Le fotografie, un onore da difendere ma anche da costruire


Oliver Roos

La fotografia deve avere – e deve essere difeso – un suo onore, che non è legato “semplicemente” alla sua estetica, ma al messaggio che l’autore ha voluto esprimere e trasmettere. Si scattano miliardi di immagini, in ogni momento della giornata e in ogni angolo della Terra, ma al tempo stesso si è entrati nella modalità di una distribuzione “liquida” dove tutto è di tutti, e in cui la propagazione virale è vista come un valore e un vantaggio. Il concetto di “autore” si (dis)perde per incontrare un approccio che appare a quasi tutti virtuoso, che è l’aumento di popolarità: non importa dove e come, purché la mia immagine possa riempire gli schermi di più persone possibili.

Un ridotto gruppo di persone, che si definiscono “professionisti” o “autori”, difende invece il proprio diritto di sfruttamento e di controllo delle proprie immagini; spesso, si accontentano di una scritta (che addirittura sfregia l’immagine stessa) con il simbolo di  © Copyright, e traducono questo nel pur giusto rispetto economico della propria opera. Sotto, di lato, o anche implicitamente, stanno dicendo: “questa è mia, non puoi toccarla, e semmai devi pagarmi per usarla”. Nella mente di quasi tutti, questo sembra incongruente, non contemporaneo, vecchio, ora si è nell’era dei MEME, quello che conta non è chi li crea, ma che si propaghino. In un interessante articolo su Prima Comunicazione firmato da Andrea Barchiesi intitolato “La fiera della Vanità” si parla di interessanti studi sulla quantità di selfie sui social network e sulle relative motivazioni (Pagina 86 dal numero Prima 500 Dicembre 2018… si, bisogna comprarlo, oppure trovarlo in edicola… anche gli articoli meritano di essere pagati, come le fotografie e come tutti i contenuti legati al diritto d’autore, non vale il gioco di voler difendere solo quello che si produce, fregandosene dei diritti altrui… e questo lo diciamo anche a tutti quelli che si fanno difensori dei diritti di autore e poi craccano Photoshop, quanta poca coerenza!).

Tra questi due estremi, immagini liquide che cercano di propagarsi ovunque e i paladini della difesa dei “diritti di autore”, c’è una tematica che ci sta a cuore, e che ci è stata messa su un piatto d’argento da un post (perché abbiamo smesso di chiamarli “articoli”, perché è di questo che si parla… ) di Michele Smargiassi, giornalista di Repubblica che è da sempre un punto di riferimento per chi vive di fotografia (purtroppo, uno dei pochi che merita di essere seguito e letto). Questo è l’articolo, del 19 gennaio:

Non lasciamole sole. La debole resistenza delle foto forti – Fotocrazia – Blog – Repubblica.it

E parla dell’abuso di una delle fotografie più importanti scattate in Italia negli ultimi anni, realizzata dall’amico Massimo Sestini e che è stata premiata al World Press Photo del 2014, quella del barcone dei profughi, scattata a ottanta miglia da Lampedusa, da un elicottero. Non la pubblichiamo solo perché come sempre scriviamo questo Sunday Jumper di domenica, e non voglio disturbare Massimo in un giorno di riposo per chiedergli l’autorizzazione alla pubblicazione, e non vogliamo commettere un abuso anche se siamo sicuri che ci verrebbe autorizzato dall’autore, per di più Sestini ha deciso di concederne l’uso gratuito alle organizzazioni umanitarie (per quanto facciamo questo lavoro con passione non possiamo definirci una organizzazione umanitaria!), ma anche perché tutti la conoscono, l’hanno vista e ha creato – pensate, un’immagine, lo dicamo con ironia, ovviamente…  – tanto dal punto di vista del suo valore e del suo significato.

Per fare cronaca, l’abuso in questione è stato fatto dal vicesindaco di Trieste Paolo Polidori ha pubblicato sulla sua pagina Facebook  l’immagine, dando una connotazione probabilmente opposta, rispetto al messaggio che voleva trasmettere Sestini. Non vi tolgo il piacere di leggere quello che scrive Smargiassi, fatelo: è un articolo importante, ma è importante (spero) anche quello che vogliamo aggiungere qui. Potete quindi decidere se aprire un nuovo tab del browser per leggere prima lui e tornare da noi, o fare il contrario.  Sestini si è affidato a quello che è probabilmente il maggiore esperto di diritto in ambito fotografico, l’avvocato Stefanutti, che ha dichiarato (è qui, la chiave di tutto):

Credo sia molto importante un precedente che mi segnala l’avvocato Stefanutti. Un giudice di Bologna stabilì che la lesione dell’onore e della reputazione dell’autore si ha quando la modificazione o la scorretta comunicazione dell’opera possano indurre il pubblico a formarsi un giudizio sulla personalità dell’autore sensibilmente diverso da quello che deriverebbe dalla corretta percezione o conoscenza dell’opera.

Di fatto, Smargiassi interpreta correttamente il tutto come “Un furto di senso”,  che è diverso (e oggettivamente anche più importante) dal “semplice” furto di un’immagine. E’ una lesione all’onore, alla reputazione dell’autore, oseremmo dire che è come “mettergli in bocca” parole che non ha mai pronunciato. Quella fotografia racconta qualcosa che, se decontestualizzato, può portare a dire l’esatto opposto e non solo in uno sgradevole post firmato da un politico che ama usare un linguaggio stonato e irrispettoso, ma dell’autore.

Tutto questo porta al mondo che più è vicino a noi, quello dell’editoria, che è il centro della nostra attività ed esperienza professionale, e anche materia di insegnamento universitario, a volte così difficile da far capire come essenza. Il “contesto”, la struttura narrativa di un articolo (post?), il posizionamento di un’immagine, grande, piccola, sopra, sotto, di lato, di una didascalia che può dire tutto e l’opposto di tutto… Avere un controllo – come facevano i fotografi della Magnum, anche questi citati da Smargiassi – sul contesto e sulle didascalie originali è la dimostrazione di voler mantenere un messaggio più coerente possibile con quello che voleva dire l’autore stesso, che non deve – se non si vuole effettuare o subire un “furto di senso” – essere tralasciato. Oggi le aziende si affidano a rumorosi amplificatori dei propri messaggi (Influencer o social manager) e nell’ottica di una visibilità finiscono con l’ottenere un messaggio distorto, distonico, sgraziato.

La sintesi sulla quale vogliamo farvi riflettere, mettendo insieme i puntini dell’articolo di Smargiassi, della giusta azione di difesa di Sestini, del commento del suo avvocato, e – speriamo – anche di questo nostro commento, porta a dire che dobbiamo difendere qualcosa che vale, ma dobbiamo fare anche in modo che… valga sul serio.  Difendere il vuoto, la mancanza di valori, di messaggi è solo una battaglia che parla di soldi (lecito, beninteso…), ma qui si sta parlando di un ruolo che non si ferma al produrre beni da vendere, ma anche al trasmettere – correttamente, intensamente, profondamente – messaggi e valori. In questi giorni, di chiusura tesi, osserviamo quanti sono i giovani che vogliano occuparsi di temi importanti, ma che poi si perdono in uno sviluppo che rimane in superficie. Dobbiamo (noi ci proviamo) insegnare ai giovani a dare davvero valore alle intenzioni, e ad usare i mezzi di comunicazione, che sono potentissimi, in modo corretto e anche controllato, tutelato, e difendere quello che si vuole trasmettere. Ma, insieme ai giovani, che sono il nostro futuro, dobbiamo pensare anche al presente: ai professionisti che hanno un ruolo oggi, e che non devono disperdersi su territori sbagliati. E’ complicato, ma dobbiamo imparare da quelli che, per fortuna, lo capiscono e sono attivisti.