Chi, nel futuro, diciamo tra vent’anni, si ricorderà dei fotografi? Prima di rispondere, date un’occhiata al video che pubblichiamo qui sotto: è divertente, perché mostra le reazioni di un gruppo di bimbi di fronte alla loro prima esperienza con una fotocamera a pellicola. Le loro faccine sono buffe, ma fanno riflettere se approfittiamo della situazione per cercare di capire cosa ne sarà di noi, in futuro. Avevo scritto “tra cent’anni”, ma poi ho pensato che a nessuno – se non per curiosità accademica – interessa quello che succederà tra 100 anni, saremo tutti morti a quell’epoca. Tra vent’anni, invece, no… o almeno ce lo auguriamo. Molti che ci leggono saranno ancora in attività (quale?), altri in pensione (quale?) ma saranno ancora legati al loro passato.

Possiamo dire, con serenità, che non è certo stata la pellicola a fare i fotografi, è stato solo un mezzo. La creatività, l’arte, la sensibilità (parola utile per giocare con i controsensi) non erano dentro i sali d’argento. Lo sappiamo tutti, anche se poi sentiamo molti che dicono che “… se non conosci i processi fotografici tradizionali non sarai mai un buon fotografo”. E’ una frase che si appoggia su un amore per il passato, e anche su un processo di apprendimento che si basava su degli step fondamentali, dove però la “pellicola” in quanto tale c’entrava ben poco, se non che era l’unico mezzo per riprodurre una fotografia. Questi step erano (e sono) la capacità compositiva, la percezione della luce e della sua forza comunicativa e “pittorica”, il workflow tecnico di una riproduzione di tonalità e colori rispondenti alle esigenze dell’autore (non necessariamente corrispondenti alla realtà).

E’ questo un flusso formativo che non si usa più (quindi in parte giustifica le dichiarazioni qui sopra espresse), ma non per colpa dell’assenza della pellicola, ma per assenza di cultura e per troppa fretta di voler vedere i risultati. Se la tecnologia ci avesse dato a disposizione da subito dei sensori, le meravigliose storie scritte dai grandi fotografi del passato sarebbero state identiche (e, per molti versi, diciamolo, anche tecnicamente migliori: la presenza della pellicola si nota per i suoi difetti – se vogliamo affascinanti, ma pur sempre difetti – non per le sue qualità).

Cosa sarà dei fotografi, tra vent’anni? Ci saranno, secondo noi, due categorie:

    1) Quelli che non ci saranno più

    2) Quelli che ci saranno, eccome, e avranno un ruolo importante.

Oggi, siamo in un periodo storico davvero brutto, perché di transizione. C’è ancora bisogno di tecnica specialistica, in molti campi, ma sempre più la tecnologia sopperisce alla conoscenza e ci lascia in disparte. Al tempo stesso, molte delle aree che prima richiedevano un lavoro “da professionisti”, oggi è realizzabile con sufficiente qualità (spesso anche eccellente) con mezzi semplici e amatoriali, e da persone non esperte. Quello che sembra rimanerci è un campo dove ci sono poche speranze di sviluppo: investiamo tanto in conoscenza, in attrezzature, e sappiamo già che tanto tra qualche mese o tra un anno ci saranno soluzioni molto più alla portata di tutti.

Certo, non è tutto perduto, per fortuna: di lavoro ce ne è ancora tanto (ancora un po’…), ma non possiamo domandarci cosa succederà di noi tra 5, 8, 10… 20 anni. Non esiste business model che possa proseguire serenamente e solidamente senza una previsione di almeno 5 anni. Il futuro è alle porte (date solo per citare un esempio, un’occhiata qui) e non possiamo subirlo sperando di poterlo bloccare. Tra qualche anno, ci guarderanno strano non solo perché una volta usavamo le pellicole ma perché ci ostiniamo a chiamarci “fotografi” in un mondo in cui tutti sono fotografi.

Cosa fai per vivere? Il fotografo!

Cosa fai per vivere? Mangio

Fa ridere? No, lo sappiamo che non fa ridere, ma non vogliamo essere dei comici. Mangiare è un’esigenza che permette di (soprav)vivere, ma non è una professione; il rischio è che accadrà per i fotografi, con la differenza che se non sarà “una professione” non permetterà nemmeno di (soprav)vivere.

Dove dobbiamo rivolgere la nostra attenzione, per vivere (e magari anche “vivere bene”) ora, tra cinque anni, tra vent’anni? Non sulla parola “fotografia”, perché:

1) La fotografia è una tecnica, e le tecniche si evolvono

2) Perché oggi (lo diciamo sempre) la fotografia è ormai una fusione tra immagine fissa, immagine in movimento, animazione, interazione, media. Questo vuol dire che non si può parlare solo di fotografia.

La strada è quella di saper raccontare storie. Con le immagini, con le emozioni, scrivendole con gli strumenti che abbiamo a disposizione (e che avremo in futuro), o che potremo dominare. Dalla sua nascita, l’essere umano ha avuto bisogno di raccontare ed ascoltare storie. Il nostro ruolo è quello di raccontarle, di renderle vive, trasferibili, memorizzabili, archiviabili, proteggibili. E quasi sempre, le storie più belle sono quelle che hanno a che fare con le persone. Lo dice Sebastião Salgado (se vi siete mai domandati come si pronuncia, ecco un audio registrato dal sottoscritto al volo… non si può citare un nome così importante sbagliando la pronuncia!!) nel film “Il sale della Terra” che Wim Wenders ha realizzato insieme al figlio di Salgado, Juliano Ribeiro (qui non ho messo la pronuncia audio, ma è meno grave se sbagliate!), e di cui qui sotto presentiamo il trailer in italiano (noterete che la voce narratrice sbaglia drammaticamente la pronuncia del nome del fotografo LOL).

Dove scoprire il futuro del fotografo?

Quali sono gli strumenti per garantirci questo futuro di professionisti della narrazione visuale? Alcune strade sono facili, anche se richiedono tanto sforzo: leggere, guardare, ascoltare e… capire perché delle storie funzionano più di altre. Vi passiamo qualche riferimento di libri che, secondo noi, vi potrebbero portare sulla strada giusta:

Workers Futuro fotografo storytelling(Sebastião Salgado) – visto che ne abbiamo parlato, e che la versione con la copertina flessibile non è un costo elevato.

 

 

 

Futuro fotografo storytellingSeen behind scene. Forty years photographing on set. (Mary Ellen Mark). Spesso, vivere quello che sta “dietro le scene” è un percorso molto stimolante e formativo.

 

 

 

Futuro fotografo storytelling

Magnum stories

Sono solo tre esempi, che volutamente abbiamo cercato in un ambito molto tradizionale. Quel mondo che è nato con la pellicola, ed è diventato grande non certo grazie alla pellicola.

 

 

Se poi sentite l’esigenza di fare di più, di crescere sul lato della narrazione visuale, allora forse potrebbe esservi utile dare un’occhiata ai corsi che abbiamo preparato, con nuove modalità: non giorni prefissati, da organizzabili in funzione delle vostre esigenze e anche direttamente presso il vostro studio.

Ci sono corsi individuali, di gruppo, aziendali e molti di questi corsi riguardano proprio la narrazione per immagini (visual Storytelling). Sono oggi i corsi più evoluti in Italia (li facciamo da tanti anni, ma non sono “ripetuti”: questo mondo si evolve, come abbiamo detto, e quindi ogni corso che facciamo propone qualcosa in più e di più “aggiornato”). Questa è la filosofia della JPM Academy, dateci un’occhiata e richiedeteci il corso che serve a voi, quando volete e dove volete.

19 responses

  1. Ciao Luca
    oggi ti sento veramente biblico o meglio esegeta nel ricongiungere Vecchio e Nuovo Testamento, per chi come me ha rovinato mobili famigliari con acidi di sviluppo e fissaggio, improvvisando camere oscure in camera da letto. Certo il futuro è ADEGUAMENTO; pellicola camera oscura, camera in chiaro digitale….. l’importante è fermare il momento per trasmettere qualcosa di personale che possa diventare universale.

  2. Ciao Luca
    Oggi voglio permettermi una provocazione: come ho avuto già modo di scrivere qua su jumper se ( o quando) smetterò di fare questo mestiere il mondo non sentirà la mia mancanza, questo mi spinge a cercare ogni giorno stimoli che rendano la mia attività emozionante anche per me, perché per quello che faccio e per come lo faccio se mi diverto lavoro meglio ed ho maggiore ispirazione.
    Piuttosto che pensare alla figura del fotografo tra 20 anni mi capita spesso di chiedermi se avrò ancora voglia di fare questo tra tutto questo tempo, se potrò decidere cosa mettere a fuoco dopo lo scatto avrò ancora voglia di fare questo mestiere?
    Se non avrò bisogno di decidere quando scattare perché tirerò fuori le immagini da un flusso video vorrò fare ancora questo mestiere?
    Non parlo da una posizione sicura, ogni anno lotto per arrivare alla fine con i conti a posto, non sono certamente arrivato e dubito che mi sentirò mai arrivato ma so che se dovessero venire a mancare certe cose della mia professione potrei anche annoiarmi e viverla come se fossi un operaio in catena di montaggio, con tutti gli svantaggi di gestire un’attività, in questo caso penso sarebbe meglio mollare tutto e cercarsi un lavoro da dipendente.
    Quindi tra 20 anni vorrò ancora fare il fotografo?
    Sto lavorando per fare in modo che la mia risposta a questa domanda sia un si.
    Buona serata

    1. Ale, è una filosofia che capisco, apprezzo e che riconosco come anche mia. Avendo un po’ di anni più di te, ti dico però che a un certo punto si inizia a far fatica, si è stanchi, si cercano anche delle sicurezze e solidità. Ed entra in gioco la visione più a lungo termine, basata non solo sull’istinto del momento ma anche sulla programmazione. Quello che mi sento di dover dare è un consiglio in questo senso, so che senza programmazione e visione a media distanza ci si può far male. Accettalo come un consiglio di un vecchio che nemmeno è diventato saggio, ma che cerca di non far sbagliare gli altri :-))

      1. I tuoi consigli sono sempre ben accetti, anche quando esprimi concetti che non condivido, altrimenti non tornerei a visitare questo sito così spesso!
        Su questo argomento poi hai sicuramente ragione ma a volte mi diverte provocare

    2. Condivido…appunto la voglia se ne sta andando progressivamente e credo che tra vent’anni sarò molto più appassionato, sempre che avrò i mezzi di sostentamento per sopravvivere, a cucinare la pizza o a fare qualche lavoro di falegnameria …con le mie mani…credo che quel pezzo di legno da me lavorato costruito o riparato racconterà molte piu storie ai miei nipoti, se ne avrò, delle mie fotografie che invece le nuove generazioni avranno buttato o disciolto nella tecnologia che ormai fagocita tutto impietosa della vita delle donne e degli uomini.
      Un saluto a tutti

      1. ….forse sarebbe ancora piu interessante riuscire a pensare chi lo sa davvero tra 500 anni…molto piu in là quando davvero la parola FOTOGRAFO non esisterà più ..se qualche studente di qualche università che a quel tempo sarà chissà come ci farà una tesi di laurea magistrale sulla figura del fotografo nata nella rivoluzione industriale e scomparsa nel 2100…chi lo sa come se la immagineranno, chissà se qualcuno vorrà studiarci su questa figura che non esiste più e susciterà motivo di interesse alla stessa stregua di altri mestieri scomparsi tipo il ” casellante ferroviario” il falegname, o il cuoco perchè è probabile che a quel tempo sarà scomparso anche quello magari sostituito da una malefica app …e allora sarà proprio il caso di dirlo …meglio non esserci Ciao ancora

  3. Buona sera Luca è la prima volta che scrivo anche se ti leggo da molto tempo
    Sono un fotografo di 66 anni, fra 20 anni non ci sarò certamente più, sono tante le cose che mi passano per la mente, mi sono presentato come fotografo perché lo sono da più di 40. Sicuramente sono stato fortunatissimo perché ho vissuto con questa passione
    che è stata anche il mio lavoro. Ho iniziato con il bianco nero poi il colore poi con il digitale poi basta, adesso sono tutti fotografi le immagini alla portata di tutti. La massa vedo che non fa più distinzione tra una bella immagine ed uno scatto qualunque.
    Non guarda più la luce , l’espressione di una persona, la composizione, il taglio, cose che vengono da una lunga esperienza e da una grande passione.( ho il diploma di Maestro d’ Arte e prima di fare il fotografo ho lavorato come illustratore e pittore).
    La cosa che più mi delude è che oramai il fotografo viene paragonato ad una lattina di coca dove meno costa meglio è, anzi se uno prima di un servizio cerca a lungo, ma non troppo, trova pure chi glielo regala. Sono arrivato alla pensione e non dovrebbe più interessarmi ma la passione è ancora tanta.
    Sicuramente niente sarà più come prima.

    1. Grazie Bruno per avere scritto, e per il fatto che ci leggi da molto tempo. E, ancor di più, per la tua passione. E’ un bene prezioso e sempre più raro. Un caro saluto. Luca

  4. Luca, come sempre i tuoi articoli sono interessanti e soprattutto stimolanti! E penso che il nostro lavoro esisterà finché lo vorremo noi. Ci sono professioni “antiche” che ancora esistono e spesso “ritornano di moda” per il semplice gusto nostalgico di rivivere certe emozioni che magari non abbiamo mai vissuto ma che, semplicemente, ci hanno raccontato. Il problema più grosso che oggi dovremmo porci è “come conservare il nostro lavoro”… Io archivio, faccio backup costantemente e soprattutto STAMPO, perché gran parte del decadimento nella nostra professione, a mio avviso, è nella perdita di desiderio di STAMPARE anche da parte di fotografi, soprattutto NEOFotografi… Ed il processo scatto-sviluppo-stampa, non è cosa da/per tutti… per cui come si diceva in un simpatico film comico IL COMMISSARIO LO GATTO: se vuoi conoscere l’assassino, devi prima capire chi era la vittima… e di fOTOGRAFI vittime ne conosco un bel po’!!! :)

  5. direi che la fotografia è un linguaggio, un modo di comunicare più che una “tecnica”: questo sposta di molto il problema.
    Ci sarà ancora chi ha qualcosa da dire. Altrimenti rischiamo di scambiare il pennello e i colori per la Gioconda o un blocco di marmo di Carrara per la Pietà di Michelangelo.
    La tecnica, come dici giustamente, la fanno le macchine per noi ( lo dico ma non ci credo del tutto).

  6. Tra 20 anni, tra 100 anni, un Poeta scriverà Poesie, un Musicista comporrà Musica, un Cuoco cucinerà Prelibatezze, un Fotografo farà Fotografie…
    Che il mezzo sia una matita, una penna stilografica, una biro, una macchina da scrivere, un computer, un dittafono, quello che conta e conterà saranno i contenuti, i messaggi, le storie, le sensazioni che si riesce e riuscirà a trasmettere.
    Auspico che nell’Immagine ci sia finalmente un po’ di Cultura, per riuscire, appunto, a distinguere gli scarabocchi dalle Poesie. E’ quello che dovremmo cercare di fare tutti noi, piuttosto che blaterare di tecnologie e mondi virtuali.

    1. Nel diritto di pensiero e di opinione di tutti, anche “blaterare di tecnologie e mondi virtuali” ha un valore pari a qualsiasi poesia, musica, fotografia o piatto prelibato. Non c’è giudice che possa dire davvero cosa è poesia e cosa sono, invece, parole buttate al vento.

        1. La vera cultura trova il suo spazio e la sua essenza laddove non necessita di essere sbandierata e invocata. Così come l’arte, il sapere, la conoscenza, la saggezza. Non esiste Cultura con la C maiuscola, così come non esiste quella con la c minuscola, se non nella mente di qualcuno che si considera così colto da poterla distinguere, cadendo così in un difetto, molto umano, ben più grave: la presunzione che blocca il dialogo e quindi la propagazione della cultura stessa.

    2. condivido in pieno quanto hai scritto Beppe, i mezzi cambieranno, finchè avremo qualcosa da dire… io credo piuttosto che tutti avranno qualcosa da dire,anche chi in realtà non ne ha… e in una saturazione di contenuti, sarà difficile “scovare” qualcosa di davvero interessante.

      1. Ci sono tecnologie di intelligenza artificiale che sono capaci di filtrare in base all’apprendimento continuo delle preferenze degli utenti quali informazioni sono gradite e quelle che sono invece superflue. Non è fantascienza, prova ad usare il sito o l’app di Prismatic. Non può certo fare tutto alla perfezione ma è uno strumento che aiuta molto per un filtro efficace e per scandagliare il troppo vasto mondo dell’informazione che corre troppo veloce. Spero possa esserti utile

  7. Buongiorno, o buonasera. Tema interessante. Ancor più interessante però è quell’abbozzo di dialogo intorno alla parola cultura, parola densa di significati e “valori orientativi”. C’è chi invoca il ritorno della Cultura, perché evidentemente è andata ad esercitare la propria influenza in qualche altra parte del mondo, lasciando noi orfani inconsolabili. Poi c’è Pianigiani che ci informa della inesistenza della Cultura, né con la C maiuscola né con la c minuscola. Affermazione forte che contrae un debito con il lettore. Cosa vorrà mai dire Luca? È forse Luca un relativista? Luca non crede all’esistenza della C(c)ultura? Ovvio che no! Se si è letto qualcosa di Pianigiani, anche alla riga 21 dell’articolo qui sopra. E la fotografia? Esiste o no con la F maiuscola? Interessante similitudine con la cultura. Cultura e fotografia, due parole importanti il cui uso va sottratto all’abuso e che indicano luoghi così estesi da non poter essere osservati con un solo sguardo.
    E qui l’invito di Luca trova la sua ragione.
    Un caro saluto a tutti.
    Nota: la locuzione “valori orientativi” è di Massimo Angelini.

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