Può essere certificata la qualità di un fotografo? Questa domanda è diventata argomento di cronaca perché è stato presentato dall’importante Ente certificatore IMQ un iter di certificazione UNI basato sulla Norma 11476 di “Figure operanti nel campo della Fotografia e comunicazione visiva correlata” (va detto che questa norma non è nuova, ma festeggia proprio in questi giorni un anno di vita). La recente presentazione di IMQ (che si può trovare qui), però, ha dato più enfasi “pratica e attuale” a questa questione, e in giro sul web, molti fotografi hanno iniziato a interrogarsi, spesso alimentando molti più dubbi che non certezze. Abbiamo quindi cercato di fare un po’ di luce, cercando di dare delle opinioni speriamo sensate, e chiedendo direttamente a IMQ di rispondere a dei dubbi, che – prima di essere “dubbi del settore” – sono “dubbi nostri”.

Partiamo da una premessa: siamo assolutamente convinti che un processo di certificazione, in questo settore, sia importante. Non lo pensiamo oggi, non lo pensavamo un anno fa quando è stata pubblicata la Norma 11476 e nemmeno quando è stato avviato il dialogo su questa tematica. Lo pensavamo e lo dichiaravamo 12 anni fa, quando sulla nostra rivista cartacea, Jump, abbiamo fatto esplodere la tematica, con articoli specifici e approfonditi, realizzati da esperti del settore. Queste “novità” di cui parliamo oggi sono solo il passaggio alla pratica di una visione che abbiamo promosso tanto tempo fa, quando tra l’altro il settore era molto meno “in crisi” di oggi. Proprio per questo, se ce lo consentite, i nostri dubbi pesano parecchio, perché non siamo persone che non credono in questo processo, anzi: ci crediamo a tal punto che vorremmo che seguisse davvero un iter concreto e utile. Con questo, non è nostro desiderio criticare questa proposta, anzi, ma cercare di darle il giusto posizionamento, e se possibile dare – anche solo tramite le parole che scriviamo in questo piccolo spazio, ma ad alta densità di interesse per il nostro settore – un contributo alla sua evoluzione.

Il primo dubbio non è quello che tutti indicano come quello primario, ovvero che L’arte fotografica non può essere misurata dal punto di vista qualitativo oggettivo, che è una questione vera, ma la consideriamo inferiore rispetto a: Cosa significa e a cosa serve una certificazione di qualità? Già, perché la preoccupazione maggiore è quella di credere – da parte dei fotografi, specialmente quelli che stanno più soffrendo la concorrenza spietata, la mancanza di autorevolezza, di credibilità, di rispetto – che il bollino della certificazione possa essere uno scudo per difendersi, e ancor di più per attaccare il mercato. A queste persone, dobbiamo essere onesti, il bollino non serve a nulla. Lo abbiamo detto in passato, criticando tante iniziative che cercavano di illudere i fotografi dell’importanza di una simile icona. Lo diciamo ufficialmente, con forza e con determinazione:

  • Un Bollino non elimina il problema dell’abusivismo
  • Un Bollino non fa guadagnare di più
  • Un Bollino non ci rende migliori fotografi
  • Un Bollino non ci porta più clienti.

O meglio: tutto questo può anche succedere, ma non direttamente e solo come conseguenza di un approccio, non di un “simbolo”. Se si accettano queste considerazioni, sembrerebbe che quindi, nemmeno un bollino ufficiale come quello che viene certificato da un Ente, serva a qualcosa. E non è così, specialmente perché si tratta di un certificato ufficiale, erogato da un Ente che è “certificato per certificare”… scusate il gioco di parole, ma è importante chiarire questo punto: potremmo domani mattina creare un bollino di certificazione Jumper. Siamo un’entità credibile, seria, impegnata, con 30 anni di esperienza nel settore della formazione e dell’aggiornamento professionale, siamo seguiti da tutto il settore… eppure non siamo qualificati per certificare nessuno; di sicuro non possiamo farlo ufficialmente (e, tranquilli… non lo faremo!). Un Ente che possa davvero certificare deve avere un’ufficialità, che viene data non da un’autocertificazione, ma deve essere garantita al di là delle parole. Non c’è dubbio che un Ente Certificatore, come IMQ, abbia questa autorevolezza e quindi è un bel passo in avanti, rispetto a tante certificazioni aggregative che pur interessanti da tanti punti di vista, di fatto non hanno alcuna valenza e valore ufficiale (e che sono analoghe a quelle che abbiamo detto potrebbe fare anche/addirittura Jumper, ma che non ci sogniamo di fare).

Eppure… anche la Certificazione UNI ufficiale e certificata potrebbe non essere utile, se i presupposti sono quelli citati prima, perché come detto non sarà un Bollino a salvare la categoria, o almeno NON lo sarà se viene affrontato con questo approccio semplicistico. Ma, allora, a cosa serve? Proviamo a spiegarlo, con parole nostre, e poi vi rimandiamo ad una serie di risposte alle domande che abbiamo posto ai responsabili di IMQ (che con grande tempestività e collaborazione ci sono venuti incontro, a dimostrazione della serietà della società).

A cosa serve la certificazione UNI per fotografi (e per chi si occupa di comunicazione visiva)?

Secondo noi (non sono parole da “documentazione ufficiale”, solo nostre considerazioni che si basano su un briciolo di saggezza dovuta alla vecchiaia nel settore e dall’amore che abbiamo per il settore stesso), la Certificazione UNI è un punto di arrivo di un processo che deve far capire – prima di tutto – cosa significa “Qualità”. Troppo spesso, la parola è usata in modo inappropriato: si vede una fotografia, o un portfolio e si dichiara se quel lavoro è “di qualità” oppure “no”. E’ sbagliato, dal punto di vista dell’approccio della qualità. Vi facciamo un esempio esterno al nostro settore: una azienda che produce mozzarella che dispone e espone un Certificato di Qualità non sta dichiarando (non lo può fare) che le sue mozzarelle sono buonissime; la certificazione garantisce il cliente e il settore una serie di questioni “concrete”, del tipo:

  • Che le mozzarelle prodotte utilizzano materie prime provenienti da fonti sicure
  • Che la produzione delle mozzarelle avviene in ambito sicuro e privo di pericoli
  • Che la distribuzione delle mozzarelle avviene tramite camion dotati di celle frigorifere che hanno sempre una temperatura non inferiore alle specifiche indicate (12 gradi, per esempio).
  • eccetera…

Le mozzarelle saranno quindi sicuramente non inferiori come qualità – anche percepita – ad uno standard definito, ma non significa che saranno sicuramente più buone di una mozzarella prodotta da un piccolo artigiano non certificato, semplicemente questo secondo produttore non può dare garanzie, se non verbali, del fatto che la sua mozzarella sia davvero buona (o proponendo un “assaggio”), e specialmente non può garantire questa qualità nel tempo perché non ha attivato un processo di controllo: oggi può essere buona, domani addirittura dannosa alla salute. Si, se proprio vogliamo migliorare la comprensione della parola di processo di qualità possiamo definirlo un processo di controllo. La qualità è controllo (e scusate se uso un linguaggio grezzo, di sicuro non sono un tecnico di certificazione, ma il senso è questo).

Il processo della certificazione non ha nel suo obiettivo finale il bollino, ma l’ottenimento di un processo che porta a produrre con qualità, ovvero con controllo. Non si tratta di un processo che somiglia ad un esame (se sei bravo passi l’esame, se sei un incompetente no), anche se il processo di certificazione per il fotografo si basa fondamentalmente sulla certificazione della “persona” e non del “processo” come giustamente ci è stato indicato nelle risposte dai responsabili di IMQ che trovate qui sotto. Ma il concetto è che una Certificazione di questo tipo ha senso se ci aiuta a fare un’analisi precisa di come lavoriamo e come operiamo per migliorare una serie di parametri che si trasformeranno in garanzie dirette o indirette per il nostro cliente.

Ci serve a diventare grandi, a gestire un’attività professionale e imprenditoriale basandosi su una visione che va ben oltre alla semplice analisi qualitativa, ai parametri estetici che quasi mai corrispondono ad un valore percepibile, specialmente perché sono frutto di una visione del fotografo, che solo raramente ha un approccio di confronto con quello che si produce a più alto livello.

Imparare a fare un proprio schema che viene seguito aiuta a crescere, ed è questo che dovrebbe essere la grande occasione per questo settore: la Certificazione UNI 11476 non affronta in modo approfondito alcune questioni, ma apre la mente per fare in modo che sia la “testa” dei professionisti a cambiare. SE può aiutarci a capire che questo mestiere, quello di fotografo, non è diverso da qualsiasi altro, che non siamo dei “marziani” che possono permettersi di lavorare, con successo, con credibilità e con risultato economico, senza regole, senza darsi degli schemi, allora EVVIVA la Certificazione UNI: va fatta, e va fatta subito. Speriamo di poter consigliare – se possibile, e strada facendo – l’inserimento di alcuni “paletti” in questo processo (si, lo sappiamo, stiamo sforando da un processo di “certificazione della persona” ad un processo di “certificazione del processo”, ma forse perché crediamo che sia altrettanto importante, forse ancora di più).

Se si riuscisse a trasformare il processo, lo stimolo e il “desiderio di un bollino” in un processo che trasforma l’approccio alla produzione, ad un’analisi più concreta di cosa siamo e cosa vogliamo essere, se poniamo l’attenzione non su di NOI, ma sul valore oggettivo da trasferire sui clienti (la certificazione è qualcosa che si fa per garantire il cliente, prima di tutto: forse questo è un dettaglio che non viene compreso, e deve essere compreso), allora si che il settore può crescere.

Per fare un altro esempio pratico, se usiamo uno spedizioniere che ci garantisce che il nostro pacco ce lo consegnerà tra 24 ore, e per noi è fondamentale avere quel pacco dopo 24 ore, usare un servizio “certificato” è per noi una garanzia importante. E per poter garantire questo, è necessario attivare dei sistemi che possano davvero garantire questo, senza ombra di dubbio. Dobbiamo anche noi essere così: professionisti in grado di dare garanzie oggettive, non delle parole al vento: non conosco nessuno (se non per farsi dire il contrario, ci sono dei simpatici gigioni nel settore!) che dichiara di avere una qualità “davvero scarsa”, di “essere un pessimo fotografo”, eppure di pessimi fotografi ce ne sono tantissimi. Le parole valgono zero, i fatti invece sono tutto. Per questo diciamo: cerchiamo di far crescere questo percorso, vivendolo da dentro e non da fuori. Iniziamo a trasformare in concretezza la parola qualità; noi faremo il possibile per contribuire nel dare strumenti e consigli per dare spazio, in questa certificazione, a parametri e strumenti per dare valore pratico e efficace, ma bisogna partire.

Qui sotto, pubblichiamo domande e risposte sui già citati dubbi. Ci ha risposto Alessandro Ciusani di IMQ Italia, con il quale intendiamo proseguire il dialogo, su questo discorso. Non ci interessa “portare fotografi alla certificazione”, non abbiamo alcun interesse economico e pratico in questo, e proprio per questo siamo liberi di dare opinioni, di fare critiche, di proporre modifiche. Stiamo lavorando per voi, non certo per vendere un prodotto, ma ci mettiamo quella passione e impegno che servono per trattare un tema che pur non potendo essere determinante per il futuro del nostro settore, di sicuro aiuta ad individuare una strada, se l’orientamento segue la strada giusta. Ed è in quest’ottica che abbiamo trattato (e torneremo a trattare) l’argomento.

Domande (nostre) e risposte (da parte di IMQ Italia) sulla certificazione UNI dei fotografi

1) Come vengono individuati i parametri “qualitativi” del portfolio? La qualità “Media” della fotografia professionale in Italia ha davvero delle variabili incredibili. Qual è il margine oltre il quale un portfolio è un’opera d’arte o una schifezza?

Il compito della Certificazione personale del fotografo non è – in prima istanza – quello di restituire una quantificazione metrica della qualità, ma di garantire l’esistenza della qualità necessaria per potersi dire professionista per il settore (e la norma di riferimento). Pur se nell’attestato di certificazione IMQ è indicata anche una votazione espressa in centesimi (dove 100/100 significherebbe la perfezione assoluta), quindi, il processo di certificazione indica l’esistenza – o meno, se la valutazione non viene superata – di una professionalità complessiva, valutata dalla confluenza di molti parametri.
E’ apparso evidente, fin dalle prime fasi di stesura della norma, come fosse improponibile la valutazione solo tecnica del professionista attivo in un ambito a cavallo fra tecnica, espressività, creatività e abilità personali.
Per questo il colloquio dell’esame di certificazione mira a scandagliare la confluenza di molti elementi, seguendo una traccia prestabilita e ripetibile (sono state definite opportune Istruzioni Operative per gli Esaminatori), ed attribuendo a ciascun elemento un peso ponderato.
La materia è – e necessariamente resta – inadatta ad una gabbia acriticamente e rigidamente metrica, ma il sistema permette di effettuare una sintesi “oggettivizzata” dei tanti parametri che compongono le competenze del candidato.

2) Come vengono effettuate le “simulazioni reali operative” segnalate nella documentazione relativa al “test”?
Al candidato vengono descritte delle ipotetiche situazioni professionali in linea con la sua specializzazione, e gli viene chiesto di indicare quale sarebbe – in quel caso – il suo comportamento in termini di rapporto con il cliente, di determinazione del suo compenso, di oggettivazione degli accordi, di garanzie offerte.
In altre parole, si “simula” assieme una condizione di rapporto con il cliente ed il mercato, e si chiede di esplicitare quale sarebbe la linea di comportamento tenuto.
Si tratta di uno degli elementi che confluisce nella griglia di valutazione, assieme al portfolio (elementi tecnici e efficacia espressiva), alla effettiva penetrazione e collocazione nel mercato, alla capacità relazionale, alle conoscenze tecniche, alla capacità comunicativa, eccetera.
Per ciascuno degli aspetti è predisposta una griglia di valutazione; e ciascuna delle valutazioni viene soppesata da un coefficiente ponderato.

3) Come si riesce a fare una valutazione, sulla base di un testo scritto, di una materia che si basa sulla capacità di realizzare immagini?
Infatti, sarebbe fortemente fuorviante basarsi solo sul test scritto. La prova scritta è solo uno degli elementi, e – nella valutazione complessiva – il suo risultato influisce per una porzione veramente minima. La stessa Norma UNI – non dimentichiamoci che si tratta di una certificazione di aderenza alla Norma – esplicitamente
richiama l’importanza di accentrare l’attenzione non sulle “conoscenze” (le nozioni) ma sulle “competenze” (i risultati in uscita). Ecco l’estratto a riguardo dalla Norma 11476:2013:

6.2.3 Valutazione del livello professionale

NOTA E’ importante rilevare che, nel caso specifico di professioni caratterizzate dall’importanza degli apporti espressivi e creativi (e cioè nelle professioni collegate anche alla concretizzazione di qualche forma di espressione artistica) la valutazione del livello professionale raggiunto non può concentrarsi sull’enumerazione o valutazione delle conoscenze acquisite, ma dovrebbe considerare come massimamente indicativi i risultati in termini di competenze finali, intese come risultanza dell’efficace traduzione in risultati apprezzabili di conoscenze (eventualmente anche minime, purché sufficienti)
rese oggettivamente efficaci dalla presenza di significative abilità.

A differenza, quindi, delle professioni ben descrivibili mediante il rilevamento di una necessaria presenza di conoscenze acquisite mediante apprendimento formale nel caso della professione oggetto della presente Norma la valutazione dell’effettivo livello professionale raggiunto dovrebbe essere particolarmente ponderata sull’efficacia delle competenze espresse dal singolo professionista, intese come prodotto degli “strumenti di conoscenze” moltiplicato per il “fattore abilità”.

4) Come viene certificata la competenza, e dove vengono individuati i “valutatori”?

Come già accennato, la competenza viene valutata come prodotto sinergico di molti elementi, che descrivono mediante un processo di sintesi lo stato professionale di una persona, in rapporto alla sua attività professionale.
Va rilevato che esiste anche una “soglia minima di ingresso”: per fare domanda di certificazione occorre avere esercitato l’attività professionale – in forma documentata ed ufficializzata – per almeno due anni continuativi, ed occorre che l’attività inerente alla fotografia sia l’occupazione prevalente – ancorché non esclusiva – del candidato.

I valutatori, nel termine Accredia Esaminatori, che devono comprendere ed applicare lo spirito ed il metodo della Norma specifica, devono rispondere a specifici requisiti definiti sia dalla norma di riferimento per gli Organismi di Certificazione (17024) quali ad esempio: curriculum, conoscenza delle diverse tipologia di attività, conoscenza delle norme di riferimento, esperienza nella “gestione di un aula”.
Preciso che l’Esaminatore è solo una delle figure coinvolte nel processo che prevede un Commissione d’esame, un Ente deliberatore e un Responsabile di Certificazione, tutte figure tra loro distinte e che necessitano di specifiche competenze.

5) Rispetto ad una certificazione più “classica”, per esempio per un’azienda, questa certificazione sembrerebbe più orientata all’analizzare e verificare una competenza “tecnica” piuttosto che una capacità di gestire un processo che garantisca efficienza al cliente dal punto di vista del flusso organizzativo/logistico. Sbaglio?

Si tratta di una certificazione della persona, e non una certificazione di processo (come si fa) o di prodotto (come deve essere). E’ quindi una certificazione che attesta uno stato di fatto, posto in essere dalla persona, e dalle sue competenze. E’ altresì vero che nella fase di colloquio il candidato descrivendo la propria attività fa chiaro riferimento al processo con cui eroga il servizio, ad esempio descrivendo la predisposizione di un’offerta: esiste un listino?, il listino è reso pubblico?, quali sono le garanzie fornite al cliente? Fornendo elementi di valutazione anche in questo senso.

Per informazioni

26 responses

  1. Più che la certificazione ritengo sia più utile ed efficace una seria educazione ad un particolare aspetto della fotografia professionale. Non solo come fare le fotografie, ma soprattutto cosa chiedere e come chiederlo ai clienti. Bisogna educare. Tutti sanno cos’è un TFP, ma pochi sanno quanto vale in termini economici. Tutti sanno la differenza tra F/2.8 e un F/1.4, ma pochissimi sanno quanto chiedere per un’ora di lavoro. Un fotografo che inizia oggi la carriera non ha la più pallida idea di quanto chiedere al proprio cliente. Non ha idea di cos’è giusto o sbagliato. Non ha idea di cosa, gli altri professionisti, chiedono per un determinato assignment. Reputo sia importante in primis affrontare questo aspetto.

    1. Giulio, è proprio nell’ottica dell’educazione che penso che un approccio “stile” certificazione possa risultare utile, ed è quello che ho cercato di dire. Non tanto cercare “un bollino”, ma un approccio educativo – la parola che hai usato è perfetta – sia per chi inizia, sia per chi da tanti anni lavora in questo settore. Bisogna pur partire da qualcosa…

  2. Caro Luca, sono contenta che si affronti l’affair UNI anche sul SJ.
    Personalmente, dopo aver seguito l’iter della norma grazie al lavoro d’informazione fatto dalla Tau Visual, ho maturato la mia idea e ho deciso di “farmi certificare”. Non penso che avere un bollino, come per le banane, serva di per sé a garantire le qualità di un fotografo ma credo che in alcuni settori possa essere una condizione necessaria ma non sufficiente. Mi spiego meglio: se cerco un ristorante, guardo la lista del menù che per legge dev’essere apposto fuori con il listino delle pietanze e dei rispettivi prezzi. Questo non rende il locale un buon posto per mangiare e non mi garantisce sulla qualità della cucina ma sicuramente, come consumatore, mi fornisce una garanzia in più rispetto ad un altro analogo che “ci marcia” e non mi dà informazioni né sui costi né sui piatti.
    Come fotografa, non credo che un certificato faccia di me un professionista migliore o più capace di altri, anzi, in alcuni casi potrebbe anche essere una sorta di alibi da sfoderare davanti a colleghi più capaci o maggiormente inseriti nel mercato e che come tali non hanno bisogno di specchietti per le allodole da sfoderare di fronte a potenziali clienti. Semplicemente ritengo che in alcuni settori specifici, come chi lavora con le istituzioni culturali, enti statali o ministeri, possa essere un veicolo utile per garantire la correttezza della posizione, almeno in termini fiscali e di esperienza. Ognuno fa la sua scelta: la certificazione non toglie nulla a chi non ce l’ha ma può essere un fattore in più per chi si vuole proporre professionalmente verso una clientela non solo di privati.

    1. Ciao Francesca,
      quello segnalato da te è un aspetto importantissimo che non ho trattato (ma che volevo trattare, è rimasto… tra le dita e la tastiera). Il rapporto con Enti, Istituzioni ma anche Aziende può essere importante dare specifiche garanzie, esattamente come si diceva nel settore della logistica. Ci sono strutture che, proprio perché certificate, hanno addirittura l’obbligo di avvalersi di fornitori certificati. Ovvio che il discorso nei confronti dei privati è ben diverso, ma non solo di privati la fotografia vive e deve vivere ;-) Grazie per il tuo prezioso contributo e anche testimonianza.

  3. Siccome come più volte detto e scritto questa “certificazione” non esclude l’abusivismo che è il problema annoso forse principale da sempre… non mi certificherò. Non ho bisogno e non voglio che nessuno mi venga a dire chi sono o cosa sono e che faccio. Inoltre come filosofia di vita sono in generale (quindi non solo in fotografia) stanco di essere munto da stato, federazioni varie, albi e camere… patentini web pc win ecc… e ‘mo anche uni.
    Penso che, in questo ambiente fotografico, i sia già certificato al tempo quando usci dall’IED, poi col lavoro duro negli anni e la sopravvivenza stessa.
    Visto che i problemi seri non si risolvono … evviva un po’ di sana anarchia .. :)
    No alle certificazioni, si al lavorare bene e con voglia di comunicare qualcosa.
    Un saluto a tutti

    1. Il problema, ahimè, non è MAI stato l’abusivismo. Ma ognuno può pensarla come vuole, e specialmente nessuno impone a nessuno di farlo, ma non è certo una bandiera costruttiva l’anarchia, così come ho detto che non è una bandiera un “bollino”. Questo settore ha bisogno di maturare, e tanto. Chissà perché ci si pensa superiori a quello che le aziende che operano in ogni settore e che per garantire qualità ai clienti – e di conseguenza avere commesse e fatturato – si devono certificare. Poi, ognuno fa quello che vuole…

  4. La prima reazione alle risposte di IMQ Italia è negativa. Mi sforzo di trovare dei segnali incoraggianti, li trovo nelle parole ” E’ altresì vero che nella fase di colloquio il candidato descrivendo la propria attività fa chiaro riferimento al processo con cui eroga il servizio,” ma mi dispero con il seguito…”…ad esempio descrivendo la predisposizione di un’offerta: esiste un listino?” Ma siamo sicuri di cosa stiamo parlando, siamo sicuri che stiamo parlando di imprenditori? La domanda è: la certificazione a cosa serve? Nel loro sito indicano che “L’ottenimento della certificazione rappresenta un plus in particolare nell’ambito della fotografia industriale, annual report, commerciale destinata a grandi aziende, beni culturali e sovraintendenza, enti pubblici e statali, bandi di concorso, forniture continuative ad enti locali, APT e simili, automotive….” (A questa pagina ci si arriva tramite una ricerca nel sito, perchè seguendo il percorso Certificazione figure personali – Fotografi, il link porta direttamente alla Certificazione degli Immobili). Ma siamo sicuri di questa affermazione? Se un paese come il nostro è costruito sulla totale improvvisazione di tantissime professioni, fra le quali l’imprenditore fotografo, non credo assolutamente che la soluzione passi da percorsi di certificazione affrontati in questo modo. Scrivi bene Luca, ” Proprio per questo, se ce lo consentite, i nostri dubbi pesano parecchio, perché non siamo persone che non credono in questo processo, anzi: ci crediamo a tal punto che vorremmo che seguisse davvero un iter concreto e utile”. Questo è il punto, non è tanto l’idea di certificazione ad essere + o – buona, ognuno la pensi come vuole, ma come questa avvenga. In questo è riassunto il limite culturale di cosa vuol dire fare impresa, perchè di questo si tratta. Poi va benissimo se si vuole si può andare al bar o in trattoria a disquisire se è meglio la tri-x o la Tmax ops scusate la Sandisk o la Lexar, ma rimane assodato il fatto che per essere professionisti ieri come oggi le competenze devono essere un “poco” più ampie del possedere un listino. Mi sembra che in genere lo sforzo di Luca sia da sempre in questa direzione.

  5. Ciao a tutti!
    Da sempre come Associazione sosteniamo che la vera “certificazione” viene dal mercato; quando le capacita’ vengono “riconosciute” dal mercato stesso, questo garantisce e certifica l’esistenza professionale, in forma meritocratica e non formale.
    Abbiamo fatto, fin dall’inizio, informazione dettagliata su luci ed ombre di un percorso di questo genere. Si trova il tutto a:
    http://www.fotografi.org/certificazione
    (occhio, pero’: si tratta di norma UNI, non ISO)
    Una certificazione di questo genere puo’ essere assolutamente inutile in certi casi, ed avere una sua utilita’ formale in altri.
    In un certo senso, una certificazione personale come questa ha una valenza molto simile a quella di una cravatta: un accessorio di abbigliamento privo di una sua funzionalità oggettiva (non copre, non tiene caldo…) ma visto ed accettato come simbolo di attenzione alla forma e affidabilità, pure se – appunto – formale.
    In alcuni ambienti la cravatta è utile per essere riconosciuti come “facenti parte” di quell’ambiente; in altri, è assolutamente fuor di luogo.
    Per chi vuole approfondire, c’e’ tanta documentazione al link gia’ segnalato.
    ciao!

    1. Grazie per il tuo intervento, Roberto. E’ importante che il settore – tutto – abbia indicazioni quanto più dettagliate per affrontare questo futuro, che è difficile anche perché mancano strumenti, e quando ci sono bisogna riuscire a decodificarli. Il lavoro che avete svolto e state svolgendo in questo ambito è prezioso.

      Grazie anche per la correzione su ISO/UNI ;-)

    2. sinceramente Roberto, dopo aver seguito tutto dall’inizio, da parte mia trovo inutile la certificazione.. dovrei fare centinaia di Km per andare a farmi sto bollino e poi? chi mai me lo chiederà? Sarà che non vivo in grandi città, sarà che il mio lavoro mi escude dal lavorare con aziende,ma già è difficile ai clienti far capire cos’è la fotografia,perchè c’è un ignoranza assurda, figuriamoci tra quanti anni sapranno dell’esistenza di questa certificazione..

  6. Beh…leggendo i commenti c’è chi la pensa in un modo e chi in un altro…
    personalmente mi farò certificare, prima di tutto per me, per misurare le mie competenze e il mio modo di pormi con i mercato e poi perchè credo che la differenza tra l’abusivo (che ci sarà sempre…se non fosse per la sua giovane età lo si potrebbe paragonare al mestiere più vecchio del mondo) e il professionista passi proprio dalla cura di tanti particolari compreso l’essermi misurato con qualcuno che mi ha ascoltato, ha cercato di capire chi sono e come mi propongo, che attrezzature uso, come tratto i clienti ecc. e mi ha dato “un voto”. Non sarà certo un bollino a farmi lavorare di più ma non sarà certo il bollino a farmi lavorare di meno, se lavorerò meno dipenderà sostanzialmente da me, stessa cosa per il suo contrario. In qualsiasi caso pare che le amministrazioni pubbliche saranno obbligate a fornirsi di professionisti certificati e questo sarà di sicuro un colpo per l’abusivo amico del sindaco dell’assessore ecc. ecc.

  7. Si ma in poche parole, serve o non serve? Un bollino mi elimina l’abusivo che fa corsi in nero, servizi in nero etc…? Perchè non viene fatta una lista ufficiale, con tanto di nomi, cognomi, p.iva, n.tessera ordine giornalisti etc… di tutti i fotografi ufficiali presenti in Italia e da renderlo pubblico in modo che tutti possano vedere chi è in regola e chi fa il furbetto?

  8. Ciao a tutti,
    mi inserisco tra i commenti solo per riportare la mia esperienza come partecipante alla prima sessione di certificazione a gennaio 2014 a Milano.
    All’incontro ho conosciuto 3 simpatici colleghi, il responsabile IMQ e ritrovato il nostro inesauribile Roberto Tomesani. Clima informale, espresso gentilmente offerto e sorrisi distesi che ci hanno portato all’anticipazione di quanto avremmo fatto durante la mattinata.
    L’esame è cominciato in una sala riunioni e la parte scritta consisteva in un test a risposte chiuse da riconsegnare compilato entro un termine ragionevolmente abbondante. Ricordo di aver impiegato non più di 10 minuti per tutte le domande che vertevano sulla fotografia, mentre ancora oggi mi interrogo su quali fossero i temi delle ultime 4 (video/informatica forse!?), che mi hanno impegnato per altrettanto tempo, ma a cui ho risposto seguendo solo l’ispirazione. Nell’introduzione all’esame era stato peró spiegato che le ultime 4 domande non avrebbero influito sul ‘punteggio’.
    A seguire per me un altro caffè (grazie ancora) e un’ora abbondante di lavoro in una comoda saletta wi-fi nell’attesa che i 3 colleghi terminassero la seconda parte del test, consistente in un colloquio di circa 30/40 min. con tematiche piuttosto ampie inerenti il profilo personale, il portfolio fotografico, il mercato normalmente servito e il posizionamento.
    Essendo l’ultimo a essere in ‘scaletta’ ho chiuso il colloquio intorno alle 13:00, uscendo dalla sede IMQ con una bella sensazione addosso, avendo affrontato per mezza giornata la fotografia in maniera un po’ differente.
    Nelle settimane successive (la valutazione è inviata a domicilio) ricordo che di tanto in tanto pensavo: chissà come sarò andato (?!) e la risposta è arrivata puntualmente con il certificato valido fino a gennaio 2024 riportante il risultato di 94/100 (nel mio caso sia per la parte tecnica che per l’artistico-interpretativo).
    Penso che nel tempo utilizzerò il logo IMQ nella mia comunicazione e che forse qualche cliente potrebbe valutarlo positivamente, mentre per altri sarà completamente superfluo.
    Sinceramente ho aderito a questa nuova certificazione per me, per avere una “fotografia” obiettiva circa il mio percorso, piuttosto che per un ulteriore bollino.
    Non esporrò il certificato al pubblico (ma lo appenderò nel mio studio privato insieme agli altri attestati) e continuerò a rimboccarmi le maniche come ho sempre fatto. Spero che nel 2024 riuscirò a migliorare la valutazione avuta quest’anno.
    Dettaglio costi: annualmente bisogna versare una quota per il rinnovo, fino alla scadenza. Buon lavoro, Flavio

    1. Grazie Flavio: la tua testimonianza aiuta a capire ancor meglio, e l’approccio di condivisione. Per le quattro domande “tecno digitali” – visto che è il mio campo di specializzazione – nel 2024 ci berremo un caffé insieme qualche giorno prima così ti aiuto ad arrivare a 100/100 ;-)))

    2. Salve . di norma leggo e incamero notizie. Questa volta scrivo in risposta al collega Flavio. Avere il bollino ti celebra come miglior fotografo, ma non può conferire umanità…..questo per dire che tempo fa le ho inviato una mail (o forse al suo team, non mi ricordo più…) per poter aver uno scambio di opinione (ovviamente chiedendo permesso). Non mi è arrivato nemmeno una risposta…. Ho inviato mail anche ad altri 2 fotografi e mi hanno risposto. Attenzione: questo non è uno sfogo, serve solo a dire che oltre alla qualità della foto, dobbiamo dare una qualità della persona. Anche se non sono certificato e per mia scelta di vita non voglio far parte di associazioni vari, certificazioni, ( tra cui anche acquistare Apple) vorrei che tra colleghi di partita IVA si potesse parlare allo stesso livello, essere amici, consigliarsi, aiutarsi e soprattutto collaborare. In sintesi il Bollino fa il fotografo , ma non la persona. ciao e spero di aver fatto capire una cosa difficile da spiegare su un blog. ciao

    1. Senti, visto che non sono in grado di garantite le mie condizioni mentali tra dieci anni, vediamo di berlo prima questo caffè ;-))

  9. Che brutta sensazione nel leggere questo articolo. Non mi era mai capitato. E poi i vari post….Ma perchè questa brutta sensazione ? Vado indietro di parecchi giorni e mi ricordo che nella comunicazione ricevuta da Roberto Tomesani, invece ero riuscito a scorgere meglio l’essenza dell’argomento e gli aspetti della “novità”. Oggi invece il tono è più determinato verso un approccio più incoraggiante, sottilmente incoraggiante, verso questa possibilità. Da qui a pensare che ci possa essere qualche piccolo interesse, non di natura economica è chiaro, ma di posizione per incoraggiare un processo, un’idea, o dell’altro. Forse nell’ambito delle certificazioni c’è bisogno di penetrare meglio sul mercato? Non mi stupirei che ciò possa capitare e del resto che male c’è se qualcuno ci suggerisce un modo per farci vendere meglio i nostri prodotti in cambio di una nuova targa da porre al muro del proprio studio o in bellavista sulla home page del proprio sito aziendale. Poi in fondo con neanche un caffè al giorno. Insomma continuare a sbandierare tutte le qualifiche ottenute e i master conseguiti con l’aggiunta del vero sigillo di qualità. Poi il post di Flavio, sincero e in un certo senso chiarificatore sulle modalità legate al conseguimento e sulle aspettative di un fotografo professionista. Che fastidio Luca, oggi avrei preferito non leggere tutto ciò, soprattutto quando a preoccupare oggi noi fotografi, videomaker, filmaker, assistenti alla fotografia, macchinisti, wordpress specialist, assistenti, etc, sono le faccende più fiscali della nostra professione e la concorrenza di chi continua a non dichiarare nulla o una buona parte della propria attività al fisco e non certo la certificazione vera o presunta.
    Si, della certificazione ne faccio a meno e spero di non dover essere costretto ad ottenerla per piazzare il mio lavoro presso un ente pubblico o privato. Cercherò di resistere continuando a “vendere” le cose più importanti della mia professione: la mia vera formazione, molto personale e non omologabile che rimane oggi la vera forza di noi creativi. Di quelli che vogliono penetrare il mercato. È la mia determinazione e la passione per questo lavoro che mi incoraggiano a continuare. Il nostro lavoro ormai così diversificato da non potersi inquadrare più in una banale classificazione e di questo se ne è parlato ampiamente anche su Jamper. Nella mia “prima vita” professionale ho dovuto per circa venti anni occuparmi di ECM, subendone gli aspetti legati ad una formazione continua fatta solo di crediti vuoti di contenuto. Mi trovavo nell’ambito delle professioni sanitarie, ma anche in quel caso sei un bravo fisioterapista a prescindere se hai più o meno crediti formativi imposti.
    Questa mattina, alle prime luci dell’alba, mi trovavo con la mia cinepresa digitale in spalla sul set. Alcuni camion uscivano dal loro deposito, in fila, una nebbiolina finta fatta di olii profumati e in controluce sul frontale un camion, un bestione con la scritta dell’azienda e accanto, in primo piano, lo scudo PROFI CERT ISO 9001. Nello storyboard una nota: soffermarsi almeno due secondi sullo scudetto del mezzo in movimento. Una giornata all’insegna della qualità. Buonanotte.

    1. Ciao Salvatore, ho paura che tu abbia avuto una reazione negativa all’articolo senza averlo “digerito” o approfondito nella sua essenza. In realtà quello che di molto giusto dici lo abbiamo detto anche noi: non abbiamo detto che “senza una certificazione non fai nulla”, anzi: abbiamo detto che siamo critici e dubbiosi su questo approccio. Ci preoccupa, e lo abbiamo scritto (in modo molto evidente) che c’è qualcosa sulla metodologia che si sta usando, sul ruolo che un meccanismo del genere può avere e il suo impatto.

      Al tempo stesso, la nostra reazione critica ha lasciato spazio anche ad una visione più aperta, e abbiamo segnalato che una delle esigenze del settore è sicuramente quella di mettere “ordine” e “controllo”, e che forse acquisire la cultura del “lavorare in qualità” (modo di dire tipico di questo tipo di certificazione) potrebbe essere utile. Come percorso per capire come muoversi, come approcciare il lavoro, come e in che modo dare garanzie al cliente. Queste cose ci spingono ad andare a fondo: ci sono tante cose che, secondo noi, stridono, ma altre che invece devono (possono) essere considerate interessanti.

      In tutto questo, ti prego solo di non pensare che ci possano essere dei meccanismi di interesse, perché non ci sono: se leggi tra le righe trovi ben più che la nostra solita sincerità, proprio perché ci siamo e ci stiamo interrogando. Non siamo verificatori, non siamo consulenti, non siamo promotori, tantomeno siamo “rivenditori” di questa o di queste iniziative. Siamo giornalisti del settore che si interrogano, che cercano di vedere il lato sensato di quello che si affaccia sul mercato.

      Non vorrei vedere un mondo di fotografi “con il bollino”; vorrei vedere fotografi (e videomaker, e grafici, e illustratori…) che trovano lavoro, che possono dare garanzie sulla qualità, che sanno come muoversi per il loro bene e per il bene dei loro clienti. Se questo passa da una certificazione, ancora non lo so… di sicuro non passa “solo” da una certificazione, forse però ci può essere un “anche”. Di sicuro, non crediamo ai certificati imposti da qualche legge, o da qualche semplice e banale (e interessata) burocrazia.

      Spero di avere chiarito, ancor di più che nell’articolo, la nostra posizione ;-)

  10. Ciao Luca,
    sono sempre stato contrario alla certificazione e non lo nego.
    Non nego nemmeno che il costo effettivamente non sia poi così elevato (pensavo costasse di più). Ok, costa come un caffè al giorno, ma tra un caffè al giorno di ogni cosa nella quale si va ad investire soldi mi conviene stipulare un accordo con la Kimbo! :D

    A parte questa divagazione comprendo il punto di vista di chi vede in questa certificazione l’opportunità di spronarsi a migliorare il proprio flusso e metodo di lavoro, ma se manca questa necessità personale continuo a non vederci un’utilità pratica ed economica oggettiva. Ok.. per lavorare con XYZ devi essere certificato, ma per ora io onestamente non ho trovato alcun limite di alcun tipo con nessun cliente (non faccio cerimonie) o azienda certificata.

    La vedo esattamente come Tomesani.

  11. Anch’io ci ho creduto farla questa certificazione e Roberto con il quale ho avuto il colloquio ha capito bene qual è la mia situazione professionale …sono sicuro che sono molti di più quelli che non ci credono di quelli che ci credono ; certamente non è questo che qualifica la qualità scusate il giro di parole..però in certi ambenti appunto la cravatta sarebbe gradita per presentarsi insieme alle buone maniere e la giusta comunicazione ..io a distanza di 15 anni dall’inizio di questo lavoro sono molto contento di come mi vanno le cose perchè sono cresciuto sempre di più sia in termini di soddisfazione che economici e questo lo devo proprio al fatto di non credere alle storie che tutti raccontano, non mi mescolo volentieri e anzi sono contento di vedere che gli altri facciano scelte diverse dalle mie, spesso cavalcando l’onda del momento..ho imparato ad ascoltare quello che fanno gli altri ma poi a raccontare poco quello che faccio io e mi trovo molto bene. Credo comunque che questa certificazione sia appunto un riconoscimento in qualche maniera che il lavoro lo sai fare bene, non hai contestazioni, ti sai relazionare in un mercato fluido e che si muove tutto qui.

  12. Luca, c’è stato tanto polverone su quest’iniziativa e tanto ancora ce ne sarà. Condivido tutto il tuo articolo ed ho anche citato sulla mia pagina FB le tue 4 frasi che rimarcano cosa un Bollino non fa. Però, ho partecipato alla prima sessione di Roma e con molta convinzione. Ed ho il bollino, che non toglie e non aggiunge nulla alla mia professionalità ma la garantisce ad un cliente che ancora non mi conosce e burocraticamente accontenta le aziende con cui collaboro. Perchè le aziende lo chiedono. E quando mi è arrivata la comunicazione da Tomesani per la sessione di Roma, non ho mai pensato neanche per un attimo a possibili intrallazzi economici (siamo malamente viziati come italiani da questi retropensieri), nè ho pensato all’inutilità di essere giudicata da estranei (reputo il lavoro di un creativo tanto “visibile” quanto eternamente giudicabile). Ma ho una mente “customer oriented” e ho pensato solo all’utente finale: il cliente. Che sceglie sempre e per primo, noi o un altro, con o senza bollino. E’ il cliente che ci paga e sotto sotto ci sprona ad essere sempre più creativi. Ma oggi, questo cliente (ancora più di prima) chiede garanzie. E forse ha anche ragione nel chiederle, visto che si rubano foto altrui per metterle nei siti personali: è di qualche giorno fa un caso eclatante. Ecco, io l’ho fatto per onestà e trasparenza totale verso il cliente. Sarà stata una banalità? Ma io ci credo, nel cliente e nel lavoro che gli dedico. Grazie Luca, per i tuoi stimoli….anche da dibattere.

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