Fotocamere: rubate il cuore degli smartphone!

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Da anni diciamo che la competizione nell’approccio al concetto stesso di fotografia rischia di portare alla deriva molti segmenti di questo settore: da chi produce e vende immagini a chi vende tecnologia. Non è una considerazione di poco spessore, anche se sembra che le parole si perdano nel vuoto, il più delle volte: o perché chi produce immagini non pensa (e crediamo che sia un errore) che queste considerazioni possano coinvolgerlo direttamente, oppure perché si trattano tematiche che riguardano visioni troppo allargate e chi potrebbe prendere decisioni di tale importanza non crediamo che possa perdere tempo a leggere le idiozie che scriviamo, settimana dopo settimana.

Per fortuna, ci sono canali di informazione che godono di ben maggiore risonanza di quello che possiamo fare noi, cheper di più scriviamo in italiano (una lingua poco utile per parlare a tanti, e quelli che pur la parlano solo in minima parte sono interessati). Siamo quindi contenti che un sito importante come TechCrunch abbia, di recente, analizzato e che sia arrivato alla stessa conclusione che da anni andiamo a “predicare” in questo minuscolo spazio di dialogo che è Jumper. In questo articolo, pubblicato pochi giorni fa, l’autore Devin Coldewey, scrittore e fotografo che collabora per importante testate del calibro dell’Economist, MSNBC, NBC, ma anche Dpreview (la mecca dell’informazione di prodotto in ambito fotografico), dice che il futuro della fotografia è nel codice, e nel concetto della fotografia “computazionale”.

La trattazione della tematica non porta nulla di nuovo, in effetti, ma permette/aiuta a riflettere, anche se forse la conclusione alla quale si arriva è oltremodo vincolata alla visione limitata di una battaglia che sembra ovvia e inevitabile tra industria 1.0 della fotografia (le aziende “storiche” che producono fotocamere) e l’industria 2.0 (i produttori di smartphone, in prima linea Apple, Google, Huawei, Samsung). Secondo noi c’è qualcosa in più: più interessante, più promettente, più stimolante. Al centro, però, due elementi:

1) La velocità dei processori che possono permettersi di usare miliardi di analisi al secondo del “contesto” di un’immagine, prima e durante l’attimo dello scatto e quindi di elaborare modelli matematici che intervengono per migliorare e ottimizzare quello che la “fisica” non riesce (o ha difficoltà e che impone costi e dimensioni difficili da accettare).

2) L’integrazione tra fotocamere “evolute” e gli smartphone. In questo, appare stimolante (anche se non certo originale, e specialmente furba dal punto di vista del marketing) la scelta della nuova Leica M10-D, che propone un corpo digitale e “un’anima analogica”, che a parte le belle parole della descrizione sta a significare che non c’è lo schermo LCD posteriore e quindi il fotografo non “vede” le immagini scattate e quindi è portato a pensare e a “guardare” l’immagine direttamente nel mirino, durante lo scatto, anche se se poi tutta la gestione dell’immagine (visione, controllo, organizzazione) può essere fatta direttamente da un’app su smartphone. Questo vantaggio davvero esclusivo (chiamatelo se volete “anima” o minimalismo, e cercate di cogliere la leggera ironia) viene offerto allo stesso prezzo della fotocamera Leica M10, in pratica si può scegliere se avere una fotocamera con o senza LCD, il prezzo è lo stesso (sinceramente, consiglieremmo una protezione per lo schermo, debitamente oscurata, per quando davvero questa funzione potrebbe essere gradita, e di tenersi “gratis” invece lo schermo LCD quando questo si rendesse casualmente utile). Più interessante è l’idea tutta francese di PiXii, una fotocamera dotata di un reale mirino a telemetro (rangefinder) e di attacco compatibile Leica M che non dispone di schermo LCD, ma che permette di trasferire l’immagine direttamente sullo schermo dello smartphone; come la Leica M10-D, ma in questo caso immaginiamo che possa portare ad un prezzo più interessante, anche se ancora non è stato dichiarato dal costruttore. Non si tratterà, in ogni caso, di un apparecchio economico, il sito LeicaRumours ipotizza che possa avere un costo di circa il 50% del modello di Leica.

Leica M10-D_senza LCD per uso "analogico"Pixii fotocamera telemetro attacco ottiche Leica M

Il nuovo paradigma per il futuro delle fotocamere “di qualità professionale”

Quello che ipotizziamo noi, però, va ben oltre una separazione (scomoda) tra fotocamera e schermo LCD, andando oltre la filosofia/strategia marketing (Leica) o l’opportunità (ci aveva provato, con poco successo commerciale, Sony con la sua doppia soluzione di “ottiche” – in realtà una vera fotocamera, con sensore e processore – da integrare allo smartphone, in particolare il modello QX100, che si trova ancora a buon prezzo su Amazon). Il vero paradigma sarebbe proprio il contrario: è il “cervello” della fotocamera che dovrebbe essere il centro dello sviluppo, e questo “cervello” è immensamente più evoluto (e si evolve alla velocità della luce) sui sistemi mobile. Il problema è che tutta questa “intelligenza” in gran parte viene usata per replicare, usando sistemi dalle dimensioni minime, in grado di consumare poco e al costo più contenuto, soluzioni che già possiedono tali qualità. E quindi è uno sforzo che eleva il basso livello, e non quello alto.

Siamo annoiati dal fatto che ogni anno ci propongano “fotocamere sugli smartphone” ancora più vicini alle DSLR e “alle fotocamere professionali”. Non sono vere, queste dichiarazioni, ma il potenziale ci fa rabbia perché è come quando vediamo brutte foto corrette e “salvate” con Photoshop: vogliamo gli strumenti digitali per fare meglio del meglio che si può raggiungere oggi. Paghiamo troppi soldi per fotocamere eccellenti ma limitate in uno smartphone (che, però, fa mille altre cose), oppure un sacco di soldi per fotocamere meravigliose, più ingombranti e che fanno solo “il mestiere dello scattare foto/fare video”, quando potrebbe esserci un’integrazione di questi due mondi: il cervello incredibile e “furbo” dello smartphone e la fisicità “impareggiabile” delle fotocamere vere. Non è una gara a chi vince: ormai la percentuale di fotografie scattate da una fotocamera è irrisoria rispetto a quelle che sono realizzate (con grande soddisfazione) da miliardi di persone nel mondo con uno smartphone. La fotografia di pregio, di qualità, da monetizzare, ha un perimetro sempre più limitato e l’esigenza di perfezionarsi sempre di più. Si richiederanno (e si pagheranno) solo le immagini di altissima qualità, impossibili da realizzare con sistemi standard (gli smartphone). E per riuscirci, serviranno integrazioni tra i due mondi: non soluzioni furbe, non per ridurre solo dimensioni o per piccole e deboli funzionalità. Vogliamo nel “cervello” delle fotocamere che costeranno sempre di più non solo sensori grandi, non solo ottiche super luminose e in grado di catturare dettagli sempre più fini (tecnologie ottiche e ingegneristiche che possono crescere solo con grande lentezza, siamo arrivati ormai a livelli pazzeschi), ma anche processi computazionali molto (molto) più evoluti. E soluzioni che prevedano il processamento di tanti dati in tempo reale per consentire di catturare “piogge” di dati che arrivano al sensore e successivamente, senza interruzioni, al processore ben prima di quello che viene selezionato come “il momento perfetto” da parte del fotografo. Che è quello che fanno gli smartphone, usando più lenti, sovrapposizioni e confronti di tante immagini.

Qualcuno dirà che la battaglia è persa, ma non è così, e quello che non si capisce probabilmente è che oggi i produttori di fotocamere “premium” hanno ben capito che è il corpo e cuore delle loro fotocamere che doveva prepararsi a questa evoluzione; noi vediamo nelle nuove generazioni di mirrorless l’anima di un futuro (già presente) sul quale costruire questo futuro integrato. Le mirrorless sono “semplicemente” degli smartphone che non telefonano (e non serve che lo facciano), ma che possono evolversi seguendo un cammino che è quello dei “computer mobili”. Tra un paio di giorni verrà presentato il nuovo iPad Pro che avrà quasi sicuramente un processore (e forse anche un coprocessore grafico di nuova generazione) in grado di gestire complessi calcoli legati proprio all’immagine. Vorremmo processori come questi, o ancora più potenti, sulle fotocamere che siano governati da una potenza immensamente superiore a quella attuale, una visione progettuale che mette in primo piano l’analisi dell’immagine che non si limiti ad un centesimo/millesimo di secondo, ma che possa farlo continuamente, per tutto il tempo che si usa per visualizzare, inquadrare, pensare, scattare. Deve cambiare come si progettano le fotocamere, come si fanno gli investimenti di ricerca e sviluppo, forse addirittura pensare ad un sistema operativo sul quale sviluppare un business condiviso, come quello delle app. Ma siamo ottimisti: ai progettisti di Nikon, Canon, Sony non servono certo i pensieri di piccole menti della provincia del mondo come siamo noi, ma ci auguriamo che questi possano essere utili per i fotografi e per chi oggi guarda – forse con preoccupazione, ma di sicuro spaesati – al futuro del proprio mestiere. Stiamo vivendo l’alba di un nuovo capitolo della fotografia, che darà spazio ad un livello di qualità impensabile, finora irraggiungibile e che specialmente non vorrà essere raggiunto dai sistemi “standard”, che sono già al punto di sostituire quasi tutte le applicazioni della massa.

I fotografi, i professionisti, devono esigere molto di più, ma anche offrire (e saper spiegare e proporre) molto di più.