Chiude Grazia Neri, qual è il senso?
Di: Luca Pianigiani
settembre 20, 2009
Posted In: Agenzia, Editoria, Futuro, Gamma, grazia neri, Liquidazione, Michele Neri, microstock, Milano, SUNDAY JUMPER
Commenti: 73 Responses

Ci sono molte sfumature sulla questione che è stata al centro di tutti i dibattiti nell’ambito della fotografia, questa settimana: l’annuncio della messa in liquidazione della storica agenzia Grazia Neri, a seguito della decisione presa dalla famiglia Neri e dei soci. Abbiamo ricevuto decine di segnalazioni, da parte delle persone che ci seguono, ogni settimana sul Sunday Jumper e ogni giorno sul sito, segno che in qualche modo fosse logico che ne diventasse l’argomento di questa domenica, e in effetti era ovvio che fosse così. Al tempo stesso, non è facile parlarne, e specialmente cercare di trarne delle conclusioni, farne un esempio di quello che non funziona e di quello che bisognerebbe fare. Sarebbe troppo facile fare valutazioni semplicistiche: ognuno di noi potrebbe avere una motivazione del perché una realtà così consolidata nel mondo della fotografia possa sparire di colpo. E, di tutto si può dire, meno che si cerca in questa sede di analizzare le cose in modo “semplicistico” (o, almeno, questo è il tentativo).
Partiamo dal patrimonio, i giornali lo hanno messo in primo piano nell’analizzare in poche righe i fatti: il rischio di perdere questo patrimonio di 9 milioni di immagini. Prima di capire cosa potrà succedere “realmente” a questo patrimonio, c’è da domandarsi come fa un’agenzia che rappresenta nomi del calibro di Annie Leibovitz, Douglas Kirkland, Herb Ritts, Howard Schatz, Karsh, James Nachtwey e che rappresenta agenzie internazionali quali BLACK STAR, VU, CONTACT Press Images, AFP VII, Polaris possa non avere più successo. Non c’è più bisogno di questa qualità? Ovvio che il mercato non è fatto solo di grandi fotografi e di grandi fotografie: sono le gocce quotidiane che fanno il fatturato, quindi magari di Annie Leibovitz c’è sempre bisogno, ma quello che potrebbe essere successo è che le foto che riempiono le pagine di tutti i giornali e le riviste, ogni giorno, sono pagate così poco da non lasciare margine. Insomma, la prima considerazione che viene “facile” è dire che il microstock ha “ucciso” le grandi agenzie. Ma, lasciatemelo dire, non credo che sia così, a meno che non si voglia avere un capro espiatorio che possa in qualche modo metterci il cuore in pace.
Il microstock – di cui abbiamo “riparlato” la settimana scorsa e che sarà oggetto di un grande evento che stiamo organizzando (perché i fenomeni bisogna conoscerli, per comprenderli e anche per combatterli, se serve combatterli) – sembra essere al massimo la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma non è la causa principale: i problemi delle agenzie vengono da più lontano.
Guardando con attenzione, è difficile trovare un punto debole nell’attività dell’agenzia: ha seguito con passione gli aspetti culturali, ma anche quelli tecnologici, cercato strade anche coraggiose per individuare nuove sfaccettature, la sua presenza a livello internazionale è sempre stata molto forte… insomma, non è stato tralasciato nulla, almeno come tentativo, è quello che sta attorno che non funziona. Non l’abbiamo vissuta direttamente, ma l’abbiamo osservata, da fuori. Eravamo proprio lì, un paio di mesi fa, per intervistare un fotografo, e ho incrociato dopo tanto tempo Grazia, che mi ha salutato, ha sorriso come sempre faceva, e col senno di poi sarebbe stato giusto fermarla un attimo, per chiederle qualcosa su questo mercato, sulle sensazioni vissute da dentro. Se vorrà, mi farebbe piacere parlarne, ma oggi sembra pretestuoso, sembra entrare con gli scarponi sporchi di fango in una stanza candida e delicata. Odio i giornalisti che si “accorgono” delle situazioni solo quando esplodono, e cercano – in nome di un “diritto di cronaca” – di abbattere quella sottile parete che si chiama rispetto e dignità. Magari, oggi, Grazia non ha voglia di parlarne, oppure quello che c’è da dire oggi è legato alle mosse che si faranno in futuro; qualche mese fa sarebbe stato diverso, ma come al solito la fretta non aiuta a seguire l’istinto, e forse proprio in questo trovo la base del problema vero…

Quello che succede -si dice – è che l’editoria è in crisi. E’ stato anche ripreso da tante fonti una frase di Michele Neri che puntava il dito proprio sul problema della profonda crisi dell’editoria e della pubblicità. Credo che non sia solo un problema di tipo economico, che pur c’è, e nemmeno il fatto che altre agenzie più forti o con maggiore aggressività commerciale (che bisogna potersi permettere, non è solo questione di attitudine) abbiano spuntato contratti in esclusiva con i principali editori, eliminando di fatto la concorrenza e imponendo ai photoeditors di attingere solo da queste fonti fotografiche. Il fatto è che l’editoria ha perso il parametro del dettaglio, della sfumatura: si tende a massificare, a globalizzare, a semplificare. Le riviste e i giornali trovano strade di sopravvivenza che devono seguire percorsi semplici, per utenti che si accontentano di un’informazione che non esce dal coro, che non impone sforzo. Si sfoglia, velocemente, e non si legge. Si guardano le gallerie di immagini con il dito sul mouse per passare da uno scatto all’altro in meno di una frazione di secondo. In questa “evoluzione”, chi subisce è chi cerca (pretende, spera, impone, sogna) attenzione, per poter cogliere quella differenza che esiste, ma richiede voglia di percepire, tempo da dedicare, concentrazione. Perché non ho detto, quel giorno, a Grazia: “Ciao, è tanto che non ci si sente, che non ci si parla: possiamo andare a bere un caffè insieme? Mi dici qualcosa di come vedi questo mondo?“. Perché correvo, come tutti (probabilmente come lei), ma è proprio questo che distrugge il mondo che abbiamo cercato – ognuno nel suo campo – di costruire. Se poi lo vediamo sulle riviste, sui giornali, nell’informazione, non possiamo accusare ”gli altri”, dobbiamo fare autocritica, tutti: perché siamo tutti attori, nel bene e nel male, di questa evoluzione/involuzione.
Cosa si può fare per cambiare? Perché più importanti delle parole, e persino delle tanto amate fotografie, ci sono persone. Già lo staff di Grazia Neri era passato da 31 a 14 persone, ora la chiusura impone un pensiero che merita tutto il rispetto necessario. Non si può pensare che il futuro ci porta a far sparire tanto valore (di immagini, di professionalità, di competenza) e non possiamo nemmeno pensare che il problema sia solo italiano (anche da Gamma le notizie non sono buone, ed è solo un secondo esempio di tanti). Ci sono molte cose da fare, ma prima di tutto bisogna cercare, tutti, di cambiare mentalità: è chiaro che qualcosa deve cambiare: ripensare al business della vendita delle foto e dei diritti, considerare le tendenze emergenti che sono il microstock, i concetti degli abbonamenti al proprio archivio, alla condivisione della propria creatività usando sia i social network che le licenze più aperte (Creative Commons). Ma abbiamo detto che sarebbe sbagliato cercare di proporre formule vincenti, come quelli che ti promettono numeri per vincere al lotto… se davvero funzionassero, li userebbero loro per diventare miliardari, no? Tutte questi argomenti non sono risolutivi, ma crediamo che queste situazioni drammatiche debbano essere l’occasione per cambiare (o valutare) l’atteggiamento, per scoprire che forse la strada “giusta” è in un approccio che finora abbiamo considerato lontano da noi.
Rimane un tarlo, però, fortissimo: lo abbiamo da tanto, ma ogni giorno mi convinco che sia la vera strada, e lo condivido con voi qui non perché debba essere una risposta, ma solo perché il percorso mentale mi ha portato qua. I fotografi (e le agenzie, di conseguenza) hanno sempre vissuto una situazione di “passività” nei confronti della committenza: c’è sempre stato qualcuno che “ha bisogno” di immagini, stock o da produrre, e che cerca un fornitore. Con queste immagini, produce “cose” (riviste, libri, brochure, pubblicità…) sulle quali guadagna dei soldi: vendendo copie, facendo vendere prodotti, eccetera. Se il valore della fotografia scende, perché la committenza non ha motivi (che sia giusto o sbagliato, poco importa: succede) per richiedere maggiore qualità o non è disposto a pagare il giusto prezzo della qualità, allora questo meccanismo va cambiato radicalmente, trasformandoci in “attivi”: perché solo gli altri possono guadagnare “usando” le nostre fotografie? Non possiamo pensare di essere noi stessi produttori di “cose” che usano le nostre fotografie, per fare soldi con le “cose” e non con le “semplici immagini”? L’argomento è lungo, e profondo, e non ha senso trattarlo in questo numero. L’impressione però è che ci sono spazi per inventare un nuovo modo di vendere fotografie, sotto forma di contenitori di nuova fattura e di nuova visione, trovando risorse economiche con nuove soluzioni e nuovi metodi. Il mondo digitale non ha portato solo fatti negativi, ma sta aprendo porte. Che sono difficili, maledettamente difficili da capire e da monetizzare. Non vogliamo che questa sia la chiusura di questo SJ dedicato a questa meravigliosa storia che è stata (e secondo noi, ancora potrebbe essere: ce lo auguriamo, con sincerità) l’agenzia Grazia Neri.
Forse il modo giusto per descrivere la sensazione che ho (e che forse tanti hanno) su questa situazione si trova nella canzone “Un senso” di Vasco Rossi:
Voglio trovare un senso a questa situazione
Anche se questa situazione un senso non ce l’haVoglio trovare un senso a questa condizione
Anche se questa condizione un senso non ce l’ha
Volevo dire che si possono fare tante teorie, avere tante opinioni, ma di fatto, questa situazione non ha senso, possiamo cercarlo, ma non ce l’ha. Abbiamo bisogno della qualità, abbiamo bisogno delle fotografie di qualità, abbiamo bisogno di persone e di strutture che investono e credono nella cultura, nell’innovazione, nella creatività, nel futuro. E tutto questo, all’interno di Grazia Neri c’era. Non saranno stati esenti da errori, ma il senso c’era, eccome. E non ha senso…







Si dice che per i giovani si aprono nuove strade e possibilità se si è intraprendenti.
Ma io ribadisco anche che se un giovane come me annusa l’aria che c’è in giro, notizie come questa lo fanno a dir poco rabbrividire.
Comunque penso che bisogna avere poche fette di salame sugli occhi, di conseguenza credo che l’intervento più interessante e veritiero sia quello di Ando Gilardi. Anche se un pò cinico, però mira sempre al bersaglio.
Massimo
Si dice che per i giovani si aprono nuove strade e possibilità se si è intraprendenti.
Ma io ribadisco anche che se un giovane come me annusa l’aria che c’è in giro, notizie come questa lo fanno a dir poco rabbrividire.
Comunque penso che bisogna avere poche fette di salame sugli occhi, di conseguenza credo che l’intervento più interessante e veritiero sia quello di Ando Gilardi. Anche se un pò cinico, però mira sempre al bersaglio.
Massimo
Bravo Luca. Complimenti. Come sempre colpisci nel segno.
Purtroppo è una triste realtà e dobbiamo solo prenderne atto. La crisi (se così si può definire), sono convinto che sia cominciata quando Bill Gates ha messo a punto il personal computer; un validissimo strumento che ha portato e porterà ad un inevitabile taglio di competenze in tutti i settori che fanno uso di tecnologia.
Oggi il pc, supportato energicamente dal web, ha cambiato radicalmente centinaia di attività professionali.
Partendo da quelle più vicine a noi faccio l’esempio dei laboratori fotografici tradizionali che sono praticamente scomparsi, a parte quelli che hanno saputo cogliere le opportunità del digitale, ma sempre con fatturati decisamente minori degli anni passati.
Anche le tipografie hanno dovuto rivedere completamente i parametri gestionali con tagli decisi sul personale, seguite naturalmente dagli editori, spiazziati dalla diffusione del web. Poi il cinema, l’industria discografica… e la fotografia.
Oggi la definizione di fotografia è cambiata. Si parla di immagini, anzi di produzione di immagini, che nulla hanno a che vedere con l’arte (anch’essa in crisi purtroppo). Concetti come creative commons, social network, citizen journalism, stanno abbassando ulteriormente la marginalità di possibili guadagni. Oggi, ad esempio, grazie al web ed al citizen journalism (in pratica ogni cittadino diventa ipotetico fornitore di notizie e immagini… a costo zero), siamo bombardati da informazioni ed è evidente che gli editori facciano di tutto per risparmiare e di conseguenza utilizzino proprio questi servizi, a discapito di giornalisti e fotografi professionisti.
Non sono affatto sopreso, come te immagino, caro Luca, della chiusura di Grazia Neri. Ne dobbiamo solo prendere atto, considerando purtoppo, come tu suggerisci, di trasformare le nostre attività navigando sull’onda delle trasformazioni che ci stanno travolgendo.
Sappi però che da te e da Roberto Tomesani ci aspettiamo molto, perché senza delle guide che sappiano mostrarci la strada… siamo tutti delle pecorelle smarrite.
Bravo Luca. Complimenti. Come sempre colpisci nel segno.
Purtroppo è una triste realtà e dobbiamo solo prenderne atto. La crisi (se così si può definire), sono convinto che sia cominciata quando Bill Gates ha messo a punto il personal computer; un validissimo strumento che ha portato e porterà ad un inevitabile taglio di competenze in tutti i settori che fanno uso di tecnologia.
Oggi il pc, supportato energicamente dal web, ha cambiato radicalmente centinaia di attività professionali.
Partendo da quelle più vicine a noi faccio l’esempio dei laboratori fotografici tradizionali che sono praticamente scomparsi, a parte quelli che hanno saputo cogliere le opportunità del digitale, ma sempre con fatturati decisamente minori degli anni passati.
Anche le tipografie hanno dovuto rivedere completamente i parametri gestionali con tagli decisi sul personale, seguite naturalmente dagli editori, spiazziati dalla diffusione del web. Poi il cinema, l’industria discografica… e la fotografia.
Oggi la definizione di fotografia è cambiata. Si parla di immagini, anzi di produzione di immagini, che nulla hanno a che vedere con l’arte (anch’essa in crisi purtroppo). Concetti come creative commons, social network, citizen journalism, stanno abbassando ulteriormente la marginalità di possibili guadagni. Oggi, ad esempio, grazie al web ed al citizen journalism (in pratica ogni cittadino diventa ipotetico fornitore di notizie e immagini… a costo zero), siamo bombardati da informazioni ed è evidente che gli editori facciano di tutto per risparmiare e di conseguenza utilizzino proprio questi servizi, a discapito di giornalisti e fotografi professionisti.
Non sono affatto sopreso, come te immagino, caro Luca, della chiusura di Grazia Neri. Ne dobbiamo solo prendere atto, considerando purtoppo, come tu suggerisci, di trasformare le nostre attività navigando sull’onda delle trasformazioni che ci stanno travolgendo.
Sappi però che da te e da Roberto Tomesani ci aspettiamo molto, perché senza delle guide che sappiano mostrarci la strada… siamo tutti delle pecorelle smarrite.
Personalmente sono dispiaciuto, eppure a ben vedere non c’e’ assolutamente nulla di cui dispiacersi.
Scindiamo il problema nei suoi due aspetti fondamentali : immagini di stock e servizi fotografici su soggetti tematici. Lo stock tradizionale in quanto tale non serve piu’, inutile discuterne. Se ho bisogno di immagini di stock il web risolve le mie esigenze in modo radicale, inoltre riduce i costi di gestione. L’agenzia in quanto teca di duplicati o di originali da far circolare e’ semplicemente obsoleta. Microstock o stock che sia va ormai verso un rapporto sempre piu’ diretto tra fotografo e cliente. Solo chi si occupa di raccogliere sotto un unico marchio/sito/database informativo una offerta di qualita’ ha lo spazio e il diritto per vivere. Se produco stock posso anche venderlo direttamente, soprattutto se e’ uno stock molto specializzato. Se invece sono un fotografo che lavoro su servizi tematici l’agenzia in quanto tale mi serve ancora meno. Con la dotazione di un qualsiasi professionista posso produrre n copie del mio lavoro da far circolare nelle forme piu’ diverse. Ancora una volta il web mi consente di offrire il mio lavoro su scala mondiale, per quale motivo dovrei appoggiarmi ad una o una serie di agenzie locali, nazionali o continentali, quando il lavoro che farebbe l’agenzia lo posso fare da solo, anche meglio. diverso qui sarebbe il discorso di un agente. Quindi nulla di strano che alcuni forme del mercato della fotografia scompaiano col suo progressivo radicarsi nella societa’.
Personalmente sono dispiaciuto, eppure a ben vedere non c’e’ assolutamente nulla di cui dispiacersi.
Scindiamo il problema nei suoi due aspetti fondamentali : immagini di stock e servizi fotografici su soggetti tematici. Lo stock tradizionale in quanto tale non serve piu’, inutile discuterne. Se ho bisogno di immagini di stock il web risolve le mie esigenze in modo radicale, inoltre riduce i costi di gestione. L’agenzia in quanto teca di duplicati o di originali da far circolare e’ semplicemente obsoleta. Microstock o stock che sia va ormai verso un rapporto sempre piu’ diretto tra fotografo e cliente. Solo chi si occupa di raccogliere sotto un unico marchio/sito/database informativo una offerta di qualita’ ha lo spazio e il diritto per vivere. Se produco stock posso anche venderlo direttamente, soprattutto se e’ uno stock molto specializzato. Se invece sono un fotografo che lavoro su servizi tematici l’agenzia in quanto tale mi serve ancora meno. Con la dotazione di un qualsiasi professionista posso produrre n copie del mio lavoro da far circolare nelle forme piu’ diverse. Ancora una volta il web mi consente di offrire il mio lavoro su scala mondiale, per quale motivo dovrei appoggiarmi ad una o una serie di agenzie locali, nazionali o continentali, quando il lavoro che farebbe l’agenzia lo posso fare da solo, anche meglio. diverso qui sarebbe il discorso di un agente. Quindi nulla di strano che alcuni forme del mercato della fotografia scompaiano col suo progressivo radicarsi nella societa’.
[...] da tag archivio, Grazia Neri, stock Grazia Neri chiude. Ne parla Luca Pianigiani qui (commenti al post [...]
Luca Pianigiani, ti seguo sempre e trovo i tuoi articoli interessanti ed intelligenti.
Ho letto con attenzione tutto il tuo articolo ed ogni commento ad esso.
Non comprendo, forse per mia ignoranza, l’accostamento del microstock all’agenzia di Grazia Neri (Luca ho letto “che non credi sia così…” ma il solo menzionarlo…o leggere i commenti…).
Si mischia la branca del fotogiornalismo con il lavoro di fotografo in generale. Si scrive qui sopra di giornali, editori, verdurai e grafici.
Credo che una maggiore chiarezza prima di scrivere servirebbe per non fare di tutto una….insalata!
Il fotogiornalismo non è la fotografia, solo un suo settore.
Il microstock è un settore (solo uno) all’interno della fotografia commerciale e pubblicitaria, e non fa e non ha mai fatto assolutamente fotogiornalismo od il lavoro di Grazia Neri, come paragonarli?
Con le foto di Grazia Neri credo non si fa la pubblicità ed il suo fallimento non vuole dire il fallimento di altri settori fotografici.
Per una Grazia Neri che chiude ci sono settori fotografici in enorme espansione a causa…indovina un pò…delle richieste dei clienti; e ci sono agenzie di micro e macro che hanno conti e vendite brillanti, solo con qualche opacità in questo periodo di crisi. Come? Fornendo a chi domanda immagini in mercati che che le agenzie ed i fotografi non hai mai voluto coprire.
Insomma voglio dire: se dobbiamo parlare di macchine perché parliamo di moto? O meglio, Grazia Neri opera in una nicchia di un settore specifico all’interno della fotografia…e va raffrontata, chi vuole farlo, ad un’altra agenzia dello stesso settore credo…Magnum per esempio?
Ciao a tutti.
Luca Pianigiani, ti seguo sempre e trovo i tuoi articoli interessanti ed intelligenti.
Ho letto con attenzione tutto il tuo articolo ed ogni commento ad esso.
Non comprendo, forse per mia ignoranza, l’accostamento del microstock all’agenzia di Grazia Neri (Luca ho letto “che non credi sia così…” ma il solo menzionarlo…o leggere i commenti…).
Si mischia la branca del fotogiornalismo con il lavoro di fotografo in generale. Si scrive qui sopra di giornali, editori, verdurai e grafici.
Credo che una maggiore chiarezza prima di scrivere servirebbe per non fare di tutto una….insalata!
Il fotogiornalismo non è la fotografia, solo un suo settore.
Il microstock è un settore (solo uno) all’interno della fotografia commerciale e pubblicitaria, e non fa e non ha mai fatto assolutamente fotogiornalismo od il lavoro di Grazia Neri, come paragonarli?
Con le foto di Grazia Neri credo non si fa la pubblicità ed il suo fallimento non vuole dire il fallimento di altri settori fotografici.
Per una Grazia Neri che chiude ci sono settori fotografici in enorme espansione a causa…indovina un pò…delle richieste dei clienti; e ci sono agenzie di micro e macro che hanno conti e vendite brillanti, solo con qualche opacità in questo periodo di crisi. Come? Fornendo a chi domanda immagini in mercati che che le agenzie ed i fotografi non hai mai voluto coprire.
Insomma voglio dire: se dobbiamo parlare di macchine perché parliamo di moto? O meglio, Grazia Neri opera in una nicchia di un settore specifico all’interno della fotografia…e va raffrontata, chi vuole farlo, ad un’altra agenzia dello stesso settore credo…Magnum per esempio?
Ciao a tutti.
Fabio, sono d’accordo, infatti ho scritto che non è certo possibile trovare una risposta ai problemi di un’entità come Grazia Neri nel microstock che ha ambienti e sviluppi differenti. Nei commenti molti hanno parlato di microstock, ma forse perché è stato l’argomento della settimana scorsa ed era ancora molto caldo… Purtroppo, in ogni ambito ci sono problemi, e si tende spesso a metterli tutti insieme… è comprensibile per certi versi! Buona giornata, alla prossima.
Fabio, sono d’accordo, infatti ho scritto che non è certo possibile trovare una risposta ai problemi di un’entità come Grazia Neri nel microstock che ha ambienti e sviluppi differenti. Nei commenti molti hanno parlato di microstock, ma forse perché è stato l’argomento della settimana scorsa ed era ancora molto caldo… Purtroppo, in ogni ambito ci sono problemi, e si tende spesso a metterli tutti insieme… è comprensibile per certi versi! Buona giornata, alla prossima.
Fabio e Luca, vero è che Grazia Neri vuol dire fotogiornalismo, ma vuol dire anche, e molto, agenzia di Stock, e questo non è che conti poco nell’economia di un azienda; così come ogni studio fotografico produce verosimilmente un 10-20% di foto da mettere in portfolio ed il resto da fare per quadrare i conti; il microstock ha dato un colpo mortale alle agenzie, perchè per riempire una nicchia di mercato, che effettivamente stava nascendo con i blog ed il web, ha offerto a prezzi ridicoli lavori che, a causa della concorrenza interna tra fotografi, sono di una qualità strepitosa. Conosco grafici che vendono al cliente un lavoro addebitandogli il costo di un abbonamento al microstock, o più, e poi scaricano poi altre 750 foto per usi futuri, magari con soggetto birra se hanno per clienti i gestori dei pub.
In definitiva il prezzo del micro è troppo è troppo al ribasso, più di quanto chieda il mercato, e ovviamente il mercato gongola per questo; le agenzie di macrostock hanno fatturati in calo, tutte, anche getty e corbis, e se il fotogiornalismo non copre il calo si arriva al punto di rottura. Nelle riviste si parla sempre più di gossip, di escort, e meno di temi sociali, che poi l’inserzionista non mi compra le pagine….
Fabio e Luca, vero è che Grazia Neri vuol dire fotogiornalismo, ma vuol dire anche, e molto, agenzia di Stock, e questo non è che conti poco nell’economia di un azienda; così come ogni studio fotografico produce verosimilmente un 10-20% di foto da mettere in portfolio ed il resto da fare per quadrare i conti; il microstock ha dato un colpo mortale alle agenzie, perchè per riempire una nicchia di mercato, che effettivamente stava nascendo con i blog ed il web, ha offerto a prezzi ridicoli lavori che, a causa della concorrenza interna tra fotografi, sono di una qualità strepitosa. Conosco grafici che vendono al cliente un lavoro addebitandogli il costo di un abbonamento al microstock, o più, e poi scaricano poi altre 750 foto per usi futuri, magari con soggetto birra se hanno per clienti i gestori dei pub.
In definitiva il prezzo del micro è troppo è troppo al ribasso, più di quanto chieda il mercato, e ovviamente il mercato gongola per questo; le agenzie di macrostock hanno fatturati in calo, tutte, anche getty e corbis, e se il fotogiornalismo non copre il calo si arriva al punto di rottura. Nelle riviste si parla sempre più di gossip, di escort, e meno di temi sociali, che poi l’inserzionista non mi compra le pagine….
Il mercato è cambiato così velocemente che intere fette del grande archivio di Grazia Neri sono diventate invendibili. Per le agenzie vedo tempi duri, dovranno puntare sulle idee, su prodotti finiti (che non è facile ne sempre economico produrre). La pressione del mercato amatoriale sullo stock generalista ha fatto si che interi archivi di fotografi che avevano vissuto sulla vendita delle loro foto sono evaporati nel giro di qualche anno. L’editoria è in fase di declino e si sta trasferendo su web, i costi sono diventati la voce da tenere d’occhio. Non si può contrastare il fenomeno Microstock c’è solo da ripensare al proprio lavoro tendo presente che se intendo vendere le mie fotografie sul web l’aspettativa è che costino poco. Ha senso quindi pensare ad aggregazioni di fotografi in grado di guadagnarsi il loro pane con una committenza privata e che provino a trovare nuovi mezzi per veicolare il fotogiornalismo. La fotografia sociale è un archivio della memoria rimarrà solo che in questo periodo non è possibile viverci dignitosamente…
Il mercato è cambiato così velocemente che intere fette del grande archivio di Grazia Neri sono diventate invendibili. Per le agenzie vedo tempi duri, dovranno puntare sulle idee, su prodotti finiti (che non è facile ne sempre economico produrre). La pressione del mercato amatoriale sullo stock generalista ha fatto si che interi archivi di fotografi che avevano vissuto sulla vendita delle loro foto sono evaporati nel giro di qualche anno. L’editoria è in fase di declino e si sta trasferendo su web, i costi sono diventati la voce da tenere d’occhio. Non si può contrastare il fenomeno Microstock c’è solo da ripensare al proprio lavoro tendo presente che se intendo vendere le mie fotografie sul web l’aspettativa è che costino poco. Ha senso quindi pensare ad aggregazioni di fotografi in grado di guadagnarsi il loro pane con una committenza privata e che provino a trovare nuovi mezzi per veicolare il fotogiornalismo. La fotografia sociale è un archivio della memoria rimarrà solo che in questo periodo non è possibile viverci dignitosamente…
Vediamo, anni fa facevo la foto, portavo il rullino dal laboratorio, dopo qualche giorno riprendevo i provini, il cliente li vedeva, sceglieva, stampavo e guadagnavo 20.
Oggi, scatto, scarico sul computer, faccio tutta la postproduzione possibile e faccio upload sul sito microstock e forse , non so nemmeno quando guadagno 0.5.
Credo che la cosa si commenti da sola, fatte le dovute correzioni per chiunque queta è la realtà che. è vero, è cambiata, è cambiato tanto , ma non tutto.Gli impegni e i costi quotidiani restano anzi aumentano e noi bravi fotografi cosa facciamo? Lavoriamo il quintuplo, alziamo la qualità in modo assurdo e ovviamente guadagnamo un ventesimo.Ma sono io che sono stupido o qualcosa non quadra?
Ok darsi da fare, ok metterci l’anima ma siamo al limite del gratis, tantovale andare a fare due passi al mare.In tutti i settori i professionisti si uniscono, fanno consorzi, ma per diminuire le spese non per azzerare i guadagni, ma noi grandi fotografi a sta cosa non ci arriviamo, preferiamo fare upload e guadagnare 1 € a foto investendone migliaia. Mistero………..
Vediamo, anni fa facevo la foto, portavo il rullino dal laboratorio, dopo qualche giorno riprendevo i provini, il cliente li vedeva, sceglieva, stampavo e guadagnavo 20.
Oggi, scatto, scarico sul computer, faccio tutta la postproduzione possibile e faccio upload sul sito microstock e forse , non so nemmeno quando guadagno 0.5.
Credo che la cosa si commenti da sola, fatte le dovute correzioni per chiunque queta è la realtà che. è vero, è cambiata, è cambiato tanto , ma non tutto.Gli impegni e i costi quotidiani restano anzi aumentano e noi bravi fotografi cosa facciamo? Lavoriamo il quintuplo, alziamo la qualità in modo assurdo e ovviamente guadagnamo un ventesimo.Ma sono io che sono stupido o qualcosa non quadra?
Ok darsi da fare, ok metterci l’anima ma siamo al limite del gratis, tantovale andare a fare due passi al mare.In tutti i settori i professionisti si uniscono, fanno consorzi, ma per diminuire le spese non per azzerare i guadagni, ma noi grandi fotografi a sta cosa non ci arriviamo, preferiamo fare upload e guadagnare 1 € a foto investendone migliaia. Mistero………..
il 29 settembre ,a oltrefoto, Grazia Neri racconta il suo punto di vista sulla crisi della sua agenzia e i motivi reali della sua chiusura.
http://www.oltrefoto.it/GraziaNeri.htm
se qualcuno tra i commenti ci ha visto giusto, vince qualcosa? ;)
il 29 settembre ,a oltrefoto, Grazia Neri racconta il suo punto di vista sulla crisi della sua agenzia e i motivi reali della sua chiusura.
http://www.oltrefoto.it/GraziaNeri.htm
se qualcuno tra i commenti ci ha visto giusto, vince qualcosa? ;)
[...] ai cambiamenti. e nel 2009 ce ne sono stati parecchi. leggendo articli come quelli di jumper ( Chiude Grazia Neri, qual è il senso? e fotografi fantasmi nell’editoria italiana ) mi rendo conto che oggi fare solo il fotografo [...]
[...] di problemi che cadono, più grandi di noi, sulle nostre spalle (la chiusura dell’agenzia Grazia Neri, oppure la tristezza della perdita di un grande collega), allora c’è partecipazione. Se vi [...]
[...] di problemi che cadono, più grandi di noi, sulle nostre spalle (la chiusura dell’agenzia Grazia Neri, oppure la tristezza della perdita di un grande collega), allora c’è partecipazione. Se vi [...]
[...] di problemi che cadono, più grandi di noi, sulle nostre spalle (la chiusura dell’agenzia Grazia Neri, oppure la tristezza della perdita di un grande collega), allora c’è partecipazione. Se vi [...]