi é da mo che le trasformazioni tecnologiche sono arrivate, ma il fatto che viene fruito sempre nell stesso scatolotto, in contesti analoghi e con quelle funzioni lo fa percepire in qualche modo identico. E’ sempre cinema, é sempre televisione, e la uso per quello. Il cambiamento non dipende solo da fattori tecnologici, ma anche dalle pratiche d’uso sociali e culturali dei linguaggi e dei prodotti derivati. Se faccio una mostra per la citta con stampe digitali, per le persone quelle sono fotografie esattamente come quelle analogiche, non foss’altro perchè sono stampate. Per questo credo che i cambiamenti di questa professione come detto sopra non siano solo una faccenda di tecnologie.
    a presto,
    marco

  16. Al di la di ottimismi e pessimismi, mi sembra che la questione richieda “un di più” di approfondimento. Non tanto sul versante tecnologico, che mi sembra ben presidiato, almeno nelle varie situazioni che proponte, ma sul versante dell’analisi dei sistemi di produzione.
    Se di cambiamento si tratta, e credo che ce ne siano pochi dubbi, non credo che il futuro di questa come di altre professioni, dipenda solo dalla volonta individuale. Certo, il singolo deve capire come muoversi in questo panorama, fare ciò che é nelle sue possibilità per meglio esserci, ma il web se risolve tanto non risolve tutto (ad esempio il proprio posizionamento relativo alla territorialità non é questione di solo web).
    Un sistema produttivo non é solo fatto di singoli individui che si organizzano da soli, vuoi per gli investimenti che sono richiesti in molti casi, per l’ottimizzazione dei processi produttivi, per le sinergie possibili, per l’accesso al credito, ecc, ecc.
    Dicendo questo sto guardando al sistema poduttivo. Certo é che il singolo la può sfangare allegramente se ha idee, forza, soluzioni e altro ancora.
    Insomma, la risposta tecnowebbiana é assolutamente da seguire e da praticare, ma non credo sia sufficiente per questa professione.
    L’ho messa giù come un affermazione, ma in realtà é una domanda.

    Rispondendo anche in parte a maria, sui linguaggi…(a proposito mi ricordi dov’è che McLuhan dice quella cosa…non me la ricordo) aggiungerei che nella loro analisi il contesto/canale va considerato altrattanto e forse più della sua natura (digitale/analogico). Nei linguaggi audiovisivi é da mo che le trasformazioni tecnologiche sono arrivate, ma il fatto che viene fruito sempre nell stesso scatolotto, in contesti analoghi e con quelle funzioni lo fa percepire in qualche modo identico. E’ sempre cinema, é sempre televisione, e la uso per quello. Il cambiamento non dipende solo da fattori tecnologici, ma anche dalle pratiche d’uso sociali e culturali dei linguaggi e dei prodotti derivati. Se faccio una mostra per la citta con stampe digitali, per le persone quelle sono fotografie esattamente come quelle analogiche, non foss’altro perchè sono stampate. Per questo credo che i cambiamenti di questa professione come detto sopra non siano solo una faccenda di tecnologie.
    a presto,
    marco

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