Fotografi fantasmi nell’editoria italiana
Di: Luca Pianigiani
settembre 27, 2009
Posted In: Autori, Corbis, Editoria, Firma, G. Canale, getty images, La Cucina del Corriere della Sera, Melissa Satta, Olycom, Sime, Stefano Scatà, StockFood/Olycom, SUNDAY JUMPER, Sweet Years, Tips Images, XL di Repubblica
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Nei periodi difficili, anche le cose positive spesso nascondono un lato negativo. Qualche giorno fa è uscito in edicola un nuovo mensile edito da RCS, si chiama La Cucina (del Corriere della Sera), ed è una pubblicazione che, almeno dal punto di vista fotografico, è davvero un bel prodotto. Dico così – ovvero, mi limito all’argomento fotografico – perché da appassionato di buona cucina sono dell’idea che un buon mensile di cucina è davvero buono quando propone qualcosa di molto buono da cucinare, e non ho avuto modo ancora di verificarlo. La fotografia è più veloce da valutare, specialmente per chi, come noi, vive nella fotografia tutti i giorni. Più bello l’interno della copertina, a dire il vero, e più belle le fotografie della grafica, che è elegante, ma molto “enciclopedia”. Insomma, in definitiva, le foto sono belle, e sono impaginate spesso dando il massimo dell’enfasi, a piena pagina, stampate bene (dalla G. Canale di Borgaro Torinese).
A questo punto, potrete ben capire che l’ovvietà del curioso di fotografia è di vedere chi ha fatto le fotografie… mmm… complicato. Nel senso che in fondo, nei crediti, ci sono i riferimenti di diverse agenzie (Corbis, Getty Images, Olycom, StockFood/Olycom, Sime, Tips Images e poi un paio di nomi, Armando Fettolini e Stefano Scatà. Questi ultimi due sono citati nel’articolo dedicato al gourmet Enrico Gerli, a pagina 70, anche se non si capisce chi abbia scattato le tre foto dell’articolo (difficile pensare che siano state scattate da “entrambi” in un click congiunto). Stefano Scatà viene anche citato tra i collaboratori nelle prime pagine, ma non si segnala quale sia stato il suo contributo nella pubblicazione, a parte l’articolo citato, dove appare il suo nome come “uno dei due fotografi”. Tra l’altro, cercando il suo sito (grazie a Google, non ci sono ovviamente altri riferimenti sulla pubblicazione) ho scoperto un professionista di grande valore, molto bravo nel narrare tutti gli aspetti, che vanno dal locale, ai ritratti degli chef, alle foto degli elementi e dei momenti di preparazione e infine il piatto finale. Bravo, proprio bravo!
Il problema è che nessuna altra foto è firmata, non si sa chi siano i fotografi e nemmeno le agenzie (anche se comunque anche il solo nome dell’agenzia non sarebbe sufficiente: la regola dovrebbe essere quella di citare nomefotografo/nomeagenzia… anche se alcune agenzie molto famose amano più la firma opposta: nomeagenzia/nomefotografo). In una rivista che dedica così tanto spazio all’immagine fotografica, ci saremmo aspettati di più; sarebbe stato naturale vedere che accanto al nome dell’autore del testo e addirittura del nome di chi ha creato la ricetta (sicuramente artista e creativo al pari del fotografo) ci fosse anche il nome dell’autore delle immagini che tanto aiutano a rendere di appeal il piatto che viene descritto. Invece nulla, proprio nulla.
Ho notato questo dettaglio perché da sempre faccio opera di analisi del lavoro dei fotografi, e quindi passo le giornate a girare le riviste per cercare le diciture, le firme, e quando non le trovo nell’angolino della pagina, in verticale, sopra o sotto, le cerco nella piega fino a scardinare la legatura. E, sempre più spesso, questo dato non viene più riportato. E’ sparito dalle pubblicità (dove spesso era presente, specialmente quando la fotografia è valore riconosciuto e autorale, come per esempio nella fotografia di moda. Ora, il nome del fotografo viene sostituito dall’url dell’azienda, o a volte dal nome della modella/velina che ha “posato”: l’altro giorno ho visto un’affissione che proponeva, grande quasi come il nome dell’azienda (Sweet Years) il nome della testimonial (Melissa Satta). Ma, sembra, sta scomparendo anche dalle riviste, da sempre territorio di riconoscimento della professione e della creatività dei fotografi; i valori ormai sono altri, non certo quelli dell’autore delle immagini. Lo so, non è una cosa di oggi, è un fenomeno conosciuto… ma sembra ogni giorno peggio!
Un altro esempio, un editoriale su XL – rivista legata a Repubblica, così siamo super partes – segnala che questo numero in edicola (Settembre 2009), per festeggiare il restyling viene proposto in tre diverse copertine. Ne parla e lo spiega il direttore, Luca Valtorta, e in realtà dice delle cose interessanti, dove risponde all’interrogativo che circola pericoloso in tutte le case editrici: “A cosa serve fare un giornale di carta, oggi“? e lo fa in modo intelligente, mettendo tra l’altro tra i punti importanti la possibilità di tenere tra le mani una bella fotografia, in grande formato su carta patinata (XL è davvero… XL nelle dimensioni!). E segnala, oltre a questo dettaglio importante, per il quale ringraziamo (l’immagine, vale, specialmente stampata bene e grande, e questo sul web è raro), i nomi (cito): fate attenzione alle tre cover: la foto di Eddie Vedder è di Mark Seliger, quella di Quentin Tarantino con Diane Kruger di Jean Baptiste Mondino e quella delle X-Girls di Milo Manara. Tutto bello, anche la scelta di due fotografie e un disegno. In tutta questa perfezione, che fa bene al cuore, si cade però nel titolo (che magari ha fatto un titolista e non il direttore): “Tre copertine (realizzate da due grandi fotografi e un artista): per celebrare il nuovo XL”. Forse siamo sensibili all’argomento, altri non avrebbero notato la sfumatura, ma perché i fotografi sono “grandi” e il disegnatore è un “artista”? Manara è un grande artista, non c’è dubbio, ma lo sono anche i fotografi; altrimenti, Manara dovrebbe essere definito “grande illustratore“, o “grande fumettista“. Insomma, quello che infastidisce è la differenza di trattamento.
Dove arriveremo? Non dobbiamo arrivare, siamo già arrivati. Se il nome dei fotografi non merita più spazio, se non ha senso citarli, se sono – agli occhi del mondo dell’editoria (che pur deve molta della sua fortuna proprio ai fotografi, almeno questo vale per alcune testate) – solo mestieranti, solo delle banche dati per riempire delle pagine, allora è giunto il momento in cui i fotografi devono fare “da soli“, sviluppando il loro marketing, la loro capacità di mostrare quello che fanno, che sono in grado di fare, che potrebbero fare se qualcuno li conoscesse meglio. La strada porta verso i social network, ma verso il lato intelligente dei social network. Non verso la chiacchiera di cazzeggio stile Facebook, non verso una presenza che non porta a nulla; l’altro giorno ero a un convegno, guarda caso sul futuro dell’editoria, dove una delle poche cose intelligenti – anche se non nuove – che ho sentito era quella di far capire che non bisogna portare le persone sui social network, bisogna portare verso i nostri siti le persone che bazzicano sui social network. C’è molto da imparare, e stiamo lavorando ad un appuntamento importante, per aiutare la fotografia e i fotografi a far parlare di sè, per avere un’audience in grado (e con voglia) di ascoltare. E quando lo faremo (tra breve speriamo) ci auguriamo di riempire una sala grande come una piazza. Ci contiamo!







@Domenico:
Un aspetto è quello di come “fare soldi”, l’altro è quello di conservare e promuovere la fotografia come arte. Le due cose sono separate concettualmente, anche se si suppone che il fotografo riconosciuto come artista possa “evviva!” fare fotografie pagate bene. E’ questa la condizione che si sta perdendo, anche a causa del vendere un’immagine innumerevoli volte a basso prezzo (inflazionandola!) piuttosto che tenere duro e scommettere sulla vendita di un servizio di qualità “in esclusiva”. Ma come dici anche tu, se ha chiuso Grazia Neri… c’è bisogno di molto, molto ottimismo!
Però è logico che bisogna sopravvivere vendendo immagini. Visto che l’articolo verteva sull’identità artistica del fotografo, e sulla pubblicazione del “Suo” nome sulle testate (che è un diritto alienato, e qui non si discute), a mio avviso il “fare soldi” riguarda ormai attitudini che con l’arte e la pubblicazione del nome non hanno nulla a che fare, salvo l’arte di arrangiarsi, naturalmente.
Di idee, se è per questo, ne ho molte e ben confuse, e credo peraltro di essere in buona compagnia.
Il ricorrere all’ottimismo è un rifugio, perchè non credo di essere la sola con l’impressione di attraversare una tempesta.
Personalmente, poi, mi colloco fra coloro che ampliano la competenza fotografica in tutte le direzioni confinanti (web, computergrafica, comunicazione, marketing tappandomi il naso…), studiando in continuazione e mettendomi alla prova. Il successo o meno dipende ancora una volta dal sapersi vendere bene, dribblando il sottocosto anche a costo della vita!
L’esperienza qui in zona, dice che quando ci si infila nella china del ribasso, la via per la chiusura è breve.
Ciao!
@Domenico:
Un aspetto è quello di come “fare soldi”, l’altro è quello di conservare e promuovere la fotografia come arte. Le due cose sono separate concettualmente, anche se si suppone che il fotografo riconosciuto come artista possa “evviva!” fare fotografie pagate bene. E’ questa la condizione che si sta perdendo, anche a causa del vendere un’immagine innumerevoli volte a basso prezzo (inflazionandola!) piuttosto che tenere duro e scommettere sulla vendita di un servizio di qualità “in esclusiva”. Ma come dici anche tu, se ha chiuso Grazia Neri… c’è bisogno di molto, molto ottimismo!
Però è logico che bisogna sopravvivere vendendo immagini. Visto che l’articolo verteva sull’identità artistica del fotografo, e sulla pubblicazione del “Suo” nome sulle testate (che è un diritto alienato, e qui non si discute), a mio avviso il “fare soldi” riguarda ormai attitudini che con l’arte e la pubblicazione del nome non hanno nulla a che fare, salvo l’arte di arrangiarsi, naturalmente.
Di idee, se è per questo, ne ho molte e ben confuse, e credo peraltro di essere in buona compagnia.
Il ricorrere all’ottimismo è un rifugio, perchè non credo di essere la sola con l’impressione di attraversare una tempesta.
Personalmente, poi, mi colloco fra coloro che ampliano la competenza fotografica in tutte le direzioni confinanti (web, computergrafica, comunicazione, marketing tappandomi il naso…), studiando in continuazione e mettendomi alla prova. Il successo o meno dipende ancora una volta dal sapersi vendere bene, dribblando il sottocosto anche a costo della vita!
L’esperienza qui in zona, dice che quando ci si infila nella china del ribasso, la via per la chiusura è breve.
Ciao!
Un paio di considerazioni parziali e non definitive.
Che una foto sia arte lo decide il mercato, fatto da galleristi, mercanti, critici. Figuariamoci. E’ un potere prima di tutto economico e sulla base di interessi economici regola cosa é e cosa non é arte. Ci mettono dentro anche qualcosa che assomlglia all’arte in senso, diciamo estetico per intenderci, ma non sempre. Poi arrivano tutti gli altri. Ma dopo.
Detto questo bisognerebbe definire cos’è l’arte oggi, senza uno straccio di definizione e perlomeno un po condivisa ogni discussione é una zuppa mal riuscita, perchè ognuno fa riferimento al proprio concetto di arte senza nemmeno esplicitarlo.
Io spero vivamente che la fotografia si leggittimi e conquisti la sua dignità senza dover correre dietro all’arte, senza volerci a tutti i costi appartenere. La fotografia é molto altro e la fotografia d’arte ne é solo una parte. E’ questo il problema, é che si cerca di darle dignità facendola diventare arte e invece le si toglie dignità se si insiste troppo.
Se invece si vuol far parte di un meccanismo economico, così come oggi é l’arte, allora é un’altra faccenda. Leggitima e condivisibile, ma é solo una questione di sghei! Le mie foto le voglio vendere, ma non per essere un artista, se poi mi chamano artista per venderle, meglio. Ma non mi piglio per i fondelli.
MI piacerebbe invece leggere due artisti e un fotografo, ma leggerlo sapendo che con quella parola si intende qualcosa di preciso. Leggere tre artisti non mi aggiunge un granchè. Anzi (se non ho letto male) Manara é solo un grande illustratore/disegnatore/fumettista, ma non é un artista. Mi sembra esagerata questa definizione (capisco però cosa voleva dire Luca…).
alla prossima
marco
Un paio di considerazioni parziali e non definitive.
Che una foto sia arte lo decide il mercato, fatto da galleristi, mercanti, critici. Figuariamoci. E’ un potere prima di tutto economico e sulla base di interessi economici regola cosa é e cosa non é arte. Ci mettono dentro anche qualcosa che assomlglia all’arte in senso, diciamo estetico per intenderci, ma non sempre. Poi arrivano tutti gli altri. Ma dopo.
Detto questo bisognerebbe definire cos’è l’arte oggi, senza uno straccio di definizione e perlomeno un po condivisa ogni discussione é una zuppa mal riuscita, perchè ognuno fa riferimento al proprio concetto di arte senza nemmeno esplicitarlo.
Io spero vivamente che la fotografia si leggittimi e conquisti la sua dignità senza dover correre dietro all’arte, senza volerci a tutti i costi appartenere. La fotografia é molto altro e la fotografia d’arte ne é solo una parte. E’ questo il problema, é che si cerca di darle dignità facendola diventare arte e invece le si toglie dignità se si insiste troppo.
Se invece si vuol far parte di un meccanismo economico, così come oggi é l’arte, allora é un’altra faccenda. Leggitima e condivisibile, ma é solo una questione di sghei! Le mie foto le voglio vendere, ma non per essere un artista, se poi mi chamano artista per venderle, meglio. Ma non mi piglio per i fondelli.
MI piacerebbe invece leggere due artisti e un fotografo, ma leggerlo sapendo che con quella parola si intende qualcosa di preciso. Leggere tre artisti non mi aggiunge un granchè. Anzi (se non ho letto male) Manara é solo un grande illustratore/disegnatore/fumettista, ma non é un artista. Mi sembra esagerata questa definizione (capisco però cosa voleva dire Luca…).
alla prossima
marco
Mamma mia, quante riflessioni interessanti, quanti spunti potenzialmente infiniti.
Grazie a chi ci ospita, e alla sua capacità di stimolare dibattito e pensieri.
Mamma mia, quante riflessioni interessanti, quanti spunti potenzialmente infiniti.
Grazie a chi ci ospita, e alla sua capacità di stimolare dibattito e pensieri.
Con simpatia a Mattia Rossi, accordo pienamete che la “fotografia” nasce dal suo amarla e accettarne le fatiche, molti grandi fotografi di un tempo che non è più il nostro sono entrati nella storia per le loro imprese nei luoghi più disparati del mondo con mezzi che chiedevano la loro conoscenza e le possibilità di usarli. E’ nell’anima di molti fotografi lo scoprire il mondo oggi anche se negli stessi luoghi ci vanno per la prima volta dove altri sono passati centinaia di volte prima di loro, ma è sempre il viverne la scoperta. Però forse è bene ricordare che Henri Cartier Bresson proveniva da ricca e nobile famiglia di Francia, come Ansel Adams e Richard Avedon e Bourke-White da ricche famiglie Americane, come Cecil Beaton da ricca e nobile famiglia Inglese….
I soldi non fanno la felicità, ma aiutano molto se vi è l’intenzione di creare.
Con simpatia a Mattia Rossi, accordo pienamete che la “fotografia” nasce dal suo amarla e accettarne le fatiche, molti grandi fotografi di un tempo che non è più il nostro sono entrati nella storia per le loro imprese nei luoghi più disparati del mondo con mezzi che chiedevano la loro conoscenza e le possibilità di usarli. E’ nell’anima di molti fotografi lo scoprire il mondo oggi anche se negli stessi luoghi ci vanno per la prima volta dove altri sono passati centinaia di volte prima di loro, ma è sempre il viverne la scoperta. Però forse è bene ricordare che Henri Cartier Bresson proveniva da ricca e nobile famiglia di Francia, come Ansel Adams e Richard Avedon e Bourke-White da ricche famiglie Americane, come Cecil Beaton da ricca e nobile famiglia Inglese….
I soldi non fanno la felicità, ma aiutano molto se vi è l’intenzione di creare.